Al Castello di Gambaro tra sacro, luoghi di culto e organizzazione religiosa al tempo dei Farnese

La conversazione del cultore di storia locale, Pier Luigi Carini, della quale pubblichiamo l’ampia sintesi redatta dallo stesso autore

All’epoca dell’istituzione del Ducato farnesiano nell’area del piacentino posta ai confini con Liguria, estesa per 179,5 chilometri quadrati, vivevano quasi cinquemila individui amministrativamente divisi tra i comuni della Valnure. Uno degli aspetti più importanti della vita di questi antenati della nostra provincia era la religiosità. Ne sono tangibile testimonianza i luoghi di culto (chiese e oratori) e le opere di devozione (croci, sacelli, nicchie) disseminate sul territorio, anche nelle più remote frazioni della nostra montagna.  Tutte la parrocchie facevano riferimento al vescovo cittadino, tranne San Pietro di Torrio, pertinente alla diocesi di Bobbio. Questo l’interessante argomento trattato al Castello di Gambaro dal cultore di storia locale Pier Luigi Carini, del quale pubblichiamo l’ampia sintesi redatta dallo stesso autore, che ringraziamo per la cortese disponibilità.

di Pier Luigi Carini

Ogni comunità, pur se circoscritta a volte ad appena un centinaio di individui, si è impegnata a costruire, mantenere ed abbellire la propria chiesa, il più delle volte nata come semplice oratorio. Per molte realtà infatti il raggiungimento della dignità di chiesa parrocchiale, con un sacerdote stabilmente presente, ha richiesto un impegno di vari secoli. Uno sforzo economico notevole che si spiega solamente con una fortissima tensione spirituale.

In un mondo largamente rurale, dove la natura sovrastava l’uomo generando un costante senso di insicurezza, era comune convinzione che l’ordine delle cose fosse determinato da forze soprannaturali. Tutti infatti accettavano come verità di fede che i destini dell’uomo e dell’universo fossero tracciati nel disegno della teologia cristiana e la vita era concepita come eterna lotta tra il bene e il male, tra spiritualità dell’anima e la materialità del corpo con le sue debolezze. I nostri antenati del Cinquecento erano permeati da una visione del mondo per molti aspetti ancora medievale e quindi pessimistica dell’esistenza: l’uomo era un peccatore perché portava in se la macchia del peccato originale e la sua esistenza un cumulo di miserie e sofferenze, dominata dalla presenza incombente della morte perciò più che al proprio fragile corpo era importante preoccuparsi della salvezza della propria anima.

Solo partendo da queste premesse è possibile comprendere il percorso sociale e spirituale di queste nostre comunità montare, un cammino che muove dai primi probabili luoghi di culto edificati in questa zona come la pieve di San Pietro di Centenaro e le chiese di Gambaro e Torrio.

Ancora nel Cinquecento la pieve di Centenaro aveva una funzione di riferimento come chiesa battesimale per tutte le comunità del circondario ed era retta da un arciprete che aveva anche la cura della chiesa di Cerreto.

Accanto a questi antichi luoghi di culto si erano già consolidate nel tempo le parrocchie di San Giorgio di Grondone al cui parroco erano affidate anche le chiese di Solaro e Ciregna; quella di San Pancrazio di Casalremisso; Santa Maria di Castello (Gratra) a cui era unita la chiesa di Curletti; quella di San Michele di Rompeggio a cui era legata la chiesa di Retorto; quella di San Gregorio di Chiappeto unita alla chiesa di Rocca e infine San Bernardo di Cassimoreno unita alla parrocchiale di Montereggio (Sant'Andrea). 

Vi erano poi alcuni oratori edificati delle comunità  come a Canadello, Castagnola e Cattaragna che a causa della povertà degli abitanti non avevano dotazioni né sacerdoti che ne avessero stabilmente cura. A questi luoghi di preghiera se ne aggiungevano altri cinque, tutti dedicati a San Rocco (Metteglia, Brugneto, Grondone, Cassano di Centenaro e Edifizi di Gambaro) e messi a protezione dalle epidemie.

Per il mantenimento di questi luoghi di culto e dei sacerdoti che vi officiavano le comunità avevano stabilito  di donare in perpetuo vari appezzamenti di terreno che poi venivano riaffittati ai donatori a questo si aggiungeva la cosiddetta cantarezza ovvero un canone annuale pagato in frumento da parte di ogni famiglia della parrocchia e che poteva variare da 4 stoppelli (7,5 kg)  nei villaggi più disagiati, fino ad una mina (13,5 Kg) nei casi più favorevoli.

A partire dalla metà del Cinquecento, sollecitati dalle indicazioni del Concilio di Trento, i vescovi iniziarono a visitare le parrocchie per verificare la situazione delle chiese, dei parroci e dei parrocchiani.  Oggi dalla consultazione dei verbali di queste visite è possibile ricostruire lo sviluppo di quel cammino sociale e religioso di cui si accennava pocanzi. Basti dire che ancora alla fine del cinquecento in molte chiese non era conservato il Santissimo Sacramento nel tabernacolo, il confessionale non c’era o risultava inadatto e così pure il battistero; non c’erano panche, il cimitero non era chiuso, le pareti del tempio non erano intonacate e mancava l’immagine dipinta del santo titolare. La chiesa insomma rifletteva la condizione di austera povertà dei parrocchiani i quali però pagavano regolarmente quanto dovuto come risulta dagli appositi libri censuali.

Anche molti sacerdoti lasciavano desiderare, alcuni non spiegavano il vangelo né la dottrina cristiana ai fanciulli. I vescovi continuamente esortavano sacerdoti e popolo a rimediare alle manchevolezze, anche con minacce di multe e interdizioni E così nonostante carestie, epidemie e guerre le comunità parrocchiali hanno ampliato ed abbellito le proprie chiese, a volte costruendone di nuove (Brugneto, Ascona, Boschi, Salsominore), dotandole di campane, statue, candelieri, altari, fino a giungere alla condizione attuale che possiamo ammirare visitandole. Testimonianze della fede e delle devozione di queste comunità che oggi lentamente vanno scomparendo.

Potrebbe interessarti

  • Le proprietà benefiche dove non te le aspetti: il gin tonic

  • «Pendolari "sequestrati" sul nuovo treno Rock»

  • Instagram senza più 'like': ecco cosa sta succedendo

  • L'aceto e i suoi utilizzi meno noti

I più letti della settimana

  • Via Mazzini, muore neonato di tre mesi

  • Muore schiacciato dal furgone che si ribalta

  • E' un giardiniere 48enne di San Giorgio l'uomo morto schiacciato dal suo furgone

  • Travolta da un treno nella notte, muore a 25 anni

  • Getta la fidanzata dall'auto in corsa: «Morirai in un incidente». Stalker arrestato dalla Polizia locale

  • Auto si ribalta nel canale dopo il frontale con un furgone: tre feriti, uno grave

Torna su
IlPiacenza è in caricamento