«Il Po comincia a Piacenza», parola di Giovannino Guareschi

Presentato a Palazzo Galli l’ultimo di una decina di saggi che Alessandro Gnocchi ha dedicato allo scrittore della Bassa

Un momento della presentazione

«Il Po comincia a Piacenza». Lo sosteneva Giovannino Guareschi e lo ha scritto nel Prologo a Don Camillo. «Lì racconta tre storie ed è una delle cose più belle che ci ha lasciato - ha spiegato Alessandro Gnocchi, ospite a Palazzo Galli per presentare la sua ultima fatica editoriale dedicata allo scrittore della Bassa -, dove leggiamo che la storia gli uomini non la fanno ma la subiscono, e così pure la geografia: “Il Po comincia a Piacenza e fa benissimo perché è l’unico fiume serio che c’è in Italia; qui inizia un altro mondo”. Questo per dirvi che le storie di Guareschi sono anche storie di casa vostra. Storie che andandole a rileggere vi faranno capire il messaggio che contengono: per farcela, nella vita, bisogna fidarsi di qualcosa in più del semplice cervello; e il riferimento è al  cuore e alla grazia di Dio».

Il relatore di questo nuovo appuntamento dell’Autunno culturale della Banca di Piacenza è stato presentato da Gianmarco Maiavacca, che portando i saluti dell’Amministrazione dell’Istituto di credito ha sottolineato come Alessandro Gnocchi (collaboratore dei quotidiani Il Foglio, Libero e La Verità, e direttore del quadrimestrale Mondo Piccolo) sia considerato il maggior esperto di Guareschi, al quale ha dedicato una decina di saggi. “Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi” (Marsilio editore) si occupa - commentandoli - di nove articoli scritti tra il 1963 e il 1968 per Il Borghese, settimanale scomodo, già estromesso, allora, da tutti i consessi. «Sul piano giornalistico - ha sostenuto il dott. Gnocchi - Guareschi per Il Borghese ha scritto e disegnato il meglio della sua produzione. Pagine che parlano di noi, perché aveva il dono di riuscire a leggere la realtà e capire le origini di ciò che stava accadendo e di quello che sarebbe accaduto dopo: l’invadenza della Tv, lo sfascio della politica, la crisi della Chiesa».

L’autore è quindi passato ad esaminare più da vicino la figura di quello che ha definito «un genio»: scrittore, giornalista, disegnatore-vignettista, uomo di cinema e teatro «che ci ha lasciato un’opera sterminata, indimenticabile e indimenticata». Un «particolare» uomo della Bassa diventato «universale», che è riuscito ad assorbire e trasfigurare tutto quello che c’era nella sua terra. «I due personaggi che più rappresentano questa universalità - ha esemplificato il dott. Gnocchi - sono naturalmente don Camillo e Peppone, ma occorre sfatare l’equivoco di chi li considera due nemici».

A parere del relatore il momento cruciale della sua formazione è stata l’esperienza del lager («una prigionia che poteva finire quasi subito se avesse accettato l’interessamento di persone importanti, ma lui volle restare nel campo di concentramento per una questione di principio»). Al suo ritorno, molto provato, era diventato un altro. Pubblicò “Diario clandestino”, scritto nel campo di concentramento. «E’ un libro della speranza che - ha consigliato il dott. Gnocchi – le scuole dovrebbero far leggere agli studenti. Molti hanno preferito dimenticare quella terribile esperienza: lui no, ha voluto e saputo ricordare senza odiare nessuno. Ci ha dimostrato che è possibile essere liberi anche all’interno di un lager, perché la radice della libertà non è il poter fare quello che si vuole, ma consiste nell’avere fiducia in qualcun altro, più grande di noi. E per restare un uomo libero sarebbe stato disposto a rimanere lì per sempre». Un grande uomo dunque Giovannino Guareschi, di una grandezza che si misurava anche nel rispetto che gli avversari politici gli portavano («in edicola compravano l’Unità, ma dicevano all’edicolante di nasconderci all’interno anche Candido»). «Un uomo - ha concluso il dott. Gnocchi, che in ricordo della serata ha ricevuto in dono una pubblicazione della Banca - che sapeva toccare tutti gli aspetti della nostra vita, capace di raccontarci di noi. E i lettori si riconoscevano, si riconoscono, si riconosceranno perché ci fa capire che siamo meglio di quello che immaginiamo. Nei 346 racconti di Mondo Piccolo c’è miseria, fame, malattie, odio, eppure la considerazione finale è “che bello se il mondo fosse veramente così e se l’uomo non si opponesse alla grazia di Dio”».

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