«L'Italia salvata dalla guerra civile grazie a Bartali e a Pallottole spuntate»

A Palazzo Galli presentato il libro di Stefano Zurlo, riuscito nell’impresa di intervistare, dopo 40 anni di silenzio, l’uomo che sparò a Palmiro Togliatti

Zurlo

Forse pochi sanno che l’Italia, a soli 3 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, ha rischiato la guerra civile. 14 luglio 1948: uno studente in giurisprudenza fuori corso, venticinquenne, da Catania arriva a Roma e fuori da Montecitorio, nella laterale via della Missione, spara a Palmiro Togliatti, segretario del maggior Partito Comunista dell’Occidente, convinto che la sua eliminazione cancelli il “pericolo rosso”, che voleva rifiutare il Piano Marshall, tenerci fuori dal Patto Atlantico e farci diventare un satellite del blocco sovietico. La drammaticità di quei giorni viene fatta rivivere da Stefano Zurlo nel suo ultimo libro “Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia” (Baldini+Castoldi editore), presentato in Sala Panini dall’autore in dialogo con Emanuele Galba, nell’ambito della Primavera culturale a Palazzo Galli organizzata dalla Banca di Piacenza.

L’inviato de “il Giornale” ha spiegato come non sia stato semplice convincere Antonio Pallante a parlare di quei fatti dopo 40 anni di silenzio: «La prima dritta me l’ha data il direttore Sallusti, che aveva saputo che era ancora vivo, novantacinquenne. Parte la ricerca, mi rivolgo a un avvocato che abita nel suo stesso palazzo, a Catania, che mi può solo promettere che mi farà contattare dal figlio Carmine. La telefonata si fa attendere ma poi finalmente arriva. Il tono è gelido, devo inventarmi qualcosa: gli dico allora che quando ero piccolo mio padre, che ora non c’è più, mi raccontava quella storia ed è come se suo padre fosse per me una specie di nonno. Esagero, e aggiungo che quell’intervista è una delle tre cose più importanti che voglio realizzare nella mia vita. Silenzio. Pensavo avesse interrotto la comunicazione. “Sto pensando”, mi dice. Attimi interminabili. “Vieni a casa nostra a Catania, ma niente registratore, nessun taccuino e nessuna foto”. Stessa richiesta che avevo ricevuto quando andai a intervistare Tano Badalamenti nel carcere di Fenton, negli Stati Uniti».

Antonio Pallante, nonostante l’età, è lucidissimo e ricostruisce con precisione maniacale quanto accaduto 70 anni fa. Il suo racconto si intreccia con gli approfondimenti dell’autore su situazioni e personaggi citati da Pallante e questo rende avvincente la lettura del libro, perché in ogni pagina quello che era già stato consegnato alla storia torna attualità, cronaca.

«Il 14 luglio 1948 faceva molto caldo - ha raccontato Zurlo - e Togliatti decise di smarcarsi da una seduta un po’ noiosa (un giovane Andreotti stava parlando della crisi della stampa, tema attualissimo anche oggi) e uscì da Montecitorio con Nilde Iotti per andare a mangiare un gelato. Ad attenderlo c’era Pallante che, come un automa, sparò quattro colpi al Migliore, di cui tre andati a segno. Ma la qualità dei proiettili era pessima e questo salvò la vita a Togliatti, che se la cavò con un intervento chirurgico. Botteghe Oscure, però, mise in moto l’apparato, avviò indagini parallele e cercò di dimostrare che i mandanti dell’attentato erano i democristiani e i socialdemocratici, l’America e chi più ne ha più ne metta. Pallante ha sempre sostenuto di aver agito da solo e, anche dopo averlo incontrato, sono convinto che abbia detto la verità».

Comunque, dopo il tentativo di uccidere Togliatti nel Paese scoppiò il caos: disordini a Livorno, Pisa, La Spezia, Genova, Torino (dove gli operai occuparono la Fiat) e altre località. Ci furono morti e feriti e si assistette a scene da Piazzale Loreto. Chi salvò l’Italia dalla guerra civile? Alcune fortunate circostanze, ha spiegato l’autore. «Le pallottole scadenti, innanzitutto, e tre banane. Già, proprio quelle che consentirono a Bartali di superare una crisi di fame e vincere il tappone alpino del Tour de France (che gli aprì la strada per la vittoria finale della corsa), in un drammatico 15 luglio ’48: il successo del campione toscano allentò le tensioni nel Paese, che si unì nel festeggiare la memorabile vittoria di Bartali, che il giorno prima aveva ricevuto la telefonata del presidente del Consiglio De Gasperi: gli chiedeva un aiuto per risolvere “la gran confusione” che regnava nel Paese. Gino gli promise che al 90 per cento avrebbe vinto la tappa. E fu di parola. Ma ad evitare la guerra civile non fu naturalmente solo quello: la fermezza del ministro dell’Interno Scelba con la sua Celere e lo stesso Togliatti, che dal letto di ospedale raccomandò ai suoi di stare calmi e mandò un biglietto ad Andreotti nel quale c’era scritto: “Tranquilli, non succederà niente”, fecero il resto».

Stefano Zurlo - al quale è stata donata la pubblicazione “Capolavori della Galleria Ricci Oddi di Piacenza” in ricordo della serata - al termine dell’incontro ha visitato, accompagnato dai vertici della Banca, il museo dello Spazio Arisi.

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