Via Genova, una lezione di urbanistica dal passato: «Piacenza non deve crescere, ma essere riqualificata»

L'architetto Manrico Bissi ospite del collega Carlo Ponzini a Palazzo Galli: «Oggi l’imperativo non è più lo sviluppo, ma una riqualificazione»

Via Genova e dintorni, quartiere Belvedere ieri e oggi: una panoramica storico-architettonica di limpida e colta linearità quella proposta dall’architetto Manrico Bissi intervenuto a Palazzo Galli dove la “Carlo Ponzini arredamenti” ha dato vita alla rassegna culturale per festeggiare il traguardo dei suoi cent’anni di attività, con incontri di docenti universitari, professionisti, esperti del settore «per proporre alla città - ha ricordato l’architetto Carlo - nuove idee per la rigenerazione urbana. 

Saranno compendiate in un documento da consegnare alla città, per una Piacenza più sostenibile, dove al centro c’è sempre l’uomo con la sua centralità, perché è lui che governa ed interviene». Ed ha rivolto alla politica un invito ad essere più «interventista» per lasciare «opere che rimangano», citando due illustri esempi, ovvero il Centro Pompidou e la Piramide del Louvre a Parigi.

«La lezione che ci viene dal passato - ha sostenuto Bissi - è che non devono esistere interventi inutili e dobbiamo costruire solo quando serve. Piacenza non cresce e quindi non ha bisogno di nuove case, ma va riqualificata». 

Diverso il caso del primo dopoguerra che però ha prodotto a volte ricostruzioni incoerenti e periferie poco sviluppate in modo armonico. Per Barriera Genova in parte ciò non è avvenuto. E’ l’espressione - ha chiarito - del confine tra città e campagna; prima militare (Porta farnesiana di S. Raimondo), poi Barriera doganale. Fu smilitarizzata nel 1903 e ceduta al Comune.

«Era la strada dal Po verso la Val Trebbia, ovvero Piacenza con Genova. Territori fertili, attraversati da rivi e canali e di proprietà del ceto dirigente cittadino e quindi una periferia borghese, “un belvedere” verso la parte più ricca della terra in mano alla borghesia cittadina. Dopo l’espansione economica dell’età giolittiana sorgono i primi villini borghesi (in stile liberty), tipici del mondo anglosassone. Committenti i ricchi commercianti, medici, notai, funzionari, insomma la ricca borghesia, un primo sviluppo della “pista ‘dla puvàr” , ovvero la strada verso la polveriera di Gossolengo».

Dopo avere sottolineato lo sviluppo degli assi viari cittadini, Bissi ha precisato che «nel tempo è poi cambiata la tipologia delle costruzioni, ma il target borghese è rimasto inalterato, tutt’ora zona di pregio a livello immobiliare. E “nobilitata” dalla presenza delle scuole Superiori».

Dopo gli anni ’50 la crescita (raddoppiato il numero degli abitanti); sono iniziate le nuove tipologie costruttive, grandi palazzi e condomini, con all’inizio “Mirabilia” e “Aurum” con un carattere “specchiato” verso la città, «quasi due torri medievali che segnano l’inizio, la porta della nuova città».

Negli anni Sessanta e Settanta “l’esplosione” della città e poi il Quartiere 2000, ovvero l’espansione «ed è in questa fase che l’urbanistica ha fatto sentire la sua mancanza; manca l’armonia e verso il nuovo stadio è avvenuto uno sviluppo caotico, causa la mancata “orchestrazione” dell’amministrazione cittadina». 

Insomma zona Belvedere e dintorni è una zona nuova, ma nata già vecchia, perché soffocata dal traffico. Per questo oggi l’imperativo non è più lo sviluppo, ma una riqualificazione.

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