«Il freddo, da killer naturale a possibile arma di sopravvivenza»

Lo scienziato piacentino Matteo Cerri ha concluso il ciclo “I Giovedì della Bioetica” parlando di ibernazione e crioconservazione

Il professor Matteo Cerri

Da circa mezzo secolo centinaia di persone hanno deciso di lasciare una porta aperta per sé o per i propri cari attraverso la crioconservazione. Una procedura che congela i corpi subito dopo il decesso, e li conserva fino a quando tra 50, 100, 200 anni (forse) si troverà una cura alla malattia che li ha uccisi. Avere una opzione per dopo la morte è una aspirazione antica; già gli egiziani usavano la mummificazione nella speranza di essere traghettati verso l'aldilà. Ma il risveglio è fantascienza; il trapasso è un viaggio di sola andata per il danno che il ghiaccio della crioconservazione produce alle cellule. Anche se il sangue viene sostituito da una sorta di "antigelo", l'acqua contenuta nelle cellule si trasforma in ghiaccio e ne spezza le membrane. Quel poco di acqua che resta allo stato liquido, poi, accumula tutti i sali presenti nell'organismo, facendogli raggiungere concentrazioni tossiche. Dopo il decesso organi come il cervello cominciano subito a danneggiarsi. La crioconservazione, per chi l'ha inventata, oggi è più che altro un buon business. 

Altra cosa è l’ibernazione sempre più studiata dalla “Scienza del freddo” e tema centrale del settimo “Giovedì della Bioetica”, l’interessante e stimolante serie  di incontri svolti  in Fondazione, curata da prof. Giorgio Macellari e saldamente pilotata da Gaetano Rizzuto.

Protagonista dell’ultimo appuntamento dal titolo “Scienza del freddo: dagli ibernauti all’etica dell’immortalità”, lo scienziato di genitori piacentini, Matteo Cerri medico chirurgo, dottore di ricerca in Neurofisiologia che, dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti, presso istituti scientifici, è diventato ricercatore in fisiologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna. E’ membro del Topical Team Hibernation dell’Agenzia spaziale europea e autore di numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali.  

La natura del freddo, ha spiegato il prof. Cerri, è una natura ambigua. Agli albori della vita, il freddo è stato uno spietato nemico; un killer silenzioso ma inesorabile, cui il nostro corpo fa fatica ad opporsi. Nella storia dell’umanità, oltre che in quella della vita in generale, a causa di temperature più basse di quelle adatte a vivere serenamente, sono morti in molti. Ogni anno, anche nei paesi ricchi, centinaia di persone muoiono assiderate.  Tuttavia, come è successo per molte altre cose pericolose, nei secoli i medici hanno capito come sfruttare il freddo per aiutare i propri pazienti e tuttora si fa molta ricerca sugli effetti del freddo sul corpo umano per capire come si potrebbe usarlo per allungarci la vita. Il sonno, di cui facciamo esperienza ogni notte, possiamo raffigurarcelo come una piccola ibernazione.

Nel nostro immaginario, la parola “ibernazione” è associata alla parola “freddo”. Ma l’ibernazione, nonostante il nome, non è un fenomeno causato dal freddo. Esistono diversi tipi di ibernazione: l’ibernazione propriamente detta, l’ estivazione (rallentamento delle attività vitali) e il torpore. Una sorgente di idee sono alcuni mammiferi particolari: i mammiferi ibernanti, quelli che sono in grado, utilizzando un’espressione comune, di entrare in letargo. Alcuni come ad esempio lo scoiattolo, l’orso o il criceto, possono, in particolari condizioni, abbandonare temporaneamente il loro status di mammiferi e ritornare indietro nella scala evolutiva al tempo in cui il loro metabolismo era molto più basso. In quei momenti sospendono la battaglia tra il loro corpo e il freddo, ma solo perché decidono che è meglio arrendersi. 

L’interesse è acceso dall’idea che forse anche noi potremmo essere ibernati senza danni (già a 28 gradi il corpo umano rischia la sopravvivenza, la temperatura normale sta tra 35 e 37 gradi). Oggi si prova a indurre uno stato di torpore simile a quello naturale in specie che non sono in grado di raggiungerlo spontaneamente. Se si riuscisse a impedire che il corpo umano “si opponga” all’abbassamento della temperatura, potremmo sfruttare maggiormente l’ipotermia terapeutica dopo infarti e ictus (oggi non si scende oltre i 34 gradi). E anche per cure radioterapiche più radicali contro il tumore, poiché le cellule sane raffreddate subirebbero meno danni. Inoltre, come ci insegna la fantascienza, viaggiatori 'in letargo' potrebbero compiere lunghe esplorazioni spaziali oggi impossibili. In uno stato di ibernazione il corpo umano soffre meno l'effetto delle radiazioni, che nello spazio possono essere molto dannose. Un altro aspetto da non trascurare è che gli astronauti non consumerebbero cibo e non sarebbero soggetti a problemi psicologici.

L’idea di essere un giorno ibernati e di partire per un lungo viaggio spaziale, è per certi aspetti già parte del nostro presente.

Tra le altre cose il professore ha raccontato le storie di due alpinisti che sono sopravvissuti dopo aver passato più di una notte sull’Everest senza riparo, senza ossigeno e da soli; l’ipotesi è che in loro si sia attivato un meccanismo simile all’ibernazione. 

Avremo un farmaco che provochi negli esseri umani il torpore sintetico e gli strumenti tecnologici per assicurare le funzioni vitali? L’interrogativo, ha concluso Cerri, sarà al centro di un grande sforzo scientifico nei prossimi decenni. Vale la pena di approfondire l’argomento e allo scopo segnaliamo in particolare i suoi libri: “A mente fredda”, (Zanichelli, 2018) e “La cura del freddo”, (Einaudi, 2019).

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