Quando Piacenza era più piccola di Mortizza: viaggio nelle frazioni

Viaggio nelle frazioni piacentine annesse alla città nel 1923, prima il comune di Piacenza era racchiuso nel perimetro delle Mura Farnesiane

Gerbido-MortIzza

In  Italia regnava Vittorio Emanuele III quando venne promulgato il Regio Decreto n.1729. Era precisamente l’otto luglio dell’ormai lontano 1923, il testo recava norme sull’Unione dei comuni di Piacenza, San Lazzaro Alberoni, Sant0Antonio Trebbia e Mortizza. È una data storica importante per Piacenza perché improvvisamente accresce notevolmente, in maniera esponenziale, la superfice del suo territorio e la popolazione stanziale. Il decreto Napoleonico del 10 settembre 1812, delimitava il territorio del comune di Piacenza praticamente alla città dentro le mura farnesiane, il confine era delimitato dalla circonvallazione che girava a pochi metri di distanza dalle antiche mura. L’unione con i comuni limitrofi ha determinato in realtà la loro soppressione come Enti autonomi e la conseguente annessione, perché di questo si è trattato: un po’ come era avvenuto con gli altri Stati della Penisola, al momento dell’Unità d’Italia. La necessità di detta unione era stata motivata da una presunta parassitaria rendita. Si disse infatti che per collocazione topografica (vicinanza), gli abitanti dei Comuni limitrofi beneficiavano, da parassiti “delle comodità e delle condizioni di vita, in cui la città si muove con i suoi servizi” (sic R.D. n.1729/23).

Una apparente contraddizione: nell’intestazione del decreto si parla di “Unione dei comuni di Piacenza, S. Lazzaro Alberoni, S. Antonio Trebbia e Mortizza” nel testo molto più bruscamente di “assorbimento” dei predetti Comuni, cosa che in effetti è puntualmente avvenuta. Un termine di paragone per tutti l’estensione territoriale di Mortizza che nei primi anni venti aveva una superfice territoriale maggiore del Capoluogo, essendo estesa dal Po al Nure, comprendeva le frazioni di Roncaglia, Bosco dei Santi, Gerbido e le Mose dove aveva sede il Palazzo del Comune.  Abbiamo avuto sempre in Italia un andirivieni politico-amministrativo tra accentramento e decentramento, tra uno Stato forte e centralizzato ad uno Stato come organo di sintesi e coordinamento delle varie realtà locali. Quello che la mia generazione ricorda bene è tutto un dibattito che si è sviluppato, fine anni novanta, intorno ad uno Stato federale a Costituzione invariata che ha portato alla riforma del Titolo V della Costituzione.  La montagna aveva partorito un topolino ed anche brutto. Questa nuova Legge portava più confusione che certezza sulle competenze dei vari Enti ed ha generato un contenzioso infinito tra Stato e Regioni. La stessa riforma garantisce l’istituzione o la modifica di nuovi comuni. Per questo a noi interessa, perché una conseguente legge regionale ha permesso la nascita nella nostra provincia di un nuovo comune: Alta Val Tidone.

Il dibattito sull’organizzazione territoriale ha continuato fino a tempi recentissimi, basti pensare alla ulteriore riforma costituzionale del Governo Renzi, la cosiddetta riforma Boschi che riguardava anche le Province, bocciata da un referendum popolare nel 2016. Da una parte si dice che bisogna accentrare per ridurre i costi ed avere servizi migliori, dall’altra che bisogna decentrare per aver più controllo sociale e una forma di democrazia diretta con una partecipazione popolare altrimenti impensabile. Piacenza potrebbe rappresentare una cartina di tornasole per le precedenti e le attuali modifiche territoriali. Per le attuali sospendiamo qualsiasi forma di giudizio sarà la storia a suggerircelo. 

Per le passate, qualcosa potrebbe essere detto. Il pretesto a formulare queste considerazioni, la lettura di un nuovo libro che ci parla delle nostre frazioni. “Le nuove frazioni di Piacenza” di Mauro Molinaroli. Ognuno si sa, legge di ogni libro innanzitutto le pagine che lo interessano maggiormente in rapporto alle proprie esperienze personali o in rapporto alle proprie presunte conoscenze. Le nostre frazioni sono luoghi carichi di storia e di eventi, molte sono coeve alla nascita della stessa Placentia nel 218 a.c. Ce lo dimostrano molti resti storici territoriali, come molti termini rimasti nella toponomastica locale. 

Sui resti stendiamo pietosamente un velo, basti pensare al nuovo palazzo residenziale che ha preso il posto della vecchia sede Enel dirimpetto al Palazzo Farnese, dove c’erano i resti del teatro romano, coperti con il benestare di tutti gli organismi “competenti”. Bastava fare come si è fatto con la sede della dogana a Le Mose, dove sono ben visibili i resti di una fornace romana sulla via Postumia (l’odierna SS10). Cenno storico rilevato nel libro; come altri meritevoli comunque di maggiore approfondimento. Frazione La Verza; un cenno alla toponomastica: nome derivato, ci dice l’Autore, dal “latino medioevale aver+sa che sta a significare l’acqua che scorre, con riferimento al Rio comune che per secoli ha attraversato la frazione.” Se parliamo di toponomastica e di presenza dei romani, ineludibile dovrebbe essere il riferimento alla loro lingua, alla loro storia. Ed allora come non dedurne la derivazione da La Terza, involgaritosi in La Verza? Il terzo miglio della strada romana che attraversava la Val Trebbia. La distanza dalle mura romane (l’attuale via Sopramuro a Piacenza) e la frazione dista infatti 4 km e mezzo e se un miglio romano era derivato da “milia passuum” circa 1 Km e mezzo, ecco tornare i conti, la distanza verificata e verificabile: è esatta! Così dicasi per Quarto, Settima ed Ottavello, quest’ultimo abitato è addirittura citato nella Tavola alimentare Traiana come Octavum milium, ad otto miglia da Piacenza. 

Continua…

Le immagini: Bosco dei Santi, olio su tela di C. Sciascia, una pietra miliare e una vecchia  immagine di Mortizza.

  

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