«Rifare l’urbanistica cittadina? Piacenza imiti Milano e investa sull’arredo»

Da “10x10=100” per il centenario della Ponzini Arredamenti un dibattito sull’urbanistica e il design. Carlo Ponzini: «Sul Carmine prendono posizione le associazioni ma non gli ordini e le università. Liberiamo intanto la città dai parcheggi in superficie»

Faroldi, Ponzini e Rebaglio

Il design e la città, rapporto spesso complicato. La pensa così anche il titolare della Ponzini Arredamenti, che in questi giorni sta promuovendo la serie di eventi “10x10=100” a Palazzo Galli, dedicati al centenario dell’azienda piacentina di arredamenti arrivata alla quarta generazione. «L’evento del terzo giorno – ha spiegato l'architetto Carlo Ponzini -  è un modo per ripensare la città per parti. A fronte delle cinque norme urbanistiche in Olanda, noi abbiamo migliaia di leggi e norme. Bisogna andare verso uno Stato liberale, in cui le ricostruzioni delle città possano essere fatte in maniera semplice ed equilibrata. Prendiamo la nostra Piacenza: sull’intervento della chiesa del Carmine parlano le associazioni, ma non le università e gli ordini professionali. E che ruolo ha la Soprintendenza nella vita cittadina, nelle rivoluzioni urbane? Secondo noi bisogna fare un passo verso una costruzione più omogenea, equilibrata e semplice. Per rifare viale Dante non possiamo pensare di sistemare un solo condominio, modernizzandolo, in cambio del permesso di fare un piano e mezzo in più. Non serve a nulla. Ed è ora di incominciare a smettere di vedere le auto in superficie ma in profondità, per liberare spazio».

Matteo Faroldi, architetto e rappresentante dell’Ordine che ha collaborato con Ponzini al Politecnico di Milano, si è soffermato sull’urban interior design per la città contemporanea. «Dobbiamo imparare che la città – ha detto la sua - è una proiezione di noi stessi, e noi non terminiamo con la soglia di casa nostra. Sono d’accordo con Ponzini, dobbiamo guardare a Milano e al loro modo di interpretare la piacevolezza della città. Per questo Piacenza deve investire su un nuovo arredo urbano e sulla sua attrattività con l’organizzazione di molti eventi. Sappiamo la situazione del mercato immobiliare milanese, quindi si possono attirare tante famiglie a vivere qui».

«È importante – ha spiegato Agnese Rebaglio, designer e ricercatrice al Politecnico di Milano - recuperare i luoghi vuoti, le piazze, i marciapiedi, le vie, spazi di risulta, che meritano competenze specifiche quando si sceglie cosa fare di essi. Le città europee cambiano velocemente, nel 2030 si si stima che 6-7 persone su 10 nel mondo vivranno all’interno di agglomerati urbani. Ci si sta concentrando sempre di più sul vivere in megalopoli e metropoli, quindi bisogna pensare bene come cambiano le città. La vita è sempre più fluida, ci si sposta maggiormente per studiare, lavorare, per riposare. La comunità è in movimento e si ritrova in nuovi luoghi per socializzare, rispetto a come eravamo abituati. E in questo il design suggerisce delle estetiche, dei processi e delle strategie per vivere al meglio questi spazi collettivi, che possono anche essere marciapiedi, rotatorie, parcheggi». Rebaglio ha mostrato diversi esempi di trasformazione di spazi di transito e di risulta, illustrando come può cambiare il volto di una via, di un’area, rendendo più accogliente e confortevole la città. «Dobbiamo sentirci ovunque un po’ come a casa, c’è anche chi crea piccoli salotti urbani, come il lungomare di Palermo di Italo Rota. O spazi che richiamano la dimensione del gioco, come la piazza di Rotterdam o quella di Bari, che aiutano a creare interazione. Non è detto che poi queste installazioni siano per forza permanenti, ma possono essere anche temporanee». Ma il design urbano può anche rappresentare o raccontare un territorio, come la “high line” a New York che ha sostituito la vecchia ferrovia, che è presa d’assalto da newyorchesi e turisti. Insomma, tanti modi e possibilità per sfruttare al meglio ogni metro quadrato di città libero e destinato alla collettività.

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