Anticaglie

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Lettera ad un amico a proposito della sentenza della consulta

Caro G…non preoccuparti e non meravigliarti se ti scrivo. Infatti, lo sai, non è questa una mia abitudine, anzi a dire il vero è la prima volta che scrivo ad un amico su un tema di questa portata. Immagino allora che vorresti sapere il perché, ma ti deluderò, se ti dico che non c’ è un vero perché. Solo che mi andava di buttare giù queste righe per confrontarmi con un amico.  La vita lo sai è quella che è, ma ultimamente certe novità abbisognano di una riflessione. Quali notizie vorrai chiedermi? Di tutte quelle che fanno parte del nostro vivere, l’ultima riguarda il parere della Consulta, riguardo alla possibilità di gestire il fine vita. Detto così non è proprio quello che si deve intendere. Infatti quello che ho chiamato fine vita, diventa un processo decretato dall’uomo, a sua volta subordinato ad una serie di valutazioni che riguardano una condizione di malattia estrema e quindi incurabile che in più dà sofferenza. Elemento indispensabile poi la volontà del malato, ancora cosciente, di volere  chiudere l’esistenza diventata un fardello di dolore fine a se stesso. Mi dirai cosa c’entri tu con questa possibilità, oggi offerta dalla legge?  La risposta è semplice, infatti  poiché anche tu fai parte del gregge umano, non puoi sottrarti a prendere coscienza del problema. A questo proposito non so come la pensi e sinceramente non è mio costume cercare di convincerti in un senso o nell’altro. Però conoscendoti, so che qualunque sia la tua decisione , potresti essere condizionato da una  visione del mondo e della vita, che  non ha altra giustificazione, se non quella che avviene per la sola opera dell’uomo. Con questo non voglio dirti che la tua sensibilità e la tua cultura, possano essere soddisfatte dalla sola dimensione terrena. Ma nemmeno senti la necessità di disancorarti dal quotidiano, per trovare un’altra soluzione.  La mia, lo sai, non è una posizione preconcetta che sembrerebbe troppo semplicistica e si presterebbe a mettermi nella condizione di chi vuole dare pareri o consigli, fra l’altro non richiesti. Infatti anche se la mia visione delle cose non è uguale alla tua, con questo, come ti ho sempre  detto,  non ho mai avuto la presunzione di stare dalla parte del giusto. Anche se per la verità, pur con tutti i dubbi possibili, lo penso. Ma non è questo il punto. Quello che mi preme dirti, lo voglio cogliere nella tua formazione filosofica visto che ne sei  un appassionato cultore.  Così, il mio compito è soltanto quello di confrontarmi sul piano logico razionale, ammesso che la logica e la razionalità siano due elementi, sempre certi e veritieri. Ma lasciamo perdere queste valutazioni  di verità assoluta, che ci spingerebbero troppo lontano e limitiamoci a parlare solo di quella ragione minima che pensiamo di avere quando la mattina ci alziamo dal letto,  senza avere  alcuna pretesa di cogliere gli aspetti più sofisticati del dire e del fare. Ed allora entriamo nel merito e nel perché ti scrivo. E per prima cosa, ti chiedo cos’è per te il fine vita? E poi  con la seconda domanda,  se ritieni veramente che la vita sia solo quell’elemento per certi aspetti incomprensibile per cui si nasce, si vive e si muore? La tua risposta anche se ammantata di quella sensibilità umana che ti caratterizza, penso di conoscerla. Mi sembra di sentirti: non esiste altro che quello che siamo, nel bene e nel male,  aggiungendo poi che bisogna privilegiare il primo sul secondo, ma nient’altro. In sintesi, la concezione di una vita soprannaturale non l’accetti  e aggiungo tuo malgrado, perché anche se  sei convinto di questo, non ne sei entusiasta. Ebbene non voglio commettere l’errore di trascinarti su  un argomento per te spinoso  che riguarda quel dono che è la Grazia, perché questo giustificherebbe in te  un atteggiamento di chiusura. Mi limito allora a chiederti di guardare il mondo attuale e di paragonarlo a quello che ormai è in declino. E mi riferisco, ecco il punto, al mondo della nostra antica civiltà. Quella cristiana  per intenderci, che rendeva l’uomo libero nella misura in cui era il destinatario del vero principio di libertà che proveniva dall’alto. E consentimi di citare San Tommaso: Deus maxime liberalis est.  Come vedi,  uso solo come citazione, la parola Dio che potrebbe già dividerci, quando invece siamo uniti in una naturale condivisione di principi.  Ed a proposito di naturale, mi è venuto  questo termine   in modo talmente  spontaneo  che è anche quello che  intendo a proposito della vita. Perché se questa è solo una combinazione di atomi, come disse  Democrito, che tu ben conosci, tutto diventa possibile. L’uomo dell’atomo di ieri e che domani diventerà atomico , non ha altri principi che non quelli  insiti nella sua stessa natura.  Infatti secondo questi principi ,come si vive attraverso una semina sempre più tecnologica, così si muore con la pretesa di definire  e programmare per ognuno  il  proprio  destino. Non quello che nell’incertezza di quanto può capitare nella vita, riconosceva una causa superiore alla vita stessa che nessun uomo poteva violare, come oggi succederà con il concorso della legge. Il destino  un tempo non troppo lontano, era misterioso  come era  misteriosa la vita. Ed il mistero apriva le porte alla libertà  dell’uomo di trovare spiegazioni al proprio stato, attraverso le ispirazioni della poesia, della letteratura e delle arti figurative. Dove l’immagine del Creatore Pantocratore,  anche visivamente sovrastava tutto quello che succedeva inferiormente nel creato. Mentre lo stesso uomo, immagine di quel Creatore, si sentiva consolato anche nella grandi avversità. Compreso il fine vita che avveniva come un evento naturale, ma dentro cui ,oltre al dolore di dover abbondonare l’amore per le cose, non mancava la consolazione che  quella vita non era una fine, ma un nuovo principio. Converrai allora che fra le due condizioni, c’è una certa differenza. Ma mi accorgo che senza volerlo ho scomodato la fede.  Errore, lo riconosco. Voglio allora parlarti del Logos che come sai è la ragione ma anche la Ragione con la maiuscola. E sulla base di questa, nasce una domanda. Non credi che lo stesso Logos ci consentiva di vivere meglio, perché ci consentiva di misurare i nostri comportamenti secondo un codice morale. Il quale non si curava di condizionare i rapporti umani secondo una logica non logica, che è quella del profitto e della giustificazione economica?. E poi ancora. Quanta cultura nella nostra civiltà è stata condizionata dalla logica, ripeto dalla logica cristiana. Quanta bellezza ci circonda, sia creata dall’uomo sia creata dalla natura, alla quale anche la mitologia per spiegare cause ed effetti doveva inventarsi una dea chiamata Gea. Se siamo quelli che siamo,  inutile allora  fingere.  E’ la nostra biografia esistenziale che avendo assorbito tutto il fascino delle cose,  ci ha fatti in un determinato modo. Sostituire tutto questo con l’ avventura di un uomo che negando Dio in realtà si sostituisce a lui, non è una contraddizione logica? Come vedi caro G…. mi sono lasciato un po’ andare. Non era questa la mia intenzione. Il motivo è stato solo per dimostrarti  il mio senso di stima, altrimenti non ti avrei scritto. E  non sentirti sotto accusa per quanto ho scritto. Gia in altre circostanze ti ho detto che tu sei migliore di molti cosiddetti cristiani, compreso me. Quindi  conto che avrai anche la pazienza e la tolleranza( che sono virtù cristiane) di accettare questo scritto. Con l’amicizia di sempre.       

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Commenti (3)

  • Sinceramente non ho ben capito, ma è sicuramente un mio limite, se Lei preferisca, sempre e comunque, un cuore che batte e polmoni che respirano, magari artificialmente. Se non ricordo male il "primum non nocere" è un principio medico ancora in auge, e quindi mi chiedo anche se certi progressi nelle cure non abbiano, di fatto e seppur involontariamente, agito in senso opposto. Piergiorgio Welby, che pure era credente, testimoniò che ogni notte sentiva la morte imminente, il respiro che mancava, gli ultimi momenti di sofferenza prima della fine...per poi riprendersi per qualche ora, per poi rivivere di nuovo una morte che comunque lo avrebbe colto nel giro di pochissimo tempo, mesi o forse settimane. Abbiamo il diritto di imporre la tortura, perchè di questo si tratta, a chi non la vuole? Nella antica civiltà cristiana che Lei cita il problema non si sarebbe di certo posto. Fino a quale punto possiamo imporre sofferenze ad altre persone nel nome di una sacralità della vita che non è nemmeno ben definibile ? Un cuore che batte ? Due polmoni che si espandono ? Un cervello che funziona, tutto o in parte ? Ovviamente un ateo non può citare l'anima, non credendo alla sua esistenza...E' giusto che un credente debba testimoniare il proprio sentimento alla luce di questa sentenza ; ed è giusto , e per questo Le riconosco grande correttezza, che non si erga a difensore della morale contro un'orda di barbari materialisti. Con stima.

  • non sono credente e quindi trovo inutile questo fiume di parole che non mi dice nulla di nuovo e interessante, e ho anche la sensazione che la stragrande maggioranza dei credenti abbia comunque molti dubbi sulla reale esistenza di una “vita” ultraterrena, perchè altrimenti essi non avrebbero il terrore che invece hanno della morte, terrore che dovrebbe essere fortemente mitigato, se non scomparire, dalla consolazione che la fine della vita costituirebbe un nuovo principio, chi li porterà addirittura al cospetto del loro amato capo

  • Forse sono all'antica, ricordo quello che ho appreso negli anni 40/50 e il professore (prete) di Storia e Filosofia che ci parlava della dimensione dell'uomo, parte della natura, che crede di poter decidere il destino degli altri esseri viventi, anche in nome della religione, ossia la sua filosofia di vita. Oggi sembra che sia vietato morire, c'è sempre un colpevole, un medico, un paramedico, un genitore ecc. colpevole da perseguire.

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