Anticaglie

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Ritratto di Marilena Massarini

Difficile comprendere tutte le passioni e le iniziative che ha affrontato la nostra protagonista. Sintetizzando, potremmo definirla donna di cultura, cantante, intrattenitrice delle più svariate manifestazioni, intervistatrice di diversi personaggi piacentini e nazionali, appassionata di agricoltura con relativa Laurea ed ambasciatrice della piacentinità nel mondo. Se tutto questo è vero, il movente di tutte queste sue vocazione è uno solo: la gioia di vivere. Sembra questo un luogo comune, ma non lo è. In lei la natura ha conferito una caratteristica precisa. Psicologicamente parlando, coltivare la bambina che è in lei e lasciarla libera di affrontare le traversie del mondo. Mantenendo un’anima gioiosa verso sé e verso gli altri. Potremmo allora parlare di una predisposizione innata, una specie di disposizione dello spirito a vedere le cose sotto la veste positiva. Di un ottimismo che lascia perfino perplessi nel mondo d’oggi, dove la scarsa fiducia verso il futuro e le preoccupazioni verso il presente, tolgono all’uomo la voglia di inserire nella tavolozza dei sentimenti anche il colore rosa. A significare che l’apparire e l’essere fra loro normalmente nemici, trovano nella Massarini il loro punto di equilibrio come altrettanto ritrova una dimensione armonica, il rapporto fra ragione e cuore. Con quest’ultimo però in condizione di prevalere, vantando pascalianamente delle ragioni che la ragione non comprende. Per chi ha dubbi, basta osservarla. Il sorriso sempre presente indipendentemente dall’interlocutore di turno, la dice lunga su una natura che sembra perfino da definire candida, se usando questo termine non avessimo il timore di essere fraintesi, in una società come la nostra dove i visi sono tirati e le facce torve. Continuando, possiamo anche scomodare il detto” così è se vi pare” di pirandelliana memoria, anche se nel nostro personaggio quel “se vi pare”, come completamento della frase è pleonastico. Perché nulla sembra, in apparenza, ostacolare il suo ottimismo nel concepire la vita. Intendiamoci non voglio dare l’impressione di una natura superficiale che vede le cose secondo il modello del mulino bianco, ma pur con i piedi ben piantati per terra e con aderenza al principio di realtà, l’impressione è che sia presente in lei, sia il mito della favola, che la voglia di volare sulle note musicali. Il che sta a significare quel po’ della follia, indice di creatività evocato dal grande Erasmo. Il merito allora che appare in tutta evidenza, è il bisogno di previlegiare gli aspetti positivi dell’esistenza, dove i colori sono ben rappresentati e ben differenziati, senza confondersi con il non colore del grigio con le sue cinquanta ed oltre sfumature. Poiché la fisiognomica ci invita ad interpretare il carattere in base ai tratti del viso, secondo una vecchia teoria oggi considerata non più scientifica, ma che da sempre, almeno prima della psicologia, è stata utilizzata nelle arti come fonte di introspezione delle emozioni, nel caso specifico voglio recuperare questa antica forma di conoscenza, applicandola al nostro personaggio. In cui l’arte del canto e della musica si abbinano bene all’arte del vivere. Comincio allora con queste note. Di statura regolare, la sua caratteristica principale è la rotondità. Detto così mi rendo conto di cadere nell’’equivoco e di suscitare speciosi commenti e qualche sorriso ironico. Ma seguitemi. Per rotondità non intendo sovrabbondanza di forme e nel caso specifico sovrappiù di adipe, elemento questo, fra l’altro, indispensabile per la donna al fine del suo equilibrio ormonale. Ma solo quel tanto che basta, come si dice a proposito degli ingredienti in cucina, che conferiscono il senso della curva alla donna in modo da differenziarla dall’uomo. Distinzione questa un tempo data per scontata ma non oggi, dove fra i tanti problemi esiste anche quello della confusione di genere. Infatti e per questo si premia la magrezza estrema che togliendo alla donna le sue caratteristiche di sempre, la rende simile al maschio. Col risultato di mascolinizzare la prima e femminilizzare il secondo in fatto di appartenenza. Per chi ha dubbi, ce lo ricorda la psicologia del bambino che allattato al seno apprende da quell’organo di nutrizione fisica ed estetica insieme, i primi rudimenti legati alla levigatezza e alla rotondità delle forme. Dopo queste divagazioni, conviene però ritornare alla nostra fisiognomica, che ci consente attraverso i lineamenti del viso di studiare il carattere. E cominciamo dai capelli sciolti, lisci, folti, lunghi ma non troppo, separati in due bande dalla scriminatura al centro del capo, cascanti fino a toccare le spalle, che ricoprono irregolarmente con ciuffi pendenti la fronte, la quale si presenta alta e bombata. Sopracciglia ben disegnate anche se non esageratamente aggettanti, queste fanno da cimiero all’incavo degli occhi, luminosi, vivaci, pieni di curiosità tipicamente femminile, ma senza il vezzo di fissarsi troppo su cose e persone. Anzi, osservandoli bene, si presentano discreti nei movimenti e mai troppo fissanti, quindi immuni da ogni sospetto di attività indagatoria a dimostrazione di un loro controllo educazionale che disdegna come la peste l’invadenza. Il naso di forma aggraziata e regolare, non dimostra particolari elementi su cui dedurre, precipue note caratteriali. Esso però si continua verso la bocca sempre rosea ed in carne con due infossature, le cosiddette pieghe naso labiali, che si fanno particolarmente notare nel loro approfondirsi a causa della pienezza delle guance che sembrano disinteressarsi ,nella loro beatitudine di rosea salute, di queste increspature. Indice di qualche preoccupazione queste pieghe? Se anche fosse, il sospetto viene fugato dalle labbra ben disegnate, che si aprono spesso in un sorriso contagiante, tanto è spontaneo, aperto e senza alcuna malizia. Fatto espressamente per esprimere il desiderio di condivisione, tolleranza verso l’interlocutore, indipendentemente dal suo stato, e per ultimo la vocazione di una comune appartenenza alle cose del mondo. Nulla da dire a proposito del mento, che chiude regolarmente, senza sporgenze, verso il basso, il profilo. Dunque dall’insieme, emerge una gradevolezza di fondo, ma senza la sfrontatezza e l’ ostentazione nell’esibire le proprie grazie giovanili della” Batusa”, come si può ben notare nel monumento dedicato al poeta Faustini collocato, come sappiamo, nei nostri Giardini pubblici. Faccio questa riflessione perché la nostra Massarini cantando in lingua dialettale, causa una certa asprezza del nostro vernacolo, potrebbe essere associata alla famosa bottoniera. Ma così non è. Troppo distinzione, troppo educazione, troppa cultura, la separano dalla ricordata “batusa” e non è sufficiente cantare il dialetto piacentino quello per intenderci del piasintein dal sass, perché parlato dentro le mura, a giustificare un parallelo. A questo punto mi viene un dubbio. Che dialetto, bellezza e sfrontatezza abbiano qualcosa in comune? Certo che il nostro dialetto per quanto difficile da pronunciare e ancora più ostico da scrivere, è bello ed icastico per definire nell’immediatezza uno stato d’animo. Certo che la sfrontatezza, un po’ fa parte del nostro dialetto forse perché nato e cresciuto fra le classi povere e mai divenuto lingua per tutte le categorie sociali e men che meno lingua nazionale. Certo che la bellezza è connaturata alla natura piacentina delle nostre donne. Ma qui un distinguo va fatto. Un conto è la bellezza fisica, un altro il fascino. Il primo si esaurisce nelle forme fisiche del corpo, il secondo trae nutrimento all’interno delle emozioni per poi trasferirsi al corpo, anche se non bellissimo, illuminandolo della luce dell’educazione e della cultura. Rendendolo così un’opera unica e non replicabile. Sensazioni queste e commenti in libertà. Torniamo ora al nostro personaggio e dopo averlo inquadrato psicologicamente anche con il concorso della fisiognomica, abbandoniamo quest’ultima e dedichiamoci alla biografia. Per la quale esistono due filoni passionali in apparenza in contrasto fra loro. Ma solo in apparenza, perché sia la passione verso la terra, intesa come luogo ospitale per l’uomo che la lavora e a cui deve portare rispetto, sia il canto musicale sono due forze che si alleano. Dove i ritmi quello della natura e quello musicale, intersecandosi, diventando spesso una cosa sola. Lo notiamo dal ritmo delle stagioni. L’estate con le sue messi dorate che dà origine al canto bucolico sotto la sferza del sole. L’autunno con i suoi grappoli succosi e maturi, che inebriando la mente, inclina al canto dionisiaco. La primavera con il suo rifiorire di gemme e fiori, che invita invece al canto elegiaco. Infine l’inverno in cui la natura e l’uomo si riposano, che vede quest’ultimo riparato all’interno del focolare a trasformare il canto in preci e la fantasia nelle immagini favolistiche. Di queste due componenti che in realtà, come detto, si intrecciano fino a compenetrarsi, trattiamo per primo, per esigenze didattiche, la passione per la terra, completata attraverso gli studi. Infatti con una base culturale solida, conseguita attraverso la maturità classica presso il nostro Liceo Gioia con la frequentazione in contemporanea del Liceo Nicolini, la nostra protagonista, tanto per confermare quanto detto, consegue la Laurea in Scienza Agrarie. Ma non è tutto. Con la passione non ancora soddisfatta, acquisisce in seguito il Titolo Accademico di Agricoltura Ecosostenibile, per poi completare la sua preparazione frequentando un Master di secondo livello presso il Politecnico di Milano, dedicato al Paesaggio rurale. Iscritta all’Ordine dei dottori Agronomi, da allora svolge la sua libera professione nel campo da lei scelto, che a me piace interpretare come una sorta di estensione dell’ io verso la natura, con i suoi misteri, i suoi risvolti lavorativi, umani ed ecologici. Detto questo, passiamo ora alla sua seconda passione ( che potrebbe essere anche la prima): la musica intesa soprattutto come canto. Comincia presto questa sua attività. All’età infatti di 14 anni si presenta infatti sul palco allestito per l’occasione, in Piazza Cavalli per l’occorrenza della festa del patrono Sant’ Antonino, che come sappiamo ricorre il 4 luglio. Voce corposa e nello stesso tempo morbida ( ritorneremo a parlarne) il successo è immediato. tanto che da allora in ogni edizione della festa patronale, la sua presenza e le sue esibizioni su un repertorio di canzoni vecchie e nuove cantate quasi soprattutto in vernacolo, la vedono puntualmente presente come indiscussa protagonista. Diventando così una piacevole abitudine per i piacentini, tanto che qualcuno ebbe a dire: senza la Massarini, non c’è nemmeno Sant’ Antonino. Il successo iniziale, come dicevamo, la spinge verso impegni con le emettenti private allora in fase di formazione, quali Teleradiocapodistria, Telereporter, Telelombardia, Radiomeneghina ed altre fra cui Rai tre. Intanto conosce ed entra in collaborazione artistica con i Mattia Bazar e con personaggi del calibro di Ivan Graziati , Mike Bongiorno e Pippo Baudo. Lanciata ormai in campo nazionale, avrebbe tutte le carte in regola per sfondare, come si dice, ma invece di continuare a mietere successi, subentra in lei il mai sopito amore per la terra piacentina in fatto di tradizioni, folklore, usi e costumi della gente. In questo modo ridimensiona le aspettative già rosee e rientra nella sua città continuando però gli impegni in modo quasi fenetico. Infatti essendo iscritta all’albo dei giornalisti, collabora con vari articoli con il quotidiano locale, Libertà, poi partecipa ad incontri radiofonici con Radio Sound, e Radio Piacenza . Infine subentrano altri contratti di tipo questa volta televisivo, in particolare con Telelibertà nel 1981, dove conduce una trasmissione molto seguita: Terra Piacentina, dove si parla un po’ di tutto tanto che ogni argomento è buono per descrivere il territorio con tutte le sue tradizioni e contraddizioni. Il successo è talmente clamoroso che viene eletta ambasciatrice della nostra cultura, per conto del Comune e dell’Amministrazione provinciale in Francia, in Svizzera ed in Gran Bretagna. A Piacenza conosce ed è conosciuta un po’ da tutti, a cominciare dagli esponenti di spicco nelle varie sfere di interesse, fra cui ricordiamo Don Luigi Bearesi, Cecco Boni, Umberto Lamberti, Gianni Levoni. Nel 1997 rieccola ad abbracciare la sua prima passione, l’Agricoltura e l’Enogastronomia con un programma che già nel titolo, rivela quello che è: Agricoltura Piacentina. Mi accorgo ora di non aver parlato della sua voce. Rimedio subito. Intonazione perfetta, dizione chiara, scandita, di timbro vellutato, la voce dicevo, ha un volume rotondo che si mantiene uniforme nel salire e scendere le note del pentagramma. Nessuna increspatura o cedimento e poca vibrazione a dimostrazione di una solidità del mantice respiratorio che trova nella colonna sonora sostenuta dal fiato,i giusti punti di appoggio sul palato duro, per poi espandersi in ampiezza acquistando risonanze attraverso le cavità superiori paranasali. Se questo è un giudizio tecnico, ce n’è un altro che forse è più importante .Questo: il recitar cantando di Caccini o ancora meglio il cantare con gioia. A mio avviso con le sue qualità, la nostra, avrebbe potuto cimentarsi nel canto lirico ed i suoi studi con la prof. Eugenia Ratti e con il maestro Roberto Goitre, la avrebbero certamente portata ad interpretare ruoli lirici nella corda di soprano. Ma c ’era e c’è, in lei, un punto interrogativo. Come interpretare il ruolo di eroine verdiane o pucciniane dal destino tragico per effetto anche della malattia, da parte di una interprete votata all’ottimismo e alla gioia di vivere? Forse avrebbe potuto interpretare la Rosina del Barbiere o l’Adina dell’Elisir donizzettiana ? Forse. Sta di fatto a riprova della sua classe, che oltre alla musica leggera, ha partecipato a quartetti di musica sacra e barocca, dimostrando di essere perfettamente in ruolo anche in generi musicali diversi. Una ulteriore dimostrazione, l’aver interpretato, come seconda interprete, dopo il tenore F. Labò, l’Ave Maria composta da padre Gherardo in occasione del settantesimo anniversario dell’Istituzione della Casa del fanciullo. Composizione musicale a lei consegnata , come attestato di riconoscente amicizia, da parte dello stesso frate sotto forma di manoscritto originale. Ed ora spazio ai premi di cui voglio ricordare solo l’ultimo, consegnatole da Auser, dopo la manifestazione: Poesie e Serenate sotto le Stelle presso la Muntà di Ratt nel giugno 2017. Questa la motivazione: grande esempio di solidarietà e cuore della piacentinità. Ed a proposito di piacentinità, tanto per non perdere il vizio di non sentirsi mai disoccupata, oggi Marilena Massarini dirige il coro della Basilica di Sant’Eufemia

In conclusione cosa altro posso aggiungere, dopo queste mie molto personali considerazioni, sulla nostra protagonista? Uno solo che però vale per tutti e che ho già accennato all’inizio. Questo. Che ha avuto il merito di dare spazio alla bambina che è dentro di lei, per sottrarsi ai condizionamenti di un vivere piatto senza illusioni . Per la verità tutti noi dovremmo fare i conti con quel bambino, presente in ognuno, che si rifiuta di accettare la eccessiva seriosità dell’adulto e che ci spinge, spesso inascoltato, ad essere più compiutamente noi stessi, eliminando sovrastrutture e pregiudizi. In sostanza a volere essere piuttosto che apparire. Ma esserne capaci, non è facile. In questo invece, la Massarini ci è riuscita attraverso le due passioni già accennate. Ma soprattutto attraverso il canto spontaneo e gioioso, come appare felice la sua persona. Ed allora non mi resta che chiudere con i versi del nostro concittadino Luigi Illica, messi in bocca a Gerard nell’Andrea Chenier, il quale, auspicando l’illusione di fare del mondo un Pantheon e gli uomini in dii mutare, traduce in termini poetici, la stessa vocazione che da sempre ha avuto la nostra protagonista. Quella di vagheggiare il perfetto binomio fra natura e uomo e dare a quest’ultimo la gioia di esistere in un mondo, in lei quasi mitizzato, attraverso il rapporto religioso (e canoro) fra uomo, dio e natura.

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