Anticaglie

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Ritratto di Renato Zurla

Renato Zurla

Ritratto strano questo di Renato Zurla per almeno due motivi. Perché ci ricorda da una parte un frate francescano e dall’altra il volontario di una associazione umanitaria. Del primo in verità non porta né il saio, né a quanto mi risulta ha preso i voti di povertà e castità. Del secondo invece la determinazione a portare avanti le sue idee, che si manifestano soprattutto nell’aiutare gli altri. Detto così sembra una disposizione generica che non coglie tutta l’importanza dell’uomo in questione. Ma siccome a me non piace la retorica, nulla è stato detto a sproposito. Nel senso che , veramente, il nostro uomo ha impostato la sua vita professionale ed umana nel dedicarsi ai più deboli della catena sociale. Quelli che sono appena in grado di provvedere a se stessi e poi anche quelli che non raggiungono l’autosufficienza per soddisfare nemmeno i bisogni elementari. Fra questi ci sono anche persone che per tanti motivi si sono persi , cosi si usa dire, nei paradisi artificiali della droga. Nei confronti di quali, il nostro è sempre stato disponibile all’aiuto non solo farmacologico, ma soprattutto con la partecipazione umana. Senza guardare le colpe, ma solo gli errori che devono essere curati, mai ricorrendo ad un giudizio di condanna. Infatti il comportamento deontologico si basa proprio su questo assunto: non giudicare le colpe, ma solo curare i loro effetti. Condotta questa, sempre rispettata dal nostro, che agli aspetti tipicamente farmacologici ( è laureato anche in Farmacia) ha sempre associato quelli umani e umanistici, al fine di considerare il malato una persona bisognosa di attenzione nel senso più ampio del termine. In cui la partecipazione emozionale, il cosiddetto pathos di antica memoria classica, costituisce spesso il corroborante migliore per far superare al paziente quello stato di isolamento, cui è destinato, per essere emarginato e spesso rifiutato dal consesso sociale. Detto questo, il nostro personaggio mi ricorda un certo Seneca, filosofo stoico, che considerava il giusto rapporto medico-paziente, l’elemento fondamentale per creare quella condizione di fiducia, che costituiva e che anche oggi dovrebbe costituire, il primo anello della catena terapeutica. Questi concetti che si basavano anche sul confronto fra apatia, intesa come assenza di passioni ( il già citato pathos) e l’atarassia come mezzo per non farsi travolgere dalle stesse passioni, includevano per diventare saggi, anche la disponibilità o l’aiuto verso gli altri, i deboli in particolare. Tutte considerazioni filosofiche queste, oggi considerate superate dalla supremazia dilagante tecnocratica, che ambisce a sostituire all’uomo la macchina. Se così stanno i fatti, il nostro personaggio non si e mai curato di assecondare questa deriva, consentendo alla philia, che vuol dire amicizia, la possibilità a superare l’ostacolo, che si frappone fra medico e paziente. Arrivando anche a considerare nella giusta importanza, le dinamiche psicologiche, spesso causa o concausa di molte malattie organiche. A dimostrazione che l’uomo è una realtà molto complessa, dove l’interazione mente- corpo è talmente intrecciata, da rendere inaccettabili i confini arbitrariamente stabiliti da una mentalità meccanicistica. In tutto questo procedere, per quanto abbia prima evocato la figura del frate, non mi sono mai posto se il nostro personaggio persegua, nei suoi comportamenti, anche un fine religioso. Confesso che la cosa mi interessa fino ad un certo punto e penso che anche i lettori non si straccino le vesti per la voglia di sapere come stanno esattamente le cose. La ragione sta nel fatto che, nei nostri discorsi, non abbiamo mai fatto cenno alla fede religiosa. Il perché è presto detto e l’impressione è che il nostro, senza, a mio avviso, rinnegare il problema religioso, abbia preferito ancorare deontologia e correttezza dell’esercizio medico, al problema morale, il quale, come si sa, agisce di per sè e non si cura delle distinzioni fra laicismo e religiosità. Questione questa, che se sostenuta con atteggiamento integralista, diventa solo una occasione di distinzione formale, senza intaccare per niente la sostanza dei fatti. Ovvero, nel caso nostro, il comportamento da tenere verso il malato. Per finire con questa lunga premessa, va ancora precisato che il nostro personaggio, è sempre stato animato dalla voglia di guarire nella misura direttamente proporzionale alla gravità della malattia, ricorrendo se il caso, all’incremento della partecipazione emozionale. Parlare oggi di vocazione dell’esercizio medico, è un argomento sempre più difficile da sostenere, causa l’abitudine di ridurre il rapporto con il paziente ad un contratto scritto, dove la componente della comunicazione verbale è deficitaria o assente. Il risultato è quello di rendere il paziente proprietario di un corpo, ma senza anima. Se dicendo queste cose si corre il rischio di cadere nella retorica quasi da libro cuore, devo dire che il nostro personaggio di tutto questo modo di comportarsi, non si è mai curato. Né mai è stato mosso dall’arrivismo di carriera o dagli allettamenti della gratificazione e degli elogi, spesso solo convenzionali, oggi però considerati indispensabili per raggiungere il successo, costi quel che costi. L’apparire allora che si sostituisce all’essere in tutte le possibili contraddizioni, in cui tutti gli uomini , chi più e chi meno, sono coinvolti, pone però anche la necessità di porre, per non fare di tutta l’erba un fascio, un preciso distinguo. Fra chi si adopera per privilegiare i meriti e chi invece naviga vero il basso ,fra le morte gore della pigrizia, dell’ incapacità o dei condizionamenti economici. Ecco allora il punto. Renato Zurla fra pregi e difetti, ha sempre cercato di puntare verso i primi. Che ci sia riuscito? E’ questo un interrogativo, che cercherò di negare o confermare, ricorrendo, come mio costume, a quella ex scienza , rappresentata dalla fisiognomica, cui un tempo le si riconosceva una base scientifica. Basata sul principio di considerare nel corpo umano questi tre caratteri: proporzione, prospettiva e simmetria, i quali, come sosteneva Leon Battista Alberti, si ancorano a loro volta, sullo studio dell’ anatomia, del movimento e dell’espressione. Per fare questo, bisognerà addentrarsi fra i segni che costituiscono i volti. Di questi saper valutare il rapporto fra fronte e guance, poi fra queste ultime le labbra e le narici del naso ed infine con il cavo degli occhi. Da questa analisi, si potrà dedurre se l’uomo esaminato è di spirito allegro oppure di cogitazione pensosa. Ed allora poniamoci la prima domanda. Come ci sembra il nostro personaggio attraverso la prima impressione che ricaviamo dall’osservazione del suo viso? Questa, la risposta. Una via di mezzo fra una serenità contenuta ed il pensiero che sembra non lasciarlo mai libero. Per essere più precisi, l’atteggiamento è quello di confrontarsi con qualsiasi interlocutore, senza assumere pose di sufficienza e di spocchiosa superiorità. Anzi , l’impressione generale sembra orientata verso lo spirito di tolleranza, al fine di non frapporre ostacoli alla comunicazione, indipendentemente da considerazioni riguardanti il censo o la rappresentatività dello stato sociale. Ma passiamo ora ad osservare i singoli particolari, cominciando dalla fronte. Ampia e bombata è priva di evidenti pieghe trasversali se non quelle legate all’età, non più giovanissima ( vedi la biografia) che qualora fossero presenti, deporrebbero per la presenza di pensieri legati a lamentazioni occulte o palesi. La stessa favorevole impressione, riguardano le sopracciglia cespugliose, ma essendo ben arcuate nel disegno, più che all’uomo iracondo, rimandano ad un carattere deciso, ma nello stesso tempo cauto. Sotto a queste sporgenze, compaiono gli incavi degli occhi. Poco mobili, osservano cose o fatti in modo statico e così tradiscono quel pensiero, interiorizzato e riflessivo che è una sua caratteristica. Insomma l’organo visivo, più che vedere gli eventi esteriori, cerca di interpretare quelli reconditi. Questo il loro messaggio:” intendiamoci, io sono disponibile al confronto e non ho pregiudizi” . Passiamo alle guance, di colorito roseo, residuo del bambino che ognuno si porta dentro, le quali appena arrotondate , presentano, nel loro mezzo, un naso abbastanza sviluppato soprattutto verso le narici. Le quali al posto di rivoltarsi verso il basso, dando l’impressione al naso, di un andamento curvilineo o adunco, espressione di persone dalla personalità votata al dominio, zoo morfologicamente riscontrabile nell’uccello rapace, il naso dicevo, nel suo appiattirsi verso il basso, denota un carattere sostanzialmente pacifico, da buon padre di famiglia, tutto teso a proteggere, oltre a se stesso, la prole. Intendendo per prole, metaforicamente, le persone deboli. Fra il naso e le labbra due baffi folti, di colore ormai bianco e di aspetto esuberante, stanno lì a far mostra ( bella?) di sé, con l’intento di voler chiedere nuovo spazio per poter continuare a crescere in lunghezza. Cosa vogliono dire? Poco o nulla. Solo una certa vanità che come in tutti gli uomini, alberga anche nelle persone altruiste e generose, come il nostro. Ho parlato delle labbra, ma non della bocca, spesso aperta ad un mezzo sorriso più di coinvolgimento emotivo che di divertimento. Tanto che persino quando il sorriso si allarga trasformandosi in riso, questo non è mai visivamente franco , convincente e fragoroso. Rivelando in questo modo, la prudenza di non superare certe soglie di eccessiva sensibilità o permalosità da parte dei possibili interlocutori. Al di sotto della bocca, sta il mento che non offre nulla di particolare da evidenziare, alla ricerca di eventuali pregi o difetti. Solo concorre anatomicamente a chiudere verso il basso il viso, per confermare una certa regolarità dell’insieme. E dei capelli cosa dire? Questi mancano nella parte alta e centrale della testa, sostituiti da piccoli ciuffi di lanugine, mentre sono presenti sulle tempie dove si notano le orecchie, sviluppate quanto basta e ben appiattite , senza quindi nessun accenno alla morfologia a ventola. I capelli rimasti quindi che danno al nostro l’aria di un senatore romano , oltre che bianchi sono lisci e questo è una gran fortuna per il nostro, che conferma l’impressione, fin qui descritta, di un uomo dal carattere dolce e tranquillo e non viceversa collerico e impulsivo come sarebbe stato in caso di capelli ispidi e spessi. Posto che per i collerici, esiste sempre l’eventualità, in caso di mancato controllo di questi eccessi caratteriali, di incamminarsi sulla strada, mai completamente esplorata, della follia. A questo punto, bisognerebbe chiudere con la nostra fisiognomica, ma c’è ancora un particolare che merita un cenno : le mani. Queste, specie durante le occasioni pubbliche, quali le conferenze del nostro, osservandole, non stanno mai ferme, si intrecciano , si incavigliano, si avviluppano, a dimostrazione che non sempre il carattere si dimostra calmo come fin qui descritto, causa la tensione che con questi movimenti si manifesta, mascherandosi. Visionato il carattere del nostro uomo attraverso questa descrizione dei segni legati a questa antica forma di scienza rappresentata, ormai lo sappiamo, dalla fisiognomica, parliamo ora della sua evoluzione. Da questa infatti deriveranno queste specializzazioni, l’antropologia, la frenologia , lo studio della componente piscologica, che si trasformerà in seguito nella psicoanalisi, prima con Leibniz e successivamente con Freud. A questo proposito, vale la pena precisare che questa primitiva branca del sapere, si prefiggeva addirittura il compito di coniugare scienza medica ( ma è giusto parlare di scienza?) con l’arte figurativa , entrambe alla base del nostro patrimonio culturale? Per cui questo binomio non deve indurci nella tentazione di sopravvalutarla, ma nemmeno commettere l’errore opposto di sottovalutata integralmente.? Lascio il dubbio ai lettori, perché ormai è giunta l’ora di passare da un questione opinabile, la fisiognomica, ad un’altra di natura invece realisticamente certa, rappresentato dalla biografia. Comincio con fare sintetico. Renato Zurla nasce a Piacenza nel 1946 per poi trasferirsi come abitazione a Travo, il ridente paesino prospicente la Trebbia. Dopo aver conseguito la Maturità scientifica al Liceo L. Respighi della città, anche spinto da necessità famigliari, si laurea in Farmacia, nel 1971 all’Università di Parma. Ma la sua vera vocazione umana e professionale è un’altra. Sente il desiderio di diventare medico e si laurea alla Facoltà di Medicina e Chirurgia nel 1988 all’Università Statale di Milano. Ho parlato di vocazione, tanto che attraverso l’impegno allo studio consegue diverse specialità . Queste: Malattie respiratorie, Fisioterapia respiratoria riabilitativa e Tossicologia medica. Passiamo alla professione. Assunto come medico presso il S.E.R.T., acquisisce la responsabilità del Day hospital del reparto ospedaliero di geriatria, fino al 2012, ed in seguito diventa il “dominus” del reparto di Lunga Degenza e di Tossicologia. Responsabile fino poco tempo fa della Fondazione Gasperini a Pieve di Dugliara e del ricovero Maruffi, attualmente ricopre l‘incarico di Direttore sanitario del Centro Medico Riabilitativo, Rocca alla Besurica. Da ricordare inoltre che per circa 6 anni ha svolto l’incarico di docente universitario presso la scuola di specializzazione in Tossicologia all’Università di Modena e di Reggio Emilia. Ma non è finita. Alla intensa attività medica si associa quella di volontario della Croce Rossa Italiana, dove scalerà tutte le cariche diventando Presidente Provinciale, quindi Regionale e poi anche membro della Commissione nazionale. Istituzione della Croce Rossa, dicevo, per la quale e con la quale acquisterà risonanza e fama oltre che a Piacenza a livello nazionale e internazionale, causa le numerose missioni all’estero di cui si ricordano quelle a Cuba, in Iraq, in Israele ed in pratica in tutto il Sud-Est asiatico. Ma ancora non è tutto, anche la politica lo assorbe, prima come amministratore nei comune di Coli e di Bobbio e poi dal 1994 al 95 in veste di Presidente della Provincia di Piacenza. Anche se le occupazioni sono tante ed il tempo poco, trova anche il modo e l’ispirazione per scrivere libri su argomenti legati ad esperienze di vita quali le già citate missioni internazionali ed altri inerenti la professione , con particolare riferimento all’invecchiamento, ed alle tossicodipendenze. Di questi libri scritti, mi limito a citarne uno solo in particolare, dal titolo: Il coraggio di rinascere… cinque anni dopo. Trattasi di una drammatica descrizione di una grave malattia, da lui contratta forse all’estero, che senza la sua capacità di lotta e la fiducia nella medicina e nei colleghi, avrebbe compromesso le sue capacità cognitive. Invece dopo una lunga parentesi di buio, durata appunto cinque anni, la luce della conoscenza è ritornata con tutto il suo chiarore nella sua mente, onde sconfiggere le ombre di una memoria vacillante, tornata poi perfettamente normale, come tutto il corredo delle altre funzioni cerebrali. A questo punto , non mi resta che affrontare, la sintesi finale cui spesso sottopongo i personaggi dei miei ritratti, cercando di dare risposta a questa domanda: ma chi è in definitiva il personaggio Renato Zurla?. Il responso forse non sta nella dovizia delle sue attività intellettuali e culturali per le quali se fosse un uomo del secolo dei lumi, dovremmo scomodare l’aggettivo enciclopedico. Infatti, se avessimo dei dubbi fra quale attività scegliere per rendergli gli onori dovuti, è lui steso che ci toglie dalle ambasce , chiarendoci la quintessenza della sua natura con la seguente la frase: “ mi sono sempre impegnato a sostenere iniziative culturali e scientifiche ma ho sempre cercato di rivolgerle soprattutto nella direzione di aiutare i più deboli”. Vi basta?

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