Anticaglie

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Siri sì, Siri no

Siamo alle solite. Un politico, nel caso un sottosegretario, è indagato dalla Magistratura. Il capo d’imputazione, quasi il solito per il politico di turno, corruzione. In più ci sarebbe pure nel caso specifico, un rapporto collusivo con la mafia. Che dire? In un paese serio, la questione dovrebbe essere definita dalla stessa Magistratura, ma in poco tempo. Invece da noi la Magistratura prende tempo (troppo) e così quello che dovrebbe in teoria essere un avviso di garanzia, viene interpretato a livello mediatico come una colpa a prescindere, in base ad una posizione chiamiamola ideologica. Nel caso specifico dato che la questione riguarda un esponente di governo, un sottosegretario come detto, poiché lo stesso governo è sostenuto da due coalizioni, altrettante sono le posizioni: una giustizialista ed una garantista. In realtà le cose non sono proprio così. Perché anche i cosiddetti accusatori non se la sentono di accusare fino in fondo. Si limitano a chiedere le dimissioni dal ruolo di governo dell’inquisito e poi si vedrà visto che tutti quelli che accusano o difendono dichiarano di aver fiducia nella Giustizia. Cosa questa alquanto strana, per non dire sospetta, in quanto chi ha un minimo di conoscenza di questioni psicologiche sa che questa frase quando la convinzione è certa, non ha ragione di essere detta. Ma andiamo avanti. Se questa posizione riguarda i 5 Stelle, dall’altro lato troviamo la Lega che deve difendere il suo sottosegretario Siri , da un’accusa considerata impropria e ingiustificata. Le rispettive posizioni sono rispettivamente impersonate dai segretari dei due patiti che sono anche vice ministri. Di Maio, che ultimamente soffre forse di complessi di inferiorità nei confronti di Salvini in crescita nei sondaggi, mentre lui si trova nella condizione opposta di dover giustificare una diminuzione dei consensi, gioca, per recuperare un po’ di prestigio, la battaglia dell’intransigenza con la frase: Siri si deve dimettere. E poi ancora. E’ questa una decisione politica perché un sospettato indipendentemente dalla risoluzione giudiziaria non può stare al governo. Giusto? Sbagliato? Per Salvini è appunto sbagliato. Non si può condannare, egli dice, un politico e per estensione qualunque cittadino sulla base di un avviso di garanzia. In una società di diritto, continua, ogni persona è innocente fino al terzo grado di giudizio. Campa cavallo ci viene da dire. Infatti con la lentezza ormai cronica della Magistratura, bisognerà arrivare alla calende greche che come si sa non arriveranno mai o con tale ritardo da raggiungere lo stesso scopo. Allora chi ha ragione? Difficile dirlo perché entrambi e parlo dell’accusatore e del difensore d’ufficio, un po’ di ragione ce l’hanno. In pratica, queste le due posizioni contrapposte: opportunità politica da un lato , questione di diritto dall’altro. Ma entriamo più nel dettaglio e cominciamo dall’opportunità politica. E’ risaputo come non sia edificante vedere e sentire parlare un sottosegretario di questioni importanti, quando c’è su di lui un’inchiesta da parte della Magistratura. Che potrà essere in seguito anche smentita, ma intanto genera un sospetto da parte di chi vorrebbe i propri rappresentanti politici integri nelle questioni morali tanto da risultare immacolati. Vero. Ma qui si apre un problema che riguarda la Magistratura, in base a precedenti casi di persone considerate colpevoli per gravi reati e poi assolti. Una questione dunque che si esprime in una domanda: siamo sicuri che le indagini non siano mai condizionate dall’ideologia, o meglio dalla politica che sappiamo ormai si è infiltrata fra i magistrati ed i giudici? Io non ne sono convinto, cosicché dando credito ad ogni avviso di garanzia, questa diventerebbe l’amara conclusione. Che la politica diventa subalterna ed il potere passa al magistrato. Ed allora sono guai causa la confusione degli stessi poteri, fra organi esecutivo e legislativo e quello giudiziario. Dalla padella alla brace il passo è breve. Di contro il tema salviniano dello stato di diritto che tutela chiunque fino a sentenza de finitiva. Su tale posizione non ci sarebbe nulla da eccepire, ma solo in teoria. Perché quando le sentenze vanno per le lunghe e noi sappiamo come queste vanno, il sospettato è già in realtà condannato. Sia sotto il profilo economico con i costi per la difesa, che psicologico per lo stato di sofferenza anche sul piano fisico ed infine mediatico causa il comportamento dell’opinione pubblica che fra le due condizioni di colpevole o innocente, opta sempre per il primo. Perché? Per il problema psicologico di trovare sempre un capro espiatorio in grado di salvaguardare i peccatucci individuali di cui nessuno o quasi si sente immune. Dunque, ritornando al titolo da che parte stare? Non dalla parte di Di Maio e neppure da quella di Salvini. Allora dalla parte della Magistratura? Risposta questa obbligata ,se avessimo una Magistratura svelta ed efficiente. Ma poiché così non è, non abbiamo alternativa. E la soluzione all’italiana potrebbe essere quella di convincere Siri a dare, sua sponte, le dimissioni, per alleggerire il premier Conte da una decisione che gli pesa, come terzo incomodo. Ma così facendo, promettendo allo stesso Siri, una volta stabilita la sua estraneità ai fatti, un promozione nel governo, questa volta fatta con tutti gli onori nei confronti di chi si è immolato di fronte alla Giustizia. La quale nell’eventualità dell’accertata inconsistenza delle prove a carico, dimostrerà ancora una volta di aver fatto un buco nell’acqua. In caso contrario invece, dovremo rinunciare ad un martire, con la scoperta di un colpevole, ma ormai depotenziato nelle sue funzioni e quasi dimenticato dall’opinione pubblica, sia perché nel frattempo sarà passato troppo tempo, sia per altre questioni, in una società in crisi di certezze come la nostra, si affacceranno alla ribalta dell’attenzione. Forse ancora più gravi. In pratica si salvi chi può. 

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