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Inevitabile il sostegno alle banche, ma sia almeno condizionato ad un ricambio dei dirigenti

Marco Mazzoli 2 luglio 2012

Si dice spesso che il 15 settembre 2008 il mondo è cambiato. E, in effetti, il fallimento del colosso finanziario Lehman Brothers fu uno shock che cambiò il modo di pensare degli operatori finanziari. La crisi dei subprime si era manifestata da circa un anno, l’incertezza sui mercati cominciava a pesare gravemente sulle economie e il “credit crunch” (la contrazione dei crediti alle imprese da parte del settore bancario) aveva già iniziato a produrre danni profondi all’economia reale e alla produzione dei beni materiali. Già erano stati predisposti robusti interventi delle autorità monetarie americane e britanniche a sostegno dei loro settori bancari, eppure…

Eppure non molto era cambiato nelle pratiche gestionali delle banche. Certo, si era modificato il comportamento e la strategia degli investitori finanziari, ma fu con notevole sorpresa che le autorità monetarie statunitensi dovettero stigmatizzare pubblicamente la decisione di molte banche di utilizzare parte degli aiuti finanziari ricevuti per aumentare i cosiddetti “premi di produzione” dei loro manager…

Gli stessi manager che avevano contribuito al disastro con svariate operazioni speculative: dalla “cartolarizzazione” di mutui immobiliari inesigibili alla vendita allo scoperto sul mercato dei derivati e altre amenità del fantastico mondo dei mercati finanziari globalizzati e non disciplinati.

Ma che cos’è che rendeva così baldanzosi e sicuri di sé i manager finanziari? Una semplice verità lapalissiana… Quando una banca d’affari o un gruppo finanziario è molto grande, tanto grande da avere una raccolta e un volume di intermediazione con un ordine di grandezza paragonabile al PIL di un Paese medio-piccolo e, soprattutto, una rete di rapporti finanziari così ampia e articolata da coinvolgere alcuni milioni di soggetti (tra aziende, banche, privati cittadini) il suo fallimento genererebbe un devastante effetto a catena che si trasmetterebbe a tutta la propria immensa e diffusa clientela, mettendo in ginocchio intere nazioni. Ebbene, la semplice consapevolezza di questo fatto (in gergo economico si definisce “too big to fail”) donava (e dona) ai vertici di questi colossi finanziari una sorta di sentimento di onnipotenza e di intoccabilità.

I maligni e i malpensanti dicono che fu proprio per rompere questo sentimento di intoccabilità che Ben Bernanke, il 15 settembre del 2008 lasciò fallire Lehman Brother, applicando nei fatti un adagio che fino a quel momento apparteneva solamente all’agiografia maoista: “colpirne uno per educarne cento”! Da allora, qualcosa è cambiato nel modo di pensare dei top manager finanziari. Ma per fare questo, per “disciplinare” una minuscola minoranza di manager ultra-privilegiati, si è dato un colpo al settore finanziario e  all’economia mondiale che, per molti Paesi, è stato ed è tuttora durissimo.

In epoca di durissimi sacrifici e di sofferenza, in cui in tutto il mondo aumenta la fascia di persone sotto la soglia della povertà, è quanto mai indispensabile mantenere quel minimo di parvenza di senso etico, senza il quale la coesione sociale è distrutta e lo scontro sociale è inevitabile: se le banche godono di “salvataggi” con denaro pubblico, pagato da contribuenti sempre più poveri, si chieda almeno, come “condicio sine qua non” il licenziamento e la sostituzione di quei manager strapagati che hanno fatto scelte totalmente sbagliate. O il licenziamento deve valere solo per i lavoratori e i giovani precari?

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