Libertà di pensiero

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Bellocchio come Rosi: il cinema, la storia

Marco Bellocchio

Nel 1962 usciva un film in Italia che aveva provocato qualche polemica, pensiamo ad esempio all’intervento della censura ed al relativo nulla osta n. 36202: taglio di alcune scene e vietato ai minori dei 16 anni. Il film era “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi. L’unico vero film a quella data, sulla Sicilia ed i Siciliani.

Eravamo negli anni Sessanta, quando ancora si sosteneva che la mafia era una invenzione dei giornalisti: per molti e per molto tempo lo sarà ancora. Tommaso Buscetta nelle sue dichiarazioni negli anni Ottanta a Giovanni Falcone, così conferma:“La creazione “Mafia” è una creazione letteraria… Nel suo insieme, questa organizzazione si chiama “Cosa Nostra”, così come negli U.S.A.” queste parole come tante altre verbalizzate, vengono riportate nel film di Bellocchio “Il Traditore”, uscito da pochissimo nelle sale cinematografiche ed in gara al Festival di Cannes.

La mafia era Cosa Nostra, la si sarebbe potuto chiamare diversamente ma sempre un’associazione a delinquere sarebbe stata e rimasta. Il film di Rosi aveva messo in evidenza “le carenze e i vizi della nazione stessa, e dello Stato che ne emana, giunsero ad ignobili estremi; e come il mito della 'legge', l’autorità dello Stato, una certa concezione del parlamentarismo ne uscivano di per sé disgregati” (L. Sciascia). Il processo di Viterbo del 1953 si conclude con pesanti condanne per i banditi, Pisciotta (il vero assassino di Giuliano) che in aula aveva promesso rivelazioni sui mandanti politici della strage su Portella della Ginestra (primo maggio 1947), verrà avvelenato in carcere.Il processo di Viterbo non avrà nessuna appendice che possa processare i mandanti politici della strage, ministro degli interni era Mario Scelba.(“C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi” - così Li Causi alla Camera dei Deputati-;“Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi” - Carlo Ruta)

Il processo che si è celebrato a Palermo dal 1986 all’87, che prende il nome di maxiprocesso alla mafia, può essere paragonato a quello di Viterbo del 1953. Ambedue i tribunali sentenziavano giustamente pesanti condanne: per i banditi della banda Giuliano (Viterbo) come per i mafiosi dichiarati e conclamati (Palermo). Unica differenza è il conseguente processo al mandante politico. Non ci fu nessuna appendice giudiziaria per il processo di Viterbo, il provvidenziale avvelenamento di Pisciotta in carcere aveva messo tutto e tutti a tacere, mentre come vedremo c’è stata un’appendice per il maxiprocesso di Palermo.

Ed è il maxiprocesso alla mafia il punto di maggior respiro del film di Bellocchio, dove la cronaca diventa storia, quella storia tangibile e consultabile come si tocca con mano (anche fisicamente) nel museo di Corleone (il C.I.D.M.A. - Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e del movimento Antimafia) dove fa impressione vedere tutti i faldoni allineati di quel famigerato processo.

Diverse dichiarazioni di pentiti portarono gli inquirenti al cosiddetto terzo livello, il livello politico, tra questi vi furono quelle diTommaso Buscetta, il quale dichiarò che il “referente politico nazionale cui Lima Salvatore si rivolgeva per le questioni di interesse di Cosa Nostra, che dovevano trovare una soluzione a Roma, era l’onorevole Giulio Andreotti”. Andreotti, nel film viene fatto intravedere in mutande, incrocia casualmente Buscetta in una sartoria. Il processo ad Andreotti iniziato a Palermo nel 1993 termina a Roma nel 2004, fin quando con sentenza definitiva viene confermato il reato di partecipazione ad associazione a delinquere, ritenuto prescritto: viene riconosciuto un associato di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980.

Sto parlando di processi e di mafia, di collusione e corruzione, anziché del film, ma il cinema è proprio questo: far riflettere sulle storie che narra, storie private o pubbliche, maggiormente nel nostro caso specifico dove la storia del personaggio principale si intreccia con la storia di una Regione, anzi no, di uno Stato e della sua politica. Se un premio va dato ad un film, visto che ad un Festival del cinema ci troviamo, questo premio va dato a tutti i protagonisti dal regista, agli attori, di questo film: Il Traditore.

Titolo che non rispecchia fino in fondo la concezione di Buscetta, il quale più che traditore si considerava un giustiziere: ha usato lo Stato per farsi giustizia, e farsi giustizia voleva significare vendicarsi della mafia corleonese che intorno a lui aveva fatto terra bruciata, uccidendo tutti i suoi parenti, dal cognato ai figli. I veri traditori erano, a suo dire, i nuovi malavitosi che non rispettavano più le convenzioni di un codice d’onore secolare, come il risparmiare qualsiasi violenza alle donne ed ai bambini.

Bravo Marco Bellocchio, bravi gli attori da Pierfrancesco Favino a Luigi Lo Cascio.

Ho rivisto la critica degli anni sessanta-settanta sul film di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano”, posso dire che calza a pennello al nostro film, basta sostituire a Rosi, Bellocchio, a “Salvatore Giuliano” “Il Traditore” ed il giuoco è fatto, se qualche dubbio vi rimane state a vedere, di seguito riporterò solo qualche frase, le altre potete benissimo divertirvi a trovarle da soli ed adattarle. Infatti con Carlo Levi potrei benissimo dire: “Se dovessi definire con un solo aggettivo il bellissimo film di Bellocchio ‘Il Traditore’ direi che questa è un’opera giusta. È giusta sia sul piano poetico, ed è giusta sia sul piano della realtà e della sua interpretazione”. Mentre condividerei il giudizio politico di Antonello Trombadori: “Ma il motivo essenziale risiede, a mio avviso, nell’essere Il Traditore un film che tenta di fare scattare nello spettatore la molla della coscienza civile. Sulla scrupolosa ricerca storica del regista mi farei suggerire le parole da Guido Piovene, prima: “Può darsi che in nessun paese del mondo una realtà attuale e scottante come quella del film di Marco Bellocchio su Il Traditore potrebbe essere affrontata e aggredita con così intrepido scrupolo della verità”. E, da Jean Gili, poi: “Implicitamente, Il Traditore si pone in equilibrio fra il recente passato storico e l’attualità immediata, quella stessa che condiziona il nostro vissuto davanti ai problemi politici non risolti. E per finire Mario Soldati: “Un cinema storico e critico. E anche lirico, per la forza stessa delle immagini. Una vetta, che difficilmente sarà superata”.

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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