Libertà di pensiero

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Il teatro greco di Siracusa: Elena e Le Troiane di Euripide

Non bisogna stancarsi mai di volere la pace. Di lottare per la pace. Non è una riflessione del terzo millennio, ma una considerazione di un drammaturgo vissuto nel V secolo, ancora prima dell’anno zero. Un drammaturgo che aveva capito come la guerra è portatrice di sventure non solo per i vinti, ma anche per i vincitori. E chi ne fa le spese sono soprattutto le donne, tutte le donne, dei vincitori come dei vinti. Il presente è antichissimo: ce lo ricorda lo sguardo doloroso ed assente delle donne che sui barconi vagano sul mare, stringendo al petto i loro piccoli, le profughe delle guerre di terre a noi vicine che cercano riparo in porti che le possano salvare dalla distruzione e dalla morte.

Il presente è antichissimo e lo tocchiamo con mano assistendo alle tragedie greche di Euripide, quest’anno in scena al teatro greco di Siracusa per la cinquanta centesima stagione. Le donne e la guerra è il tema che si è dato quest’anno l’INDA (l’Istituto Nazionale del Dramma Antico). Ed è un tema ben rappresentato dalle due tragedie di Euripide che sono riuscito a vedere quest’anno, nei giorni di apertura delle rappresentazioni, il 9 ed il 10 di Maggio. La terza rappresentazione Lisistrata (che non ho visto) è invece una commedia (un genere che non prediligo) di Aristofane, parla anch’essa di guerra e di donne, è un’opera antesignana del protofemminismo: evitare rapporti sessuali come mezzo di dissuasione per far cessare la guerra.

Le città, i personaggi, i temi, oggi come ieri si sono sempre intersecati in una serie di coincidenze dettate dal destino (dal Fato o dalla Provvidenza, poco importa). Pensiamo ad esempio che a Siracusa ci sarà anche un po’ di Piacenza nella programmazione di quest’anno. Luca Zingaretti reciterà La Sirena di Tomasi di Lampedusa, spettacolo già visto nel nostro Teatro Municipale “G. verdi”, una sera di fine marzo del 2009: spettacolo breve ma intenso, un andirivieni tra Nord e Sud, dove Lighea, figlia di Calliope, diviene il pretesto per costruire un mondo passionale, dove l’estasi (l’amore per il mondo classico e l’amore sensuale) costituisce la struttura portante della storia. Oltre Piacenza, ci sarà un po’ anche Milano al teatro di Siracusa. Non a caso il regista Davide Livermore che aveva inaugurato alla Scala la stagione operistica con l’Attila di Verdi, firma adesso la regia dell’Elena di Euripide.

Se è vero che un elemento come l’acqua è stato l’archè, il principio di tutte le cose della filosofia naturalista di Talete e l’origine della speculazione filosofica tout court, allora si capisce bene come l’elemento che accomuna le opere di Euripide, come di tutte le storie della Grecia antica, sia il mare. Così, allora come oggi, sul mare hanno viaggiato e viaggiano storie di avventure, o meglio di disavventure, per lo più storie dolorose di vinti, talvolta anche di speranze.

Sappiamo della distruzione di Troia, dei lutti e della sofferenza dei suoi abitanti, ma ciò nulla toglie ai tormenti dei vincitori: la lontananza per dieci anni dagli affetti più cari, il ritorno durato tantissime lune ancora, basti pensare ad Odisseo. È ancora più tragico ricordare il sacrificio di Ifigenia figlia di Agamennone come rito propiziatorio per iniziare il viaggio verso Troia. I guerrieri valorosi come Ettore muoiono in guerra, i loro figli, come Astianatte (ancora bambino) vengono uccisi dai Greci: il dolore di Andromaca non sarà stato minore di quello di Clitennestra. Nelle guerre muoiono gli uomini, padri e mariti, rimangono superstiti le donne, che spesso non hanno destino migliore, visto che saranno rese schiave come nell’opera le Troiane. Spesso, come in tempi a noi prossimi, le donne dei paesi in guerra sono invece costrette ad essere profughe, ad affrontare viaggi estenuanti, a subire violenze tanto da rimanere incinte dai propri carnefici, a subire mutilazioni.

La scelta del regista Livermore di allagare l’orchestra, lo spazio semicircolare dove si svolge l’azione scenica che nel teatro greco era delimitato solo dalle gradinate, risulta quanto mai appropriata. La storia della sua Elena è una storia che si intreccia con le storie del mare, l’acqua è elemento di divisione e di unione. Il mare ha portato Elena a Troia, il mare riporta Menelao ad Elena. In quest’opera di Euripide, la fedeltà della donna è rappresentata proprio da Elena, da tutti ritenuta la fedifraga per antonomasia. La donna che tradisce in realtà non è la moglie di Menelao ma un fantoccio costruito a sua immagine e somiglianza, un fantasma aereo.

Si è combattuta una guerra decennale per un fantoccio! Ecco l’essenza di questo capolavoro: ogni guerra viene combattuta in nome di ideali che spesso si rivelano ideologie inconsistenti, ideali insignificanti che nulla hanno a che vedere con la realtà concreta e le esigenze dell’umana convivenza. Se questo è il messaggio che ci trasmette Elena, attraverso una tragedia che in realtà è una commedia, visto il finale: Menelao fugge con Elena, mentre il Re d’Egitto Teodimeno che l’avrebbe voluta in sposa, viene convinto dai Dioscuri a soprassedere a qualsiasi desiderio di vendetta.

Che dire delle Troiane? Una vera grandiosa tragedia, un grido assordante contro la guerra, generatrice di vendette e di inutili inaudite sofferenze, basti pensare all’uccisione del piccolo Astianatte. La regista Muriel Mayette-Holtz ha adottato come impianto scenico una foresta di alberi, di tronchi che raccontano altre sciagure, come la devastazione delle foreste che si è abbattuta quest’inverno nelle montagne friulane (sono gli stessi alberi che hanno attraversato l’intera Penisola per essere il principale elemento scenografico della tragedia).

L’estrema periferia sud d’Italia con questa scenografia diventa lo specchio della parte più a nord del Paese. Così, mentre quei tronchi rappresentano una devastazione dovuta ad elementi naturali, le donne di Ilio rappresentano le superstiti della distruzione della guerra. Indovinati i costumi, quelli dei vinti come quelli dei vincitori, simili, quasi identici: spolverini consunti e sporchi di polvere, ad indicare che non è poi così dissimile il destino degli eserciti avversi, siano vinti che vincitori!

E noi italiani ne sappiamo qualcosa, visto i risultati che si sono avuti, sia con le guerre vinte (1915-18) che con quelle perse (1939-45). A Siracusa sono giorni in cui il caldo estivo del giorno lascia il posto ad un freddo polare la sera, sarà per la spregiudicatezza climatica di questo maggio altalenante o per effetto delle tragedie appena viste? Se è vero, ed a mio avviso lo è, che la percezione del clima è data da una nostra personale condizione psicologica, allora sarà anche vero che i brividi di freddo serali, in questa Siracusa primaverile, è dato da queste tragedie!

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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