Locale-globale. Noi visti da fuori

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L’abito tradizionale coreano

Non esiste famiglia coreana che non abbia a cuore il proprio abito tradizionale, compresi i giovani metropolitani iper-occidentalizzati che lavorano alla fabbricazione degli smartphone Samsung. Un popolo che si capisce, e a cui possiamo sentirci in qualche misura uniti dalla sorte, se si comprende che ogni impero d'oriente è prima o poi passato di qua, come in Italia, e ha fatto di questa terra e della sua gente la sua scorribanda

La città di Seul (Seòul, si legge come la parola anima in inglese) ha 10 milioni di abitanti, ma come tutte le metropoli, se si conta la dimensione allargata delle città periurbane che si sono concentrate intorno, raggiunge la non invidiabile dimensione di circa 25 milioni di abitanti, quarta metropoli del mondo. È la città murata con la circonferenza più grande, con mura che per il 90 per cento sono ancora visibili: originali o ricostruite. È divisa, potremmo dire incentrata, sull’enorme fiume “Han” di cui si trova a circa un’ora dalla foce; il fiume la divide in due metà, quella a nord, storica e piena di attrattive turistiche e di musei, quella a sud del fiume, moderna e piena di business e tecnologia.

Nella zona dei tradizionali mercati all’ingrosso di ogni cosa sorgono palazzi a cinque-sei piani che ospitano i centri commerciali principali del Paese: quello dei tessuti e degli accessori per l’abbigliamento e la bigiotteria ha un edificio interamente destinato alla vendita dei tessuti che servono alla fabbricazione sartoriale degli abiti tradizionali coreani per uomo, donna, bambini. Si tratta di abiti dai colori pastello, che per noi occidentali richiamano le tradizioni dei kimono giapponesi, ma meno marziali, più dolci e agresti nei colori e nei motivi decorativi. Il sabato mattina è giorno di festa in cui moltissime signore si apprestano a scegliere dai colorati cataloghi di abiti pronti i tessuti e le fasce per comporre il proprio abito tradizionale.

Non esiste famiglia coreana che non abbia a cuore il proprio abito tradizionale, compresi i giovani metropolitani iper-occidentalizzati che lavorano alla fabbricazione degli smartphone Samsung (letteralmente 3 stelle). Perché non esiste famiglia coreana che non ami farsi fare un servizio fotografico nella ricorrenza del capodanno lunare, che è avvenuto a fine gennaio, nel quale posano i famigliari o le signore sole splendidamente adornate e acconciate per le feste con il loro abito tradizionale. Un’altra importante occasione per indossare l’abito tradizionale è quella che porta la giovane famiglia nei luoghi ameni dei parchi o delle case storiche a farsi fotografare nella ricorrenza importante della festa del primo anno di vita dei bambini, forse retaggio di un non antico periodo nel quale l’indice di morte prematura dei piccoli suggeriva di festeggiare il primo anno di vita, piuttosto che la nascita.

I cristiani sono quasi il 70% degli abitanti di Seòul, poco meno della metà cattolici e il numero delle chiese e delle croci illuminate di rosso nella notte coreana aumenta di anno in anno. In una metropoli devastata dal capitalismo occidentale in cui il traffico, l’inquinamento, la tecnologia, i commerci e gli scambi globali sono il quotidiano di tutti, provoca un effetto estraniante questo tipo di celebrazione tradizionale, la cura della scelta dei colori dell’abito, dei dettagli sartoriali, delle gasse e dei fiocchi, dei pendagli e delle pettinature. Un popolo ordinatissimo, preciso, che intesse collane di pesce secco e che mette in mostra ogni cosa rispettando le gerarchie dimensionali dal più piccolo al più grande, perfino nei grani e negli alimenti tradizionali.