Locale-globale. Noi visti da fuori

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Musei ed emozioni a Istanbul e Ozzano Taro

Immaginate di essere ad Istanbul, precisamente a Beyoğlu e di entrate in una vecchia casa all'angolo fra Çukurcuma Caddesi e Dalgiç Sokakle: non è solo una casa con le pareti colorate di rosso e anche un museo, un museo naturale, perché una volta tanti anni fa è stato teatro di una folle storia d'amore

Di che sostanza è fatto un museo? A volte della stessa sostanza dei sogni. Immaginate di camminare nella parte storica del centro di Istanbul, a Beyoǧlu, dove una vecchia, casa che si trova tra Çukurcuma Caddesi e Dalgiç Sokakle, si mostra a voi dipinta di un rosso sanguigno. In quella casa lo scrittore Orhan Pamuk ha realizzato una casa museo nella quale ha raccontato dal vero una storia d’amore di un suo romanzo che ha chiamato “Il museo dell’innocenza”. Un romanzo che racconta la storia di Kemal che in quella casa incontra l’amore della sua vita, e in quella stessa casa lo perde per sempre. Kemal che in quella casa decide di non abbandonare il sogno di quell’amore e si mette a raccogliere e collezionare ogni cosa che gli produca una nostalgia della storia che ha vissuto. In quella casa museo potete trovare perfino una parete con installate tutte i mozziconi delle sigarette fumate aspettando lei e struggendosi. Il museo dell’innocenza (perduta) diventa un luogo dell’immaginario, come il catalogo degli oggetti inesistenti che Borges immagina. Pareti di oggetti perduti alla stazione o sui treni, disposti con una serialità patologica, fotografie di donne scomparse, che si sono perdute appunto, etc...

A pochi chilometri da Piacenza, a Ozzano Taro, uscita Fornovo di Taro dell’autostrada della Cisa, possiamo entrare in un luogo che ha la stessa potenza immaginativa: Il Museo Ettore Guatelli. Guatelli, maestro elementare del ‘900, comprende prima di altri il valore della cultura materiale che sta scomparendo e si sta commercializzando industrialmente e la fissa in una raccolta di 40.000 oggetti autocostruiti e usati per popolare i paesaggi domestici delle case in cui sono nati i nostri nonni ed hanno vissuti tutte le generazioni fino a noi. Il tutto è disposto in serie raffinatissime e disposte con accidia ricognitiva, con turbamento connettivo, con analogia nascosta e a volte esemplare. Una fondazione privata sostenuta dai Comuni del territorio raccoglie e mantiene questo ricchissimo ed inestimabile patrimonio che ci avvolge di nostalgia e di stupore, proprio come i mozziconi di sigaretta di Kamal e gli oggetti perduti nei treni.

Cosa ci vuole per fare un museo: ci vuole immaginazione e capacità di guardare osservando e laddove altri non vedono niente vedere una storia e raccontarla con la stessa velocità ed attenzione con cui si ruba la fotografia di una posa, di un fiore, di un'ape.

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Flaviano Celaschi è professore ordinario di disegno industriale all'Università di Bologna. In precedenza è stato docente al Politecnico di Milano e al Politecnico di Torino. Ha insegnato e fatto ricerca in Brasile, Messico, Repubblica Popolare Cinese, Argentina, India, Stati Uniti. Nel 2008 ha fondato la Rete Latina del Design dei Processi, organizzazione che raduna oltre 50 professori e ricercatori di università europee e americane. Originario di Vigolzone, in questo blog è interessato ad approfondire un confronto tra realtà locale e globale



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