Piacenza Nostra

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La mania dei tulipani, prima bolla speculativa della storia moderna nell’Olanda del ‘600

Non fu opera di finanzieri o banchieri ma di operai e contadini fattisi fiorai

Tra i secoli ‘500 e ‘600 le Province Unite (quella che ora chiamiamo Olanda) erano uno strano paese. Brutto, arido, povero, torboso, ma abitato da puritani intraprendenti che commerciavano via mare con il mondo intero.

C’è un link piacentino in questa storia. Dal sud (l’attuale Belgio), negli ultimi decenni del XVI esimo secolo riparavano nelle Province unite molti calvinisti in fuga davanti alle armate del re cattolico di Spagna, Filippo II, di cui era condottiero il duca di Piacenza e Parma, Alessandro Farnese. Nei bassorilievi del monumento equestre a lui dedicato nella Piazza Cavalli sono per l’appunto raffigurate alcune sue imprese belliche in terra di Fiandra. Questi immigrati dal sud immisero notevoli capitali nei traffici marittimi e contribuirono pure ad allargare il mercato dei tulipani. Si trattava di gente che non ostentava ricchezza, tanto che dagli abiti non distinguevi il povero dal ricco. Solo le case attestavano il censo. Nel brullo panorama d’intorno, i benestanti si ritagliavano infatti piccoli o grandi giardini fioriti.  

La storia ebbe inizio un giorno di metà ‘500. Un commerciante, in una stiva di merci arrivategli dalla Turchia trovò una scatola contenente strani tuberi, forse un regalo del venditore. Poiché sembravano cipolle ne mangiò una metà e piantò nell’orto la parte rimanente. Arrivata l’estate, con sua grande sorpresa vide spuntare non cipolle ma fiori. Fiori fatti a calice, dai colori vivaci.  Per quanto deluso, capì che quei fiori avevano un fascino inedito.

Quel  mercante olandese, ancora non sapeva che si trattava di tulipani,  tenuti in grande considerazione nei giardini dei sultani ottomani. Ma ai bulbi di tulipano si interessò profondamente  un tedesco immigrato, studioso di botanica: Carolus Clusius, che nel 1576 pubblicò una dissertazione sul tema. Classificò trentaquattro gruppi secondo forma e colore. Accertò che i tulipani nascevano da semi o bulbi, ma per ottenere dai semi un bulbo in grado di produrre fiori occorrevano sei o sette anni. Stabilì che il tulipano nato da seme si riproduce tramite polloni che sono cloni del bulbo originario e danno fiori identici all’originale. Ma il bulbo produce due o tre polloni l’anno per un paio d’anni e poi la matrice muore per esaurimento. Ne discende che ci vuole un buon decennio affinché un nuovo tulipano sia disponibile in quantità accettabili. Questa è una premessa indispensabile per capire le implicanze economiche che la manìa dei tulipani porterà con sé. Clusius coltivava tulipani ma non vendeva bulbi, eppure la sua competenza e il suo prestigio contribuirono ad accelerare la passione per il fiore e la conseguente diffusione.

Ai primi del ‘600 fiorì il Semper Augustus, un tulipano screziato di rosso, considerato una meraviglia della natura. Divenne un mito ma non entrò mai in commercio perché di bulbi non ce n’erano. Cronisti riferiscono che nel 1623 non bastavano 3.000 fiorini per uno solo di quegli ambitissimi bulbi. E, tanto per cogliere l’enormità della somma, basti pensare che corrispondeva al salario annuo di dieci artigiani o al prezzo di 25 buoi grassi! Semper Augustus a parte, si narra di case e fattorie cedute in cambio di una partita di bulbi.

In breve nacque una categoria di “fiorai” che non coltivavano fiori ma li commerciavano. Non erano ricchi mercanti, né tantomeno banchieri (le banche nascevano proprio allora), i fiorai venivano dai ceti poveri e si raggruppavano in “collegi” che si riunivano due o tre volte la settimana nei fumosi retrobottega di talune taverne.

Il numero delle persone interessate ai tulipani continuava a crescere. Il ciclo riproduttivo lungo creava una strozzatura dal lato dell’offerta e i prezzi delle specie ambite salivano di conseguenza, fino a impennarsi a partire dal 1634. Nel ’36 il valore di alcuni bulbi (già altissimo) poteva raddoppiare in una settimana.  Tutti si arricchivano. Ma un limite alla attività commerciale era posto dal ciclo di riproduzione del fiore, come detto più sopra. A partire dal 1635 i fiorai ovviarono all’inconveniente passando dallo smercio di bulbi propri alla compravendita di fiori ancora nel terreno (altrui). Passavano di mano non i bulbi ma dei “pagherò”, fogli di carta che fornivano informazioni sul fiore e la data in cui potevano essere dissotterrati i bulbi.  Il “commercio al vento”, così chiamato, ampliava la stagione degli scambi a tutto l’anno. Non solo, dato che la consegna materiale avveniva a distanza di mesi, nel frattempo venivano negoziati gli stessi “pagherò”. A quel punto i fiorai trovarono del tutto normale vendere bulbi che non potevano consegnare a compratori che non avevano i soldi per pagarli e non avevano alcuna intenzione di piantarli. Il governo considerò immorale questi scambi allo scoperto e lì vietò reiteratamente. Senza successo.  La corsa dei tulipani continuò fino all’inizio del 1637.

Secondo la teoria marginalista, l’area di indeterminatezza del prezzo va dal valore massimo cui il compratore (in cuor suo) è disposto ad arrivare  e il valore minimo cui il venditore (in cuor suo) è disposto a scendere. Ma il primo martedì di febbraio quel modello non funzionò proprio.  Un collegio di fiorai di Haarlem si riunì nella solita taverna per trattare tulipani.  Fu messa in vendita una libbra di bulbi (tipo Witte Croonen) per  1250 fiorini. Nonostante il prezzo equo, nessuno li acquistò.  Il banditore ripropose la partita abbassando il prezzo a 1100 fiorini. Nessuno alzò un dito, e nella stanza scese un silenzio da brivido. Le trattative vennero subito interrotte ma in quei pochi minuti ognuno fu preso da un solo impulso: vendere!  L ‘imperativo si diffuse rapidamente di città in città  e Il mercato dei tulipani cessò di esistere. I prezzi di realizzo degli stock esistenti non spuntarono più che il 5 % del valore pre-crisi.  I contratti a termine aggravarono la situazione rovinando  una quantità di persone. All’evidenza, chi aveva comprato prima  del crollo si trovava in mano titoli che valevano quasi zero e bastava un solo fioraio insolvente nella catena dei passaggi perché il coltivatore non avesse più modo di recuperare il costo dei tulipani alla scadenza della fioritura di giugno. Migliaia di contratti rimasero sospesi nel terrore generale della bancarotta e in attesa che della questione si occupasse la Corte d’Olanda. L’esame avvenne nell’aprile, ma alla Corte non arrivarono mai i dati necessari a completare il complicato quadro della situazione. Lavorarono a lungo i “conciliatori”, arbitri chiamati da fiorai a dirimere le controversie più spinose.  Dal canto loro i coltivatori si accontentarono di recuperare tra l’uno e il cinque per cento (massimo) del valore dei contratti. Alla fine della fiera i “più” e i “meno” nei conti dei fiorai si compensarono tra loro senza implicazioni di Borsa o di banche, così che lo sboom dei tulipani fece molte vittime ma non innescò una recessione economica generale nel paese.

Cesare Zilocchi
LA CRONACA DI PIACENZA  dicembre 2009
(fonte: Mike Dash, “La febbre dei tulipani”, Bur 2009) 

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" Vita professionale al Comune di Piacenza, vita politica locale sotto traccia, ma abbastanza tribolata. Più tranquilla quella di giornalista pubblicista (""pubblicista"" come fu Einaudi, si parva licet componere magis) collaboratore dei quotidiani Libertà, Il Giorno, La Voce, La Cronaca, oltre che di varie testate periodiche. Ho pubblicato anche una diecina di monografie per i miei 22 affezionati lettori (due meno di Manzoni e uno meno di Guareschi) su temi disparati ma sempre tenendo un sentiero ben tracciato: di tutto ciò che riguarda appieno, o di striscio, Piacenza Nostra. "

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