Piacenza Nostra

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Un Natale in Valdaveto: le ultime lontre

Il ritorno di Tonio colse tutti di sorpresa. Dove il tempo non passa mai, otto anni sono un'eternità.

    Vennero a sapere ch'era stato prigioniero degli inglesi in posti lontani, ma lui non ne parlava mai. Solo al prete aveva detto qualcosa di più e solo al prete aveva chiesto qualcosa di quegli otto anni al villaggio; di suon padre, morto pochi mesi dopo la sua partenza, un po' di vecchiaia, un po' di solitudine; dei cani da caccia, della Concetta, di quelli che non c'erano più e della miseria che c'era ancora.

    Tonio era un ometto asciutto, sempre gentile, generoso, benvoluto. Nessuno però aveva rassettato la tomba del suo vecchio, strappato il rovo e la vitalba dall'uscio di casa, sostituito le ciappe rotte sul tetto della stalla. L'avevano dato per morto e ora se ne dispiacevano senza sapere quale piede mettere avanti. Lui lavorava intorno alla sua casa o nei boschi a far legna, a rinforzare i muretti di sostegno, a ripulire il sottobosco, a ripristinare il tappeto erboso, a rinfrescare le canalette di raccolta. Fin che la stagione s'era mantenuta, non di rado passava la notte giù, nel casotto dei castagni di là del fiume.

    Persino con il Pietro, senza una colpa o una ragione, le parole diventavano pesanti come ceppi di castagno. Forse perché aveva sposato la Concetta, o forse perché incombeva un'aria pesante, di miseria e di morte. Seppe dal prete quanto buttasse male al vecchio amico. Di suo, sotto il sole e la pioggia aveva quasi nulla e la salute gli difettava a dispetto del corpaccione che si portava dietro. Una polmonite aveva lasciato segni indelebili. La povera moglie si consumava nel dispiacere e per il gran lavorare. Battistino, il figlio, di anni ne aveva sette ma ne dimostrava meno.

    “La verità vera – gli confidò il prete –  è che non sempre c'è un tozzo di pane e formaggio per la colazione e nemmeno un paio di scarpe da cristiani”.

    D'istinto si guardò i piedi. Dopo otto anni di patimenti, solo e senza affetti, Tonio scoprì la relativa ricchezza di un paio di scarpe da inverno. Salutò il parroco, alzò il bavero e uscì. Sul sentiero lastre di ghiaccio baluginavano il chiarore lunare. Bave di vento tagliavano la pelle come rasoi. L'uomo passò a camminare sul bordo della pista nonostante il fastidio delle scarpe che frangevano rumorosamente le creste di neve gelata.  

    Già...le scarpe. Quando le tolse per coricarsi nel suo gelido letto s'addormentò pensando che fra un uomo e la libertà non sempre c'è di mezzo un reticolato, a volte può bastare un paio di scarpe.

    Al mattino si alzò di buonora, andò nella legnaia, trafficò una mezzora e rientrò con un grosso involucro sotto il braccio. Tutto come l'aveva riposto: i fucili, il barattolo della polvere, gli inneschi, il piombo. Vuotò un pizzico di polvere in una ciotola e avvicinò uno zolfanello. La fiammata, pronta e viva, gli rischiarò un sorriso sulla faccia distesa. Il clima asciutto l'aveva conservata. Sul mezzogiorno si portò dalle parti del vecchio mulino. Se Pietro era andato a far legna sarebbe passato di lì per tornare a casa. Quando lo vide spuntare, curvo sotto il peso della fascina, gli si parò incontro con naturalezza.

    “Pietro devo parlarti, passa da me, ti aspetto”:

    “Il tempo di posare la legna”, annuì l'omone allontanandosi.

     Appena l'ombra dell'amico si stagliò sull'uscio, Tonio disse:

    “Ci sono due lontre giù nell’Aveto, presso il lagone del bosco grande. Conosco un tale, al mercato di Bobbio che è disposto a pagarle due paia di scarpe belle e robuste”.

    Il grosso montanaro restò allibito, passò lo sguardo sui piedi, poi fissò Tonio con gli occhi lucidi: “sai di sicuro dove escono”?

    “Si. Niente trappole, ho preparato 4 cartucce, due per ciascuno. Se ti va bene andiamo questa notte”.

    Uhm, uhm, due ore dopo il vespro sotto il cimitero, al sentiero della costa. “Porterò una coperta, dovessimo aspettare troppo”: La luna rotonda e chiara più che mai, disegnava ombre lunghe e nette.    Il vento rinforzava infilando la valle, fischiava fra le croci del cimitero e gelava il fiato. Pietro lo stava aspettando. Gli passò un fucile e due cartucce.

    “Ci mettiamo 30 passi a valle del lagone, tu di qua ed io dall'altra sponda. Dovrebbero uscire dalla tua parte, sotto la grossa giastrabianca. Spariamo quando sono sulla raschiera, prima che possano risalire nel lago. Ognuno tira alla più vicina. Pietro, mi raccomando, mira alla testa quando stanno col corpo nell'acqua. Così non rischiamo di rovinare la pelle”.

    L'altro annuì.

    Giunti sul greto, Tonio indicò la postazione all'amico, poi tornò indietro per fare un lungo giro e attraversare a monte con una strafila della legna.

    A Pietro piangevano già gli occhi sotto la sferza del vento.

    Ora erano a posto, bastava che le lontre si sbrigassero a uscire. Presto avrebbero battuto rumorosamente i denti.

    Il grosso montanaro si strinse la coperta sulle spalle fino alla testa, badando bene a tener sgombra la visuale in su, verso la grande giastrache biancheggiava sotto la luna. Chissà poi perché a quelle strane bestie scure piace così tanto il bianco, si trovò a domandarsi.

    L'acqua, bassa, scorreva in un canaletto al centro della sassaia, costretta da due bordi di ghiaccio che sembravano protesi a congiungersi dalle opposte rive.

    A parte il sinistro sibilo del vento, il silenzio era totale, interrotto di tanto in tanto dal verso del biancone.

    “Bestiaccia, non portar male anche tu”, pensò Pietro cercando di muovere le dita dei piedi all'interno delle scarpacce sfondate. Niente. Il tempo passava. Quanto? Neppure i tocchi delle chiese a far da compagnia ai vivi.

    Il montanaro sentiva di non farcela più. Le labbra s'erano sigillate  e aprir bocca costava brandelli di labbro. Le mani non potevano più toccare le canne della doppietta senza avvertire un penoso senso di ustione. E cominciava a non sentire i piedi.

    I polmoni, i suoi polmoni malati! Lo prese il panico: Se fosse morto così stupidamente non avrebbe potuto darsi pace neppure nella tomba. Con moglie e prole

    Si alzò in piedi, agitò le gambe intirizzite per scacciare il formicolio e penosamente si trascinò al sentiero.

    Restò a riflettere se dar voce a Tonio, poi decise di no. Forse l'amico dalla sua postazione poteva vederlo. Avrebbe capito da sé.  Cominciò a salire pian piano,  posando i piedi di piatto come solo i montanari sanno fare per non stancare troppo le gambe. Niente scarpe per il prossimo Natale, un altro fallimento. Ormai la sua vita era segnata da una sequela di piccoli insuccessi.

    Giusto quando il sangue stava tornando a scorrere libero nelle vene, laddove il sentiero disegna una curva stretta sul filo della costa, due fucilate secche rimbombarono nella valle, moltiplicate dal vento fra rocche e selve di rami spogli.

    “Cristo, sono uscite”!

     Si precipitò giù per il sentiero a rotta di collo, facendosi sponda con i tronchi di carpino. Arrivò sul greto e non faticò a distinguere due ombre sulla lastra di ghiaccio vicino  al varco che l'acqua si teneva aperto, saltellando fra i sassi. Una si muoveva ancora. Corse a tirarla sull'asciutto affinché non potesse riguadagnare la corrente. Solo allora guardò intorno a cercare il Tonio. Diede voce.

    “Qua, son qua... le gambe”.

     Pietro saltò ghiaccio e acqua di sasso in sasso più rapido di una capra. Lo vide ancora seduto su un masso, mezzo nascosto da un ginepro e sembrava  impietrito con la doppietta appoggiata sulle ginocchia. Gli tolse la coperta di dosso e si mise a sfregarlo con la sabbia e l'erba che gli riuscì di recuperare lì intorno.

    “I piedi, non sento i piedi...”

     Gli slacciò le scarpe e con fatica riuscì a sfilarle. Ci mise un attimo a capire che la vita stava andandosene dalle estremità di Tonio.

      Gliele avvolse nella coperta e tentò di tranquillizzarlo.

      “Stai calmo, torno subito”.

      Di nuovo attraversò il torrente, afferrò la lontra che ancora dava gli ultimi sussulti al suo sinuoso corpo, se la mise sulla spalla e tornò sui suoi passi. Doveva pesare almeno 15 chili. Col coltello tagliò la dura pelle dell'animale per tutta la lunghezza del ventre e vi infilò i piedi di Tonio.     Intanto continuava a strofinare l'amico in tutte le parti del corpo.

     “Ce la farò” mormorò questi. Metti le lontre al sicuro, nel casotto. Trascinale pure, quel che vale è la pelle di sotto, non il pelo di sopra.

      Finalmente si avviarono verso casa. Tonio, con le scarpe in mano e  le sole pezze ai piedi, attraversò il torrente sulle grosse spalle di Pietro. Fu un calvario.

      Entrarono in casa quando i primo albori facevano lentamente svanire la luna.  Attizzato il fuoco e messo un paiolo d'acqua a scaldare, Pietro,  lasciando l'amico per andare dal prete gli disse:

      “Don Giuseppe ti porterà all'ospedale di Bobbio e cambierà le lontre dal mercante che tu hai detto. Stai tranquillo che non è niente”.

      “Grazie, mormorò” Tonio con un filo di voce fra i tremiti della febbre.

      Tornò proprio il giorno di Natale. Entrò in chiesa appoggiandosi ad un bastone. La gente si   diede di gomito e ognuno si voltò a sorridergli.

      L'inverno parve a tutti più sopportabile.

      Battistino, con le scarpe nuove, andava regolarmente a scuola e aveva preso a chiamare “zio Tonio” quell'ometto claudicante che sorrideva spesso. La Concetta sembrava ringiovanire. I due uomini progettavano le molte cose da fare in campagna e nei boschi.

      Di sera bevevano un bicchiere dal prete.

      “Presto le cose cambieranno, annunciò una sera il parroco. Anche gli americani ci hanno promesso aiuto”.

      Fuori dalla canonica un'arietta dolce e frizzante preannunciava la primavera.

*****

       L'automobile si fermò alla curva del lago. Due uomini scesero a passeggiare sul greto. Quello che si appoggiava al bastone disse:

     “Qui sembra davvero che non sia cambiato niente”.

      “Però nessuno ha mai più visto  lontre, mormorò l'altro quasi fra sé.

      “Già, quelle furono le ultime della nostra valle. Pensare che da una settimana cancellavo le tracce e le fatte perché non fossero scoperte....”

       L'uomo più grosso, guardò lontano.

       “Tonio, Battistino si sposa e va ad abitare in città. Lei è figlia di autotrasportatori, metteranno insieme una azienda di legnami e poi – forse -  di combustibili liquidi”.

       L'ometto claudicante annuì senza entusiasmo.

       “Chissà chi abiterà questi posti dopo di noi”, disse con una incrinatura di tristezza buttando lo sguardo oltre il fiume, fra i poderosi castagni del bosco – un tempo invidiato – che aveva sfamato i suoi fin dalla notte dei tempi.

       Dentro il corpaccione di Pietro non s'era mai nascosto un filosofo, ma la riflessione gli venne così a fior di labbra: “Noi – Tonio – siamo ormai come quelle lontre, gli ultimi  di una specie”. L'amico – senza replicare – gli prese il braccio, voltarono le spalle al sole che tramontava dietro i castagni più alti e tornarono sulla strada deserta.

Piacenza Nostra

" Vita professionale al Comune di Piacenza, vita politica locale sotto traccia, ma abbastanza tribolata. Più tranquilla quella di giornalista pubblicista (""pubblicista"" come fu Einaudi, si parva licet componere magis) collaboratore dei quotidiani Libertà, Il Giorno, La Voce, La Cronaca, oltre che di varie testate periodiche. Ho pubblicato anche una diecina di monografie per i miei 22 affezionati lettori (due meno di Manzoni e uno meno di Guareschi) su temi disparati ma sempre tenendo un sentiero ben tracciato: di tutto ciò che riguarda appieno, o di striscio, Piacenza Nostra. "

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Commenti (2)

  • BRAvo Cesare, MI PIACE!!

  • Al di là della vicenda umana, molto toccante, è impressionante la povertà, o meglio lo stato di miseria in cui si viveva nelle nostre montagne. La lontra perché è sparita? Qualcuno mi può rispondere?

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