Piacenza Nostra

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Veleia, il petroleo e l’aria che brucia delle paludi

Oggi, causa un assurdo referendum, si sente parlare delle ricerche di gas e petrolio quali attività al limite dell’osceno. Quasi stupro della natura. Alcuni decenni fa temevamo come la peste l’esaurimento degli idrocarburi(ricordiamo le domeniche a piedi), ora alcuni vorrebbero addirittura smettere di emungere dai giacimenti attivi. C’entra ancora Piacenza con queste tematiche?

Girare un bricchetto, accostare un fiammifero o un accendino elettronico per veder scaturire una regolare fiammella azzurrina, sono gesti divenuti tanto abituali da non stimolare interrogativi o suscitare meraviglia.  Eppure, dietro a quel gorgogliare di caffè o bollir di pentole c’è la storia antica e recente, magica e scientifica, dell’umanità. Un contributo lo diede  anche la terra piacentina  (Veleiate) come apprendiamo dalla Storia del metano di Carlo Paoloni (Milano 1985) e  dalle note del capitano Antonio Boccia (Viaggio ai monti di Piacenza 1805),

Oggi, causa un assurdo referendum, si sente parlare  delle ricerche di gas e petrolio quali attività al limite dell’osceno. Quasi stupro della natura. Alcuni decenni fa temevamo come la peste l’esaurimento degli idrocarburi (ricordiamo le domeniche a piedi), ora  alcuni vorrebbero addirittura smettere di emungere dai giacimenti attivi. C’entra ancora Piacenza con queste tematiche? Sì c’entra. A Podenzano c’è una società (la Drillmec, erede della Ballerini e della Masserenti) che produce attrezzature allo scopo e impiega tecnici piacentini.  Vediamo un po’ di storia.     

Fuochi sacri

Più o meno in tutte le religioni, il fuoco assunse e mantiene significati sacrali:  ignis in altare meo semper ardebit  ( Levitico). Pensiamo all’angelo del Signore che apparve a Mosé mentre pascolava il gregge del suocero Jedro “in una palla di fuoco, in mezzo a un roveto che non si consumava”.  Lo stesso Mosé salì poi a ricevere le leggi sul monte Sinai che fumava tutto “perché il Signore vi era sceso in forma di fuoco”. Nell’antica Persia, i Parsi, adoratori del fuoco, finirono per stabilirsi ed erigere i loro templi proprio dove oggi si emunge petrolio e gas naturale. I viaggiatori del XVII secolo descrivevano stupefatti i fuochi sacri ed eterni  di Baku, nella regione del Caucaso, dove gli adoratori del fuoco avevano imparato ad illuminare i templi, a cuocere la calce e anche a cucinare, previa riduzione con pietre e argilla le fenditure della terra, così da  regolare anche la fiamma che ne scaturiva. In definitiva avevano inventato l’ugello. Non solo, osservando  che una canna (anche di carta) affondata nel terreno e ricoperta di terra, quindi accesa alla estremità,  non bruciava, avevano intuito  il principio del gasdotto.  Ancora, per diffondere la loro religione trasportavano l’aria infiammabile in bottiglie, anticipando la confezione e il trasporto  del gas in bombole. Anche dal lontano oriente arrivavano attestazioni importanti. Il gesuita portoghese padre Semedo, reduce dalla Cina, riferiva che “la provincia montuosa di Kiansi  ha pozzi di fuoco per gli usi di casa, come noi d’acqua in Europa”.

Fontane ardenti

E dal Tibet,  padre Imbert: “ci sono sorgenti in cui non viene ricavato il sale, ma il fuoco, esse si chiamano fontane ardenti. Un piccolo tubo di bambù (che il fuoco non consuma) chiude il foro della sorgente e conduce l’aria infiammabile dove si vuole”.    

Gli europei ebbero modo di vedere per circa duemila anni la “fontana ardente” del Delfinato o di Grazianopoli  (l’attuale Grenoble), citata da Lucrezio Caro nel “De rerum naturae” e da sant’Agostino nella “Città di Dio”. Oltremodo stupefacente il fatto che, in questo caso, la fiamma scaturiva direttamente dall’acqua, creando una strana simbiosi tra elementi avversi.  Si ha testimonianza di un più  antico fenomeno precedente, rilevato presso l’isola di Vulcano durante la guerra civile romana. Ma il senato dell’Urbe si limitò a considerarlo come una manifestazione di sdegno degli dei. In realtà la penisola italica era in tempi preistorici, tutta un fuoco e per questo chiamata “Palensana” che vuol dire regione bruciata. Fra il XV e il XVIII secolo furono numerose le osservazioni di fuochi naturali in tutta la penisola, specialmente nell’area dell’Appennino tosco emiliano. Il naturalista Paolo Boccone nel 1684 attestava che “a Monte Fiorino i contadini cuociono al calore di questi fuochi i loro castagnacci e parimenti vi cuociono le carni nelle pentole”.

Aria infiammabile delle paludi

Proprio di quel periodo fu il conio del termine “gas”. Ne rivendicò la paternità il fisico olandese Van Helmont che ne diede questa definizione: “spirito, finora sconosciuto, il quale non può essere ritenuto nei vasi  né ridotto ad un corpo visibile fintanto che il seme non sia prima estinto”. Insomma, Van Helmont aveva dato un nome alla causa dei fuochi naturali ma ci aveva capito poco. 

Dovrà passare un altro secolo prima che un comasco geniale di nome Alessandro Volta  individui con maggior precisione l’origine del gas naturale e con essa il modo di controllarlo. Era il 3 novembre 1776 quando il Volta, in gita sul lago di Como con amici, prelevò bolle d’aria provocate agitando il fondo melmoso e le imprigionò in una boccia di vetro. Il dì seguente invitò gli amici ad assistere all’accensione di quella stessa aria in bottiglia, la quale in effetti si infiammò ardendo di un bel colore azzurrino.  Lo scienziato parlava ancora di “aria infiammabile nativa delle paludi” ma non pose tempo in mezzo a pensare pratiche applicazioni.  Da vero antesignano dei malvezzi successivi, cominciò con l’ideare un’arma ad aria infiammabile e scintilla elettrica che nomò “pistola elettro-flogopneumatica” (sfruttando insieme le conoscenze sul metano  e le potenzialità della sua famosa pila).  Progettò addirittura di provocare da Como lo sparo della pistola posta in Milano, inviando un  impulso elettrico in parte via cavo e in parte per via d’acqua. Pensò poi a un accendi lume e a una lucerna, idee  che precorrevano l’illuminazione a gas e i recenti accendini a scintilla elettrica. 

Tuttavia continuava a sussistere il problema di una definizione propriamente scientifica dell’aria infiammabile delle paludi. Volta sostenne per primo, con molta convinzione, che tale aria doveva essere il prodotto della decomposizione di materiale organico, vegetale e animale, avvenuta in presenza di acqua macerante.

Veleia ritrovata

Nel 1757 era stata scoperta (dalle autorità ducali) la città sepolta di Veleia. Nei pressi, lungo il Chero,  ardevano fuochi naturali.  Il Volta visitò i luoghi e così li descrisse: “or sul luogo propriamente della città anch’essa sepolta trovasi un ampio rialzo di terreno che non segue l’andamento dell’altre montagne  ma è gettato di traverso, e che declina verso un torrente chiamato Chero. Il sito delle fiamme trovasi verso il fine di questa china, direttamente sotto Veleia e assai vicino al nominato torrente”.  Il fisico concludeva (alludendo alla decomposizione di vegetali e animali in presenza di acqua macerante) che questa era la prova provata della sua teoria “di cui esiste ora un monumento purtroppo parlante”.  Alcuni avversari sostennero tuttavia che il gas naturale (o gas metano) non poteva esistere di per sé in giacimenti puri racchiusi nelle profondità della Terra. Doveva per forza essere una esalazione superficiale di bitume, petrolio o sostanze grasse, queste sì esistenti in giacimenti sotterranei. E per dar corpo alle loro convinzioni si misero a cercare il petrolio intorno a Veleia.   Sul piano teorico avevano torto,  ma Volta –  forse per impeto polemico – si lanciò in una ardita disquisizione atta a dimostrare  l’impossibilità  di rinvenire  petrolio in qui  luoghi.  Più distaccato tra i contendenti, l’abate Amoretti notava che a Vigoleno, non lontano da Veleia, si estreva  “olio di sasso”  e acqua salata, deducendo che le due opinioni  dovevano essere conciliabili in quanto “l’aria infiammabile non poteva escludere il petrolio”.

Gas, la parte spiritosa del  petroleo

La teoria dell’Amoretti dovette affermarsi rapidamente, viste le note stese nel 1805 dal capitano Antonio Boccia.  Ex militare e uomo di estesa cultura, il Boccia era incaricato dall’amministrazione francese di visitare i monti dei ducati onde capire i modi di vita dei valligiani. Giunto nei pressi di Veleia osservò: “ scendendo nel Chero tre quarti di miglio lungi dalla chiesa verso il nord veggonsi due areole distanti una dall’altra circa cento tese. Chi vi appressa una qualche fiamma s’accende tutta la superficie, ed arde finché non si spegne, e spenta che sia non si riaccende, se non vi si applichi  di nuovo la fiamma ed è inefficace a suscitarla qualunque sia quantità di bragia. Quante novelle non si sono sparse sul proposito di questi impropriamente detti vulcani che alla fin fine non sono che la parte più spiritosa del petroleo, che si trarrebbe in gran quantità scavandovi un pozzo!  L’ultima di queste areole più non s’accende perché mancante di materia infiammabile, segno che il petroleo ha deviato da quella il suo corso”.           

Nonostante l’esortazione del Boccia a scavare pozzi, il tempo andava ancora lento e nel 1910 i giacimenti italiani erano solo quattro, di cui due nel piacentino: a Montechino e – per l’appunto -  a Veleia.  

Molte misteriose attestazioni

Quando si  spensero  le areole  viste dal Volta e dal Boccia non sappiamo. Del resto Veleia resta un mistero, un buco nella storia. Ai tempi di Plinio (23 – 79 d.C.), nell’oppido veleiate avrebbero vissuto sei uomini di 110 anni, quattro di 120, uno di 140.   La grande lastra di bronzo (metri 1,38 per  2,86) affiorata a Macinesso, nota come  tabula  alimentaria  traianea  (Traiano imp, 98 – 117  d.C),  fa riferimento a ben 279 fanciulli e fanciulle povere “tutte probabilmente del luogo di Veleia” secondo Cristoforo Poggiali e altri storici. La straordinaria longevità sarà pure da attribuire al clima (come intendeva Plinio) ma 11 ultracentenari e quasi 300 fanciulli poveri fanno pensare a una popolazione numerosa, a un municipio, a una città, non a un oppido.   

Nota con acume Francesco Giarelli che la tavola traianea non fa menzione esplicita di Veleia: “… il che comprova che la città sepolta del nostro Appennino non ebbe realmente l’importanza che le fantasie, giovate da un mirabile concorso di circostanze naturali le avevano attribuita”.

Da parte sua Vincenzo Boselli si era limitato a definire i  Veleiati “genti a noi vicine abitanti della piccola città discosta da Piacenza 16 miglia e situata alla destra del torrente Chero”.  

Pazzia il ragionarne

Il Poggiali, nella sua monumentale opera storiografica dedicò a Veleia e ai Veleiati molte puntigliose righe ma per giungere alla disarmata conclusione: “dell’origine e fondazione di Veleia, chiamata oppido da Plinio, città da Flegonte di Tralles (sec. II)  e decorata col titolo di repubblica nella nostra tavola [la tavola alimentare traianea], pazzia sarebbe il ragionarne”. E ancora: “ … che siccome siamo affatto allo scuro intorno alla origine e fondazione di essa città, così non sappiamo fino a qual segno si stendesse la sua giurisdizione verso le nostre pianure; o quando, e per quale accidente rimanesse poi talmente distrutta , che perduta se n’era perfino la memoria, e il nome; e molto meno finalmente per quale via, e maniera siasi la nostra città [Piacenza] insignorita di buona parte del territorio di essa. Queste sono ricerche ch’io presentemente do per disperate”.

Una grande cisterna

Occorre aver presente che, dalla solita tavola traianea,  la “terra grossa” o città di Veleia sarebbe confinata  con i territori (in senso anti orario) del parmense, piacentino, libarnese, lucchese. Un’area spropositata per l’oppido o la piccola città di cui si parla. Territori sui quali insistevano inoltre altri popolo famosi e bellicosi come gli Apuani, o come gli Ilvati (sempreché questi ultimi non vadano identificati con gli stessi Veleiati, come ipotizza il solito Poggiali). Assumendo invece che Veleia non fosse poi tanto piccola, perché gli scavi hanno fin qui sortito solo il foro, le terme e poco più? Al proposito,  nel “poco più” va annoverato un manufatto  a pianta circolare, posto a sud est del foro, ritenuto una cisterna per la riserva d’acqua e poi restaurato come anfiteatro. Sicuri che non fosse invece un serbatoio destinato a contenere  ben altro fluido?  E come spiegare che gli storici classici  ubicavano Veleia con  molta approssimazione ? Livio chiamò Velleio la terra di Fidenza, tra Stirone e Taro.  La carta augustea pone Veleia nella VIII regione (in Emilia) e i Veleiati nella IX (Liguria di levante). Anche per Livio (59 a.C. – 17 d.C)  i Veleiati erano un popolo ligure, anzi, al tempo, il popolo ligure non ancora assoggettato  a Roma.  Infatti, una volta assoggettato, questo popolo fu iscritto alla tribù Galeria come Genova, non alla tribù Pollia come  Fidenza, né alla tribù Voturia come Piacenza.      

Popolo  delle paludi

Provando  a ipotizzare col Poggiali che Veleiati e Ilvati fossero la stessa gente, le cose non migliorano perché taluni autori collocano questi ultimi nel medio corso del Magra, altri nel Monferrato.  Sempre luoghi collinari e montani sono. Eppure Luciano Scarabelli sostiene che il nome di Veleiati starebbe a indicare “popoli abitatori delle paludi”. Spiega l’apparente contraddizione col fatto che le acque scolanti dai monti  a quei tempi non trovavano sempre sbocchi a valle  ma  si fermavano e stagnavano. Del resto, aggiunge, non sarebbe stato proprio uno smottamento d’acque nelle viscere del monte Moria-Rovinasso, a causare la fine di Veleia ?

Un’acuta considerazione

Ebbe a osservare la sovrintendente Mirella Calvani: l’Appennino è tutto interessato da frane, non per questo è disabitato. Finché si abbia interesse a viverci, non c’è frana o altro cataclisma naturale che possano spopolare un abitato. Stesso discorso se si ipotizza la distruzione ad opera di soldatesche. Tante città devastate risorsero. Di Veleia invece si perse financo il nome. Deduce la studiosa che  per qualche ragione nei  Veleiati  dovette cessare l’interesse per i luoghi; “forse un fenomeno naturale aveva compromesso la risorsa che ne giustificava l’esistenza”.

Ecco il punto.  Abbiamo visto che c’era il gas naturale, c’era pure il petrolio.  C’era stata sicuramente,  in  epoca indefinita,  una grande frana. Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800  il Volta ci parla dell’aria infiammabile delle paludi   e il   Boccia di “petroleo  che aveva cambiato corso”.

Sappiamo inoltre che a fine secolo  l’ ingegnere francese Adolfo  Zipperlen avviò a Veleia la ricerca industriale del petrolio, il quale  “in detto sotto-suolo non si presenta riunito in grandi raccolte ma rifluente per filtrazioni”. 

Dal Tigullio alla Val Chero

Poi c’è quella intrigante tavola traianea  che forse non riguardava   i fanciulli poveri di Veleia ma con ragionevole certezza era stata fusa in quel luogo. E ci sono ancora due considerazioni da unire al mosaico  fin qui esposto. Una ventina d’anni fa la Sovrintendenza della Liguria condusse una campagna di scavi nell’area di Mezzanego, in Val Fontanbuona. Furono rinvenuti elementi attestanti un insediamento risalente all’età del ferro sul quale se ne sarebbero sovrapposti di successivi (di età romana) fino ad almeno il terzo secolo d.C.  La scoperta, eccezionale per la Liguria, veniva ad avvalorare  la tesi sostenuta decenni prima dallo storico e archeologo Nino Lamboglia: sui crinali dell’Appennino ligure emiliano si  snodava un preciso percorso tra il golfo del Tigullio e la piccola ma importante città di Veleia.  Eppoi per quale ragione la piccola Veleia era così importante, atteso  che, da tanti indizi, si deve escludere un suo rilievo commerciale?

Testimonianza personale

L’ultima tessera è una testimonianza personale.  Poco meno di 50 anni fa, con il geom. Carlo Fortunati  fummo ospiti della famiglia Castagnetti (in qualità di amici del giovane Fabrizio, il futuro capo di stato maggiore dell’esercito italiano), che nei dintorni di Veleia  possedeva e possiede  un podere.  Si cenò a lume di candela dato che la zona ancora non era servita da elettrodotto. Nel dopo cena ci raggiunsero altri tre giovani motorizzati (due in Motom, uno in Lambretta 125)  e decidemmo di andare fino a Morfasso. Nel podere  c’era un pozzo col parapetto rotondo in tutto simile a quelli per attingere acqua. Qualcuno calò un secchiello e lo fece strascicare sul fondo (4 o 5 metri).  Quando il recipiente venne tirato su era pieno a metà di petrolio.  Fu versato direttamente nel serbatoio del primo scooter e così per il secondo e per il terzo. Rifiutai inorridito di fare la stessa cosa con la mia Vespa 125 nuova di fabbrica. Eppure  tutti e tre quei  motorini scoppiettarono felicemente fino a Morfasso (e ritorno) sulla infame carrareccia che poteva chiamarsi strada solo nell’abitato di San Michele.  

Conclusione

Dalla costellazione di riferimenti sopra citati qualcosa si può ragionevolmente desumere,  sia pure senza pretesa di scientificità. La vita e la morte di Veleia furono determinati  dal gas naturale e dal petrolio. Senza gas e petrolio, probabilmente la cittadina non sarebbe mai nata. I Veleiati abitavano altrove ma per motivi sconosciuti  rinvennero quelle  fonti di energia lungo il Chero e impararono a padroneggiarle. Di Veleia conosciamo poco perché ai tempi di Livio quel  popolo  ancora non era  soggetto a Roma.  Fu  assoggettato  probabilmente pochi decenni dopo, vivente  Plinio. Certamente  facevano parte dell’impero ai tempi di Traiano. La tavola alimentare non li riguardava direttamente ma a Veleia venne rinvenuta perché  ivi fusa, grazie all’impiego del petrolio, tanto raffinato da accendersi con una scintilla.  La cittadina sul Chero esisteva ancora nel secondo secolo ma presto  se ne perse  traccia e memoria. Giuste le parole di Mirella Calvani, deve essere di quel periodo (terzo secolo all’incirca)  il fenomeno naturale che la seppellì. L’acqua macerante  di cui parlò il Volta, raccolta in una grande palude (da cui l’etimo di Veleiati secondo Scaraballi), aprì un enorme squarcio nel monte  Moria, rovinando sull’abitato  e formando “l’alto rialzo” osservato dal Volta, posto  di traverso rispetto alla catena sovrastante. Il gas si spense e il petrolio  cessò di affiorare.  Ai  Veleiati venne meno l’ interesse di mantenere in vita quel nucleo abitato più simile a una dipendenza produttiva, a una fabbrica,  che non a un insediamento tribale vero e proprio, considerato inoltre  il disfacimento dell’impero e la crescente insicurezza della via che menava dalla Liguria di Levante alla valle del Po.  Riscoperta la cittadina sepolta casualmente  sulla  metà del ‘700,  le autorità ducali si interessarono ai reperti  archeologici e non degnarono di attenzione  il fenomeno dell’aria infiammabile delle paludi.  Un po’ più tardi,  Alessandro Volta, in visita ai fuochi sul Chero, intuì l’origine del gas ma non la presenza del petrolio che invece, già nel 1805, venne chiaramente attestato dal capitano Boccia. Il petrolio  c’è ancora, affiora tra i sassi ed essendo di minore peso specifico,  galleggia sull’acqua dei pozzi. E’ di qualità incredibilmente fina, ma in quantità scarsa e diffusa, perciò di difficile e non economica estrazione. Se ne rese conto l’impresa  francese che ne tentò  lo sfruttamento industriale  nel 1881. Quantità che bastava  invece  agli antichi abitanti dell’oppido di Veleia, quando sul  monte sovrastante le loro teste  ancora  c’era  la palude di acqua macerante e petrolio. Ne convogliavano gli affioramenti  in una  grande cisterna onde  riscaldare le terme, fondere il bronzo e chissà cos’altro, visto che non pochi di loro – a detta di Plinio - campavano oltre i cent’anni. 

(ripreso da Cesare Zilocchi in “Pionieri e petrolio nel piacentino”, LIR 2010)

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" Vita professionale al Comune di Piacenza, vita politica locale sotto traccia, ma abbastanza tribolata. Più tranquilla quella di giornalista pubblicista (""pubblicista"" come fu Einaudi, si parva licet componere magis) collaboratore dei quotidiani Libertà, Il Giorno, La Voce, La Cronaca, oltre che di varie testate periodiche. Ho pubblicato anche una diecina di monografie per i miei 22 affezionati lettori (due meno di Manzoni e uno meno di Guareschi) su temi disparati ma sempre tenendo un sentiero ben tracciato: di tutto ciò che riguarda appieno, o di striscio, Piacenza Nostra. "

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