Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Angelo Biavati, più di cento recite come “Tognass-savatèi”

Angelo Biavati, impareggiabile ed ineguagliato interprete di “Tognass” ciabattino (savatèi), figura di spicco della celeberrima commedia in vernacolo scritta ed introdotta sul vecchio palcoscenico della “Filo” da un autentico figlio del popolo quale fu Egidio Carella

Biavati in scena

Biavati ricordava quei tempi cruenti e tumultuosi con distaccata obiettività di spettatore. Più che il “teatro del sangue” a lui interessava quello di vita popolaresca, ai margini delle lotte ideologiche, come ben si desume da una sua rievocazione apparsa sul quotidiano locale nel 1949 dove rammentava quel suo esordio giovanile già elogiato nel 1946 dallo stesso Carella il quale sottolineava che senza la “superba interpretazione” di Biavati il suo “Tognass” non avrebbe riscosso un successo trentennale.

Biavati ricordava di aver iniziato a recitare praticamente ai tempi della scuola, con gli amici; avevano allestito un palcoscenico in una vecchia rimessa di via Solferino (Via S. Franca) e le rappresentazioni poi avvenivano per gli inquilini dello stabile.

L’esordio vero e proprio fu nel 1920: capelli alla moda e scarpe appuntite, si recò alla Filo e da semplice neofita si dovette adattare a lavorare sodo per tre o quattro anni, dalla gavetta, sostenendo le parti di cameriere, maggiordomo, servo che non parla, con grande spasso degli amici che nelle prime file lo incitavano dicendo “Dai dì qualcosa, parla anca tè!”. Ma lui Biavati sempre muto, impassibile, così come imponeva il copione; finché, come scrisse in quella testimonianza nel 1949 su Libertà, “in una gelida sera di dicembre 1929, il presidente della Filo di allora, il conte Riccardo Douglas Scotti, riunì la compagnia per la lettura di un atto unico di autore ignoto, un bozzetto in dialetto piacentino dal curioso titolo “Toot l’onor, addio baracca.

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Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • Veramente bello e a tratti commovente. Teniamo accesa la fiammella di questi ricordi e queste tradizioni.

  • Ottimo lavoro, aspetto il prossimo.

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