Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Borghetto, rione di “giad”: i protagonisti della commedia umana (2° parte)

Gli abitanti di Borghetto, nel primo ventennio del secolo, furono personaggi di fiera, proba moralità umana e sociale, di proverbiale possanza fisica, di profonda bontà d’animo:gente con il cuor in mano, come si suol dire

l'osteria Rizzi

Gli abitanti di Borghetto, nel primo ventennio del secolo, furono personaggi di fiera, proba moralità umana e sociale, di proverbiale possanza fisica, di profonda bontà d’animo:gente con il cuor in mano, come si suol dire. La fama di malvivenza non gli si addiceva come a quelli di Porta Galera (ma era poi tale nel senso ristretto del termine?), annidati nei recessi del Coldilana, considerati dai codici del tempo alla stregua di truci ladroni, essendo dediti, spinti dalla miseria, solo a furtarelli per vincere la miseria, l’inedia, la fame di più nera. I“giad” di Borghetto, erano viceversa noti in tutta la città, come autentici modelli di filantropismo comunitario.

Laddove c’erano povertà, indigenza, tribolazioni, patimenti fisici e morali, lutti, ognuno accorreva a recare non il superfluo, ma spesso si toglieva il pane di bocca e di tasca. Se a una povera donna moriva il marito trovandosi così sola con un nugolo di bambini da sfamare ed allevare, vigeva la prassi della “colletta”, cioè la raccolta in denari e beni di consumo cui tanti in varia misura corrispondevano.

Gente rude, dai tratti magari aspri, plebei, un po’ selvatici essendo adusi alle attività rustiche del Po. Gente di pesca, scavatori di sabbia e di ghiaia, carrettieri, boscaioli, fornaciai, cavallanti, robivecchi, manovali, “brintadùr” (trasporto vino), rivenduglioli, lavandai, che sotto la scorza ruvida e burbera celavano generosi affetti, passioni e sentimenti altruistici.

Fra tanti, il caso del popolarissimo “stràsèi” Dante Migli soprannominato “Zèti” che nel dopoguerra costruì una cospicua fortuna incettando, oltre agli stracci e la carta, rottami di ferro, residuati metallici, (rame,bronzo, ottone) d’uso bellico, specie bossoli di proiettili. Piccoli guadagni per tanti ragazzini dalla loro ricerca, qualche moneta in più per le famiglie. vittorioRizzi-2

Era il boss umanitario della borgata. Chiunque bussasse alla sua porta non ne tornava mai a mani vuote e spesso riceveva più dell’immediato necessario. Sua moglie Filomena Bonadè era, in versione popolaresca, l’umile assidua, “dama di bontà”. Sfamò centinai di famiglie povere, anche in altre borgate. L’opulenza dei Migli fluiva nei vasi capillari dell’indigenza, della miseria, delle ristrettezze.

Analogo discorso per la “Pirèina” vedova Giacobbi, nella cui bottega di generi alimentari con annesso forno-panetteria si acquistava a credito. E quante volte sui libretti della spesa dei nucli familiari più bisognosi, i conti venivano depennati in parte o del tutto grazie alla sua riservata longanimità.

Di quanti “tinèi”, debiti non più pagati, contraddistingueva il suo bilancio d’esercizio annuale? Nessuno lo ha mai saputo, perché la bontà autentica, è taciturna, non veste le penne del pavone, non figura negli albi d’ora della munificenza, dell’umanitarismo pubblico, talora suggellate in clausole testamentarie che diventano operanti solo dopo la morte del benefattore che ha voluto collegare la sua memoria nominale ad un istituto, un ente, un’opera pia. Quella della Pirèina era bontà quotidiana, senza fronzoli, immediata.

Ma la Pirèina, fu anche l’osteria più frequentata dalle via e dintorni. Già dai primi del ‘900 era gestita dalla famiglia Giacobbi con il padre Pietro e la moglie Sibilla Olivoldi. Nacque come mescita di vino ed annesso negozio di alimentari cui si aggiunse, poco dopo, il forno per il pane. L’osteria ingranditasi nel tempo fino a trasformarsi (com’è ancora oggi) anche in trattoria, era famosa per l’ottimo vino di Vicobarone pigiato direttamente nelle ampie bigonce davanti al locale e per i profumati affettati. Il locale era (ed è) composto da un’ampia sala e due salette interne con un cortiletto, Essendo il locale più popolare del rione, era evidente che tutte le “macchiette” ed i personaggi più estrosi e burleschi gravitassero dalla Pirèina: Vargìni, “Nadèl cul rosa” barbiere con bottega sottobraccio e perenne euforia bacchica, Narèi, dotato di una bella voce che si accompagnava con l’inseparabile chitarra, oggetto di lazzi e battute dei frequentatori. Ed ancora: Tagàm, ilare macchietta delle compagnie, notissimo per la velocità nel vuotare piatti e scodellini di rosso o Nantùla Milgi che per accelerare un trasloco ed andarsene all’osteria con gli amici, fece passare  un armadio dalla finestra e lo gettò direttamente in strada.

Straordinarie erano anche le “trasferte” per Verona durante la stagione operistica. Il lungo viaggio su sgangherate corriere era allietato da un paio di damigiane da consumarsi sul mezzo.fornoGiacobbi-2

Partendo dall’inizio della via (angolo via Cavour) c’era l’albergo Due Spade, poi “Pasquèi” (re della picula ‘d caval di cui abbiamo già trattato), quindi l’osteria di Gaetano Testa, il banco d’assaggio di Basini (angolo via S.Sisto), la Caràfa o la Betìna, Giancarlo Rosetti (al seìndich) particolarmente frequentato dai pescatori della zona come Runcìn Canevari, Palèi, Gigiòn e Carlètu Bori (sabbiaioli di cui tratteremo), Micrèi Canevari. Verso la fine degli anni Venti il locale si trasformò in cooperativa ed era frequentato da Angelo Faggi nota figura di anarco-rivoluzionario. Qui pare si reclutassero i militanti di sinistra detti “gli arditi del popolo” da contrapporre agli squadristi del Fascio.

Ed ancora Vittorio Rizzi che con la moglie Ida Orsi conduceva l’osteria detta ‘dla culonna” per il tondo pilastro che campeggiava nel centro dell’ampia stanza da cui era costituita l’osteria. L’Ida era nota, quasi al pari della Pirèina, per la sua generosità; spesso per non farsi notare dal marito che cedeva vino a credito, dava lei stessa qualche centesimo ai postulanti per andare a bere in un altro locale.

Figure splendide quelle delle donne di Borghetto e dintorni: “linguacciute”, sempre pronte al motteggio; da vere rasdure sapevano affrontare qualunque situazione, anche meglio degli uomini, anzi spesso svolgevano lavori faticosi, specialmente le lavandaie militari che ogni giorno stendevano file interminabili di bucato sul Torrione e nelle aree prospicienti i Sièr.

E’ ancora vivo, anche se evanescente per il tempo trascorso (mancò che ero appena adolescente) l’immagine di mia nonna paterna, Angela Bisi, già bidella al Taverna che bene emblematizzava queste straordinarie figure di popolane.

Scrivevamo di Faggi. Nei primi anni Venti Borghetto fu baricentro delle irruzioni repressive dello squadrismo fascista. Ma le spedizioni furono sovente non troppo cruente, perché la borgata era soprattutto abitata da sottoproletari, più che da operai. 

E’ per questo che Borghetto non pagò come altri rioni (Taverna) pesanti tributi, ma quando Faggi organizzò gli arditi del popolo, Barbiellini, pur organizzando in contrapposizione gli arditi del fascio, dimostrò nei fatti tolleranza verso i popolani di via Borghetto.

Sono “immagini” ormai lontane un miglio, tutto è svanito nell’aura magica del tempo, eppure percorrendo questa via, urbanisticamente immutata, sembra riecheggiare ancora quasi una melodiosa e fiabesca rapsodia di popolo.

  

Piacenza, una storia per volta

Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… "la rimembranza acerba!"



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Commenti (1)

  • Ottimo lavoro.

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