Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

La storia del quartiere di San Savino, quei bei tipi di “Trebbiola”

Riprendiamo il nostro periplo tra le borgate con Cantone Trebbiola, una delle arterie rionali di spiccata caratterizzazione popolaresca, stretta a nord dagli edifici militari, ovvero “Sussistenza” e “Colombaia” e ad est del grande orto detto allora “’d Bandòt”

Riprendiamo il nostro periplo tra le borgate (si parva licet componere magnis) con Cantone Trebbiola, una delle arterie rionali di spiccata caratterizzazione popolaresca, stretta a nord dagli edifici militari, ovvero “Sussistenza” e “Colombaia” e ad est del grande orto detto allora “’d Bandòt”, una zona caratterizzata da una peculiare connotazione sobriamente rustica, pur trovandosi ad un tiro di schioppo dai vivaci e Trebbiola, l'oratorio Miraglia-2più esuberanti rioni borghigiani di S. Agnese e Porta Galera. Malgrado ciò non può certo considerarsi un’appendice anonima, amorfa sotto il profilo del costume sociologico, perfino storico, avendo ospitato alla fine dell’Ottocento (ed inizi del secolo successivo), quel famoso Oratorio istituito da don Paolo Miraglia, bellicoso predicatore siciliano che all’epoca di mons. Scalabrini, capeggiò nella diocesi piacentina, con vasto consenso popolare, il movimento scismatico all’insegna di Girolamo Savonarola, il predicatore domenicano vissuto nella seconda metà del XV° secolo a Firenze dopo la cacciata dei Medici che, per avere fustigato i costumi immorali di Papa Alessandro VI°, fu da questi scomunicato finendo i suoi tempestosi giorni impiccato ed il corpo bruciato sul rogo.

Quella specie di falansterio che fu la Sussistenza altro non era che il grande panificio militare situato all’angolo tra via Benedettine e Cantone Abbondanza. Un amico anziano, da tempo scomparso, “maitre a penser” di una “storica borgata” di cui vantava con orgoglio l’humus popolaresco per l’assidua frequentazione di una notissima osteria, con una personale verve tutta piacentina, sovente condita di amara ironia con a tratti “pennellate” di sarcasmo, ma ormai affermato rappresentante della facoltosa borghesia, era solito dire:” sum nasì in dal cantòn ‘dla bundanza e ghemma (avevamo) seirpar fam!”. Ebbene questa via che oggi mette in comunicazione via Trebbiola con viale S. Ambrogio, fino al 1935 era un vicolo chiuso che terminava contro un antico oratorio, la chiesa di S. Maria dell’Abbondanza chiusa al culto nel 1810. La Colombaia era invece ubicata dirimpetto alla Sussistenza. Le altre strutture edilizie le conferivano un’aria grave, severa, quasi sinistra. L’orto “’d Bandòt”, vastissimo, estendeva l’area quadrangolare gremita di piante fruttifere ed ortaggi stagionali, nel retroterra lussureggiante di vegetazione confinante con l’ultimo tratto delle Benedettine, via Alberoni, parte di Viale Abbadia.

L’antico Cantone Trebbiola (la cui designazione toponomastica pare dovuta al torrentello che qualche secolo fa scorreva in quella zona rurale scarsamente abitata, selvatica), costituiva il fulcro quasi abnorme, comunque eterogeneo, della comunità di S. Savino, aggregando ai ceti sottoproletari e proletari, gruppi sociali fioriti in età umbertino-giolittiana. L’allora decano dei giornalisti sportivi piacentini Gaetano Cravedi in una sua rievocazione imperniata negli anni ’20, ricordava gli anni della fanciullezza:” ho avuto modo di conoscere da vicino taluni personaggi rappresentativi del periodo, sperimentando vicende, usanze, comportamenti, tic psicologici di quella contrada rionale. Il suo scenario edilizio era allora prevalentemente improntato alla rusticità.

L’arteria-ghetto era lastricata di ciottoli, infilandosi terminalmente in Cantone Abbondanza che però risultava bloccata dall’altro lato frontale della “Sussistenza”, non essendo ancora stato aperto il varco che in seguito l’avrebbe fatta sfociare in viale S. Ambrogio, quasi a metà di quel tratto di circonvallazione interna”.

 
Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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