Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Osterie piacentine, tra le più rinomate c’era quella del "Prètu"

In una città di chiese e caserme, pare che fossero oltre cento

Clienti all'osteria del "Prètu"

Interrompiamo il nostro vagare per le vecchie borgate di Piacenza (quante ne rimangono ancora da esplorare...) per soffermarci, perché era doveroso, su una vecchia e cara osteria piacentina, una delle più note, perlomeno al pari di “Pasquèi” di via Cittadella o quella “del Bambèin” di Porta Galera, ovvero quella “del Prètu” (la dizione corretta vorrebbe la o finale con la dieresi) di Piazza Duomo, a cui è subentrata da decenni una nota pizzeria.

E’ necessario però puntualizzare che la sua ubicazione, in sessant’anni di conduzione di padre in figlio, non fu sempre la medesima, anzi “migrò” in molte zone della città prima di stabilirsi dove la ricorda la maggior parte dei piacentini. Augusto Astorri detto “al Pretu” (il nomignolo non ha nulla a che vedere con la vicinanza al Duomo, bensì per un grembiulino nero ed un colletto bianco che indossava all’asilo), iniziò la sua attività nel 1912 in via Alberoni di fronte al Cantone del Pozzo, poi si trasferì in via Roma, (in un locale dove per decenni poi subentrò una pasticceria) e vi rimase fino al 1922.

Augusto originario del popolare rione di S. Agnese (era nato infatti in via Genocchi nel 1889) non seguì come molti altri osti piacentini una tradizione paterna: lavorava infatti come operaio in fonderia, prima di intraprendere il mestiere che lo avrebbe reso noto per la competenza, l’onestà, i tratti cordiali, la passione nel servire ai clienti prodotti genuini a prezzi modici.

Dopo via Roma, quasi ambasciatore vagante del buon vino in un’epoca nella quale le persone ben difficilmente tendeva ad uscire dalla borgata nella quale erano nati, traslocò in Stra ‘lva, subito dopo Cantone Valverde prima della scuola Taverna, poi all’inizio di via Sopramuro, poi al n° 7 di via Chiapponi fino a quando i bombardamenti che distrussero una parte di Piazza Duomo non lo portarono nel 1945 all’ultima e definitiva sede nella Piazza.

Fin dalla prima mattina era un via vai continuo di gente, avventori di tutti i ceti sociali, ma per lo più dediti a piccole attività commerciali come barbieri, sarti, calzolai, ortolani, mestieri abbastanza concentrati nei paraggi. Venivano chi per un attimo di pausa nella lunga giornata lavorativa, chi per vincere il tedio nelle forzate ore di ozio. Per tutti comunque un bicchiere di vino sincero che, come in molte osterie di allora, era pigiato direttamente nella “navassa” davanti all’esercizio a dimostrazione della genuinità del prodotto, operazione cui attendeva personalmente il “prètu” con l’aiuto del figlio Gino suo collaboratore nella conduzione.

Se la cantina ed il vino erano di pertinenza degli uomini, la cucina era il regno delle donne: qui Clotilde (la moglie di Augusto) coadiuvata dalla nuora “Bèrtina”, sciorinava tutto il variegato repertorio della cucina piacentina: picùla ‘d caval, ganasèi e polenta, trippa, cotechini caldi e fumanti, piatti richiestissimi a tutte le ore, ma soprattutto durante i giorni di mercato quando l’affollamento del locale raggiungeva punte elevatissime, con i clienti fuori in attesa che si sgombrasse l’enorme tavolone al centro della stanza; valeva la pena un po’ di attesa! I cibi erano buoni, il vino “sincero” ed i prezzi modesti.

Anche qui tuttavia, accanto agli avventori “occasionali”, non mancavano quelli abitudinari che, accanto alle “colazioni e merende” intavolava, nelle ore più calme, lunghe disfide a briscola e tresette cui partecipava volentieri anche lo stesso “Prètu”; ne facevano parte tra gli altri, Dante Barbieri “figaro” per quasi cinquant’anni in via Romagnosi di fianco alla drogheria Dodi, i noti salumieri fratelli Garetti, il fruttivendolo Aldo Bonino, il popolare Piròn Losi, Guglielmi, Loranzi.

Un ambiente tranquillo, alla buona, senza mai quelle liti che sovente avvenivano in altre osterie ma che si animava e si “accendeva” in occasione di feste e simposi allietati anche qui dalla musica degli immancabili Iselli e Politi o Alfredo Rossi e “Marlèi” Cornelli. Il Carnevale poi anche qui era occasione di grande baldoria; per tutto l’anno gli abituali frequentatori dell’osteria risparmiavano piccole cifre per costituire il capitale della “grande abbuffata”; in quell’occasione, sul lungo tavolo affollato le bottiglie si allignavano come un lungo serpente fra una portata e l’altra. A far salire ulteriormente la “pressione”, provvedevano poi le disfide lessicali tra due famosi “Vigion” Loranzi e Guglielmetti che nei loro vagabondaggi cittadini perduranti tutta la settimana di Carnevale, si incontravano, come stabilito, dal “Prètu”. 

Lì scoppiava la bagarre,una battaglia “all’arma bianca”caratterizzata da battute salaci e spontanee, quasi mai secondo copione, che confermavano quella fama che li voleva incontrastati protagonisti di quella ricorrenza.

Piacenza, una storia per volta

Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… "la rimembranza acerba!"



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