Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Quando in via Roma c’era la pasticceria Piccoli, la preferita da Valente Faustini e Luigi Illica

Venne fondata da Pietro Francesco Piccoli nel 1693 dove c'è il giardino Merluzzo: addolcì i palati dei piacentini per quasi tre secoli

L'interno della pasticceria Piccoli

Questa Piacenza popolaresca antica! Basta girare lo sguardo e subito un luogo, un edificio, richiama un ricordo. Così poiché in un recente articolo abbiamo trattato del giardino Merluzzo, diventa giocoforza descrivere l’antica Pasticceria Piccoli che si trovava proprio davanti alla scalinata che conduce nel giardino stesso in via Roma.
Oggi vi è collocato un anonimo call center per chiamate internazionali, ma per tre secoli l’edificio ospitò una delle più rinomate pasticcerie cittadine, frequentata da illustri personaggi quali Luigi Illica, Valente Faustini e (come si evince dalla foto con dedica) dall’illustre clinico Dioscoride Vitali, che fu a lungo nel partito democratico e persino “cacciatore delle Alpi con Garibaldi”. La fama del locale è collegata alla famiglia che la gestì per ben dieci generazioni, i Piccoli.

Oggi il consumismo sfrenato ha ormai radicalmente modificato l’attività artigianale che tuttavia, in alcune attività, come appunto la pasticceria, pur con l’ausilio di numerosi macchinari, conserva una dimensione ancora manuale.

Ma nel caso dei Piccoli stupisce comunque il pensare come in maniera quasi religiosa, si sia tramandato di padre in figlio, quella che potremmo quasi definire arte, allorché esista un patrimonio familiare da difendere e custodire, un buon nome da perpetuare. Si tramandavano piccoli segreti di lavorazione gelosamente conservati; più che rapporti di interesse economico e materialistico, era come conservare il culto degli avi. Ne derivava di conseguenza una tipica ed inconfondibile produzione, che andava via via perfezionandosi, attribuendo alla bottega artigiana una intima peculiarità locale.
La tradizionale “bottega” era il miglior vanto dell’apprezzato prodotto italiano, sia nelle arti che nei mestieri; le molte ditte artigianali piacentine che avevano costituito, dal medioevo in avanti, le potenti corporazioni dei “paratici” ed avevano resistito per secoli in questa loro tradizionale prerogativa, sono ormai del tutto scomparse.

Unica fu la Pasticceria Piccoli che conservò fino a non molti anni fa, il sapore di quella costanza conservatrice della tradizione familiare.
La ditta iniziò come “spezieria o drogheria” ed aprì come nuova “bottega” in quel popolare rione detto “San Lazzaro” (o strada di Sopra, poi Cavallotti, infine Roma) che convogliava il traffico della via Emilia verso il cuore della città. Non a caso, a pochi metri, sorse l’antico albergo Corona, rinomato fin dai tempi delle diligenze come conferma l’esistenza di un ampio stallaggio funzionante fino agli anni ’20.

dedicapastpiccoliVitali-2Fu Pietro Francesco Piccoli, come attestano vari documenti notarili, che nel 1693 diede vita all’attività commerciale: spezie e droghe venivano preparate e macinate in vecchi mortai di granito che servirono anche successivamente per pestare le mandorle. Suscita curiosità (come si può evincere dalla foto) anche un’antica pietra per la macinazione del cacao, arcuata e scannellata con relativo rullo, pure in pietra, per la fabbricazione del cioccolato, ad imitazione del sistema messicano.

E’ fuor di dubbio quindi che fu Pietro Francesco ad iniziare questa attività come certifica anche un atto laddove egli dichiara di aver dovuto contrattare un prestito di 193 lire e che gli affari abbiano subito prosperato, sta a testimoniarlo il fatto che il 19 novembre 1694 possedesse un capitale di 290 lire e debito pagato. 
Succedette nella conduzione della bottega il figlio Gaetano che proseguì l’attività della ditta per un quarantennio e precisamente fino al 21 luglio 1766 epoca della sua morte come attesta il registro parrocchiale di S. Savino.
Coeredi furono il figlio Adamo e Felice, ma per accordi tra loro pattuiti la ditta, alcuni anni dopo, fu rilevata totalmente dal primogenito Adamo che ne divenne unico titolare.

Nel frattempo l’azienda si trasformò definitivamente da drogheria in pasticceria, come conferma l’atto di riscatto di Adamo dal fratello ed acquistò, anche in questa nuova attività una riconosciuta autorità. Fu poi il figlio di Adamo, Gaetano Piccoli, che il 4 novembre 1809 provvide all’acquisto dello stabile in Strada S. Lazzaro ai 
n° 118 e 121 aggiungendo, come specificava il rogito redatto in francese, lingua ufficiale di allora, una nuova attività, quella di moutadier, fabbricante e venditore di mostarda.

A lui nel 1853 succedette il figlio Adamo, quindi nel 1882, alla sua morte, l’attività fu proseguita dalla vedeva Federica fino alla maggiore età delle due figliole, Maria e Giuseppina che nel 1898 assunsero direttamente la gestione mantenendo con efficienza la fama ormai completamente consolidata della ditta.
Fu in quel periodo, o meglio poco prima, al tempo della gestione di Federica che la ditta era frequentata da Luigi Illica. L’illustre poeta amava moltissimo, nelle belle giornate, incamminarsi verso le mura, sostando al ritorno nella pasticceria ad assaggiare qualche pastina sorseggiando un bicchierino di un certo tipo di vino chinato che, con le paste dolci e le famosissime “Nevole di panna alla vaniglia” furono sempre vanto dell’esercizio. E lì, si racconta, seduto ad un tavolino con un conoscente, una sera autunnale del 1886, Illica ideò il titolo della sua commedia “Gli ultimi templari”.

Anche il prof. Valente Faustini come attesta un diploma scritto di suo pugno comprensivo di fregi e decorazioni e rilasciato il 28 giugno 1893 alla famiglia per il duecentenario della fondazione della ditta, ne fu assiduo frequentatore. Amico dei proprietari, amava certe volte indugiarsi un poco di più nel locale declamando ad alta voce, con grande enfasi, alcune sue poesie. Grande ilarità suscitò la recitazione del suo “Un des matt”. Nell’anno 1904, in piena “belle epoque”, epoca di trine, merletti e raffinatezza, subentrò alle sorelle il più giovane fratello Antonio che, come riportato da Aldo Ambrogio in una sua annotazione, fu così in grado di proseguire la continuità familiare in un ramo maschile della stessa ditta. Vi rimase fino al 1920, quindi si ritirò dal commercio.

Ritornò ancora una volta alla conduzione la sorella Giuseppina che comprendendo le nuove esigenze commerciali, fece compiere lavori di ampliamento e di rinnovamento degli arredi e nel 1930 conferì la titolarità al nipote Federico che adattando ulteriormente i locali, sostituì ai vecchi forni nuovi sistemi a vapore ed un moderno impianto di gelateria, ma soprattutto continuò a far “ingolosire” i piacentini con le famose “Nevole di panna alla vaniglia”, richieste spesso anche da altre città.
La moglie ricordava ancora al cronista l’accuratezza del lavoro in laboratorio, la ricerca dei prodotti sempre freschi e genuini. Un esempio: poiché com’è noto d’inverno le galline fanno meno uova (allora non c’erano gli allevamenti in batteria), se ne acquistavano d’estate grossi quantitativi che venivano conservati in ampie vasche in cantina (bella, fresca, spaziosa, con grandi volte) ripiene d’acqua di calce.
Poi al momento dell’uso, alla luce di una candela, si esaminavano una ad una per vedere se erano perfettamente conservate.
Il locale prosegui poi l’attività con un’altra gestione ed oggi è destinato ad uso completamente diverso.
E’ sparita la cancellata che circondava il giardinetto Merluzzo, sono scomparsi i tram che passavano sferragliando davanti alla pasticceria che rimane tuttavia lì a ricordarci il lontano passato delle nostre nonne quando alla domenica, all’uscita della messa, sciamavano in pizzi e crinoline, ad acquistare i pasticcini per il pranzo domenicale che riuniva in festa tutta la famiglia.

Piacenza, una storia per volta

Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… "la rimembranza acerba!"



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