Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Strade, vicoli e cantoni di Piacenza: quanti nomi stravaganti

Ci divertiremo con un po’ di aneddotica “spicciola”, ricordando che sull’uso di “sbattezzare” le strade con una sorta di maniacale frenesia del nuovo, può succedere anche di tornare alla precedente denominazione

Sovente, quasi per la seconda metà dell’800 e primi del ‘900, i cultori di memorie storiche locali si sono impegnati per ricercare le remote origini delle pittoresche denominazioni indicanti strade, vicoli, cantoni e spiazzi. Ma la querelle che ne è seguita sulle differenti interpretazioni, è andata avanti a lungo, con sottili elucubrazioni etimologiche sul perché un luogo si denominasse così, per estendersi ai nomi dialettali di animali, fiori, erbe, frutti, piatti, ricette ecc. Tutto questo non è di mia specifica conoscenza. Non ho adeguata preparazione in proposito.

Ho sempre preferito ed agevolato ricerche di carattere storico-sociologico, optando sovente per compendiare tante testimonianze orali stradario-2unite alle ricerche in archivi ed in biblioteca, anche se mi rendo conto che, a volte, per qualcuno, possa essere anche piacevole e gratificante, scendere nel dettaglio delle curiosità etnografiche che riguardano detti, proverbi, nomi di vie; stimolano l’interesse perché sono tanto curiosi che, a volte si coniugano anche con la bizzarria.

Così per qualche puntata del nostro blog ci soffermeremo sui nomi stravaganti che nel passato avevano strade, vicoli e cantoni, affidandoci alle guide (di cui possiedo diverse copie di fine ‘800 e primi del ‘900) ed all’analisi di alcuni noti studiosi, in particolare Nasalli Rocca, Stefano Fermi, Leopoldo Cerri ed Attilio Rapetti. Il tutto senza pretese di scientificità etimologica, perché per questo servirebbe la straordinaria competenza dell’amico Luigi Paraboschi scomparso ormai da tre anni, la cui figura è sempre viva nel ricordo di chi ama Piacenza. Ma anche il prof. Fausto Fiorentini ha dedicato alle vie della nostra città un apprezzato volume.

Così, senza ostentazioni erudite e soprattutto evitando eventuali dispute sui nomi, ci divertiremo con un po’ di aneddotica “spicciola”, ricordando che sull’uso di “sbattezzare” le strade con una sorta di maniacale frenesia del nuovo, salvo poi in non poche occasioni tornare alla precedente denominazione, già sulla fine dell’800 divamparono critiche e polemiche tra "progressisti” e lo stradario di Repetti-2“conservatori”, quest’ultimi schierandosi a spada tratta affinché i nomi di antica tradizione restassero quali erano. Non si arrivò agli scambi feroci tra classici e romantici (tipo “vecchia pitonessa” coniato per Madame De Stael!), ma a volte i contrasti furono intensi.

I conservatori volevano che gli originari nomi fossero conservati perché, a loro dire, condensavano pagine di storia civica e costume popolare; i progressisti propendevano invece per cancellare quello che definivano “vecchiume miserando, vergognose miserie passate, indegne di un popolo risorto a nuovi fastigi di dignità sociale” (sic!)

Ma alla fine non ci furono né vinti né vincitori, perché anche se molte vie cambiarono denominazione, il popolino, per inveterata consuetudine, forse anche pigrizia, continuò a designare i luoghi con i nomi di una volta.

Prima di venire al dunque, giova precisare che, agli albori del secolo scorso, le abitazioni cittadine non erano civicamente numerate, né le strade, i cantoni, i vicoli, i viottoli d’uso e transito rurale, erano contrassegnati da denominazioni ufficialmente rubricate. Anche la burocrazia comunale svolgeva infatti i suoi compiti di recapito domiciliare a lume di naso, idem gli altri organi amministrativi, tra cui la polizia.

Fu soltanto nel luglio 1803, durante la gestione del potere napoleonico affidato nell’ex ducato borbonico parmense a Moreau de Saint Merry, che si volle regolamentare la confusa, ambigua materia toponomastica. Infatti il Governatore di Piacenza, Bertolini, ricevette vecchie pubblicità-2dall’amministrazione parmense disposizioni o “massime” d’applicazione concernenti la “numerazione della case e Botteghe e per la denominazione delle rispettive Strade, Cantoni e Vicoli”. Non sembra che quelle “massime” dessero frutti duraturi.

Lo comprova il fatto che ancora nel maggio del 1861 il Consiglio Comunale della “Primogenita” si trovò a dover approvare una proposta di assegnare nuovi nomi alle principali vie della città in questo ordine sostitutivo: via S. Lazzaro, antica Strada di Sopra, nel suo percorso dall’omonima Porta fino a Strada Crosa (ossia il tratto che sfocia nell’attuale via Cavour) prenderà il nome di via Alberoni; quello di Cantone delle Tre Ganasce si chiamerà via Duomo; Strada Dritta via Melchiorre Gioia; Cantone dei Calzolai diverrà via Del Monte. Ed ancora: Strada del Guasto verrà chiamata via Garibaldi, Piazza Borgo, Piazza Cavour; Corso Gioberti si chiamerà Strada S. Antonino, S. Raimondo cederà l’antico titolo a Corso Vittorio Emanuele. Corso Alberto subentrerà l'indicatore di Ziliani-2alla Strada delle Saline.

Strada Crosa diverrà via Risorgimento, Strada S. Franca a sua volta via Taverna ex Strada Levata. Altri “sbattezzamenti” contenuti in tale proposta riguardavano via Giordani che si sarebbe chiamata Strada S. Pietro e S. Agnese, via Romagnosi Strada S. Antonino e S. Salvatore; Infine Corso Cialdini si chiamerà Strada di S. Maria di Borghetto. Immutata resterà la denominazione di Stradone Farnese.

L’annessione di Piacenza al Regno piemontese era ormai un fatto compiuto. Pertanto si capisce come ai vecchi nomi di gran lustro storico nell’Italia delle guerre di Indipendenza, si sostituirono quelli dei nuovi “padri della patria”. Vennero posti nel dimenticatoio alcuni nomignoli popolareschi quali “Strada Macina Vecchia” o “Vecchio dazio”. Ma le genti di borgata che non gradivano affatto sostituzioni di nomi troppo illustri a quelli più radicati nella loro memoria collettiva, continueranno a chiamare le nuove strade, vicoli e cantoni, con il vecchio nome originario. Nella seconda parte inizieremo con Cantòn dal Guast (ovvero Garibaldi) e con Cantòn ‘dla Puvartà” (ovvero Illica).

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (2)

  • tutto il mondo è paese! Dopo l’annessione di Piacenza al Regno piemontese mi sembra quasi ovvio che i nuovi padroni abbiano voluto sostituire certi vecchi nomi con i nomi dei nuovi “padri della patria”. Esempi simili ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Basti pensare, ad esempio, alla russa città di San Pietroburgo. Fondata col nome di San Pietroburgo, è poi diventata Pietrogrado, per poi diventare Leningrado, e quindi per ritornare all’attuale nome iniziale di San Pietroburgo (chissà che tra poco non diventi Putingrado)

  • Quando uno Stato, Regime e simili, occupa un territorio, con o senza il parere dei residenti, si pensa a cancellare il passato iniziando dalla toponomastica urbana, col benestare della nuova classe dirigente, ma non del popolo che continua ad usare la SUA toponomastica. Ai popolani Piacentini del 1860 i nuovi nomi Savoiardi non hanno alcun significato, anche perché il nuovo regime non risolve, anzi aggrava, i problemi quotidiani di sopravvivenza, e le Idee Politiche e affini non riempiono lo stomaco, tutt'altro.

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