Peveri si consegna per andare in carcere. La figlia Martina: «Non lo lasceremo mai solo»

E' giunto il provvedimento esecutivo per l'imprenditore di Sarmato e Gheorghe Botezatu. La figlia: «Papà non voleva farsi giustizia da solo uccidendo. Quel modo di agire non gli appartiene»

Da sinistra Angelo Peveri e Gheorge Batezatu

Nel tardo pomeriggio del 19 febbraio Angelo Peveri e Gheorghe Botezatu si sono consegnati presso lo studio dei loro avvocati per essere portati in carcere. E' infatti giunto il provvedimento di carcerazione nei loro confronti sulla base della sentenza della Cassazione che li ha condannati per il tentato omicidio dei ladri romeni che erano entrati nel cantiere di Borgonovo nell'ottobre del 2012.

Abbiamo raggiunto al telefono Martina Peveri, figlia di Angelo. Al telefono, la voce è sicura e ferma. Trapela una vena di sconcerto e di amarezza, ma Martina sa quale strada dovrà percorrere per aiutare papà Angelo. «Se andrà in carcere - afferma la figlia di Angelo Peveri - spero di riuscire a vedere papà tutti i giorni. Di sicuro, la mia famiglia non lo lascerà solo un momento». E ancora: «Papà non voleva farsi giustizia da solo uccidendo. Quel modo di agire non gli appartiene». Martina ha seguito tutto il calvario della famiglia nella vicenda giudiziaria che ha portato alla condanna definitiva del padre Angelo. Socia di un negozio di abbigliamento a Castelsangiovanni, Martina, 25 anni, si trova a dover affrontare una dura prova.

Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto di annullare la condanna e rifare il processo, ma il giudici hanno deciso per la conferma della condanna. La notizia l’ha stupita o l’ha fatta arrabbiare?
«Stupita e sono incredula. Il fatto che il procuratore generale avesse chiesto di accogliere le richieste della difesa, di annullare la sentenza e rinviare gli atti alla Corte di appello significa che gli avvocati difensori hanno lavorato bene».


Ha qualche rammarico?
«Non ce l’ho con la magistratura. E’ un peccato, però, perché se in primo grado la pena fosse stata quella chiesta dal pubblico ministero, 3 anni e 6 mesi, non saremmo qui a parlare, e a preoccuparci, di mio padre che deve andare in carcere». Infatti, se la condanna fosse stata inferiore a 4 anni, Angelo Peveri avrebbe evitato il carcere.


Come reputa la sentenza della Cassazione?
«Non mi sembra adeguata, proprio per la richiesta del procuratore generale. Premetto che non sono un’esperta e non ho le competenze giuridiche necessarie. Mi attengo solo ai fatti. Tutto ciò che è accaduto, è stato un incidente. Una concomitanza di elementi, il buio, il fondo irregolare del fiume, l’essere uscito in ciabatte, trovarsi sopraffatto e inciampare. Mio papà non voleva uccidere, altrimenti non avrebbe chiamato subito i soccorsi».

Come sta vivendo questa situazione la sua famiglia?
«Papà ci tranquillizza e si comporta in modo normale, anche se noi vediamo che lo fa per non farci preoccupare. Mia madre è abbattuta. La nostra è una grande famiglia e viviamo tutti insieme, uniti. Affronteremo questa prova come ne abbiamo affrontate altre».


I suoi amici le fatto sentire la loro vicinanza …
«Ci sono tutti vicini e noi siamo stupiti da tanto affetto. Pensi cosa sono arrivati a immaginare. Un amico di papà mi ha scritto che ha calcolato i giorni che papà dovrà scontare in carcere: se si potesse, ognuno si è offerto di scontarne due». Martina non dimentica il fidanzato «che mi starà vicino nei prossimi mesi, quando ne avrò più bisogno».


L’azienda di suo padre, nonostante ciò che è accaduto, ha continuato a subire furti…
«Viviamo tendendo le orecchie al primo rumore sospetto, di giorno e di notte. Una voce, un cane che abbaia… Viviamo così da anni anche perché abbiamo continuato a subire furti».


Il caso di suo padre è stato portato dalla stampa a livello nazionale.
«Sulla stampa in questi giorni ho letto tante inesattezze. Papà non ha sparato volontariamente, né ha mai detto di averlo fatto. Mio padre è il primo a dire che è lo Stato a dover difendere i cittadini. Colgo l’occasione per poter spendere due parole anche per il nostro dipendente, Gheorghe, a cui non viene data la giusta importanza. Gheorghe lavora con noi da 15 anni ed è come se fosse un famigliare. Se la pena di papà è inaccettabile la sua lo ancora di più. 

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