Anziana morta dopo una caduta nella casa di riposo: il pm chiede due anni

Il processo che vede coinvolte tre donne che lavorano nel reparto Melograno della casa di riposo Andreoli di Borgonovo riguarda la caduta di una anziana di 91 anni, l’8 marzo 2013 (sarebbe poi morta il 9)

Immagine di repertorio

Vanno condannate perché il rischio c’era, ma loro hanno continuato a operare senza rappresentarsi la situazione di pericolo. No, vanno assolte perché non c’è alcun reato e loro si sono comportate correttamente. Sono le richieste di accusa e difesa, al termine del processo che vede coinvolte tre donne che lavorano nel reparto Melograno della casa di riposo Andreoli di Borgonovo, per la caduta di una anziana di 91 anni, l’8 marzo 2013 (sarebbe poi morta il 9). L’anziana si trovava in una saletta insieme con altri 4 o 5 ospiti. Una saletta che era sottoposta alla sorveglianza da parte del personale che passava davanti alla stanza.

Il pubblico ministero Matteo Centini ha chiesto alla Corte di assise di condannare a due anni Carmen Pozzi, 65 anni, responsabile delle attività assistenziali; Stefania Pettenati, 60 anni, responsabile delle attività sanitarie e la marocchina Samira Mountassir, 46 anni, operatrice socio sanitaria (Oss). Per tutte il pm ha chiesto la concessione delle attenuanti generiche. Gli avvocati difensori Sergio Ghiretti (Foro di Parma) e Antonino Rossi - il primo assiste Pozzi e Pettenati, il secondo Mountassir - hanno chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Il figlio della vittima si è costituito parte civile con l’avvocato Cinzia Panni, la quale si è associata alla richieste di condanna e ha chiesto un risarcimento. Secondo Panni, c’erano indicazioni precise, che non sarebbero state rispettate. La Corte era presieduta da Gianandrea Bussi, a latere Laura Pietrasanta, e da sette giudici popolari.

L’ACCUSA Nella requisitoria, il pm Centini ha sostenuto che bisogna stabilire se ci fosse una situazione di pericolo, se fosse stata colta e se la condotta messa in atto fosse stata o meno volontaria o meno, cioè se si fosse agito agito nonostante la probabilità di creare un evento. Il pm ha detto che è vero che non è possibile mettere un Oss (operatore socio sanitario) per ogni paziente, ma la sicurezza va valutata. «La sorveglianza è fondamentale - ha affermato Centini - e prima di tutto si deve garantire la sicurezza degli ospiti. Dopo vengono il rifare i letti e le altre incombenze». La vigilanza materiale era affidata a tutti i lavoratori. L’anziana deceduta era sottoposta a sorveglianza ambientale, ma tra le urla udite e il tonfo ci sono alcuni secondi: «La donna sarebbe caduta lo stesso se una Oss fosse intervenuta in tempo?».

L’anziana - non autosufficiente e non in grado di camminare, se non assistita da qualcuno - sarebbe stata aiutata da un’altra ospite che le avrebbe teso una mano per farla alzare. Una ospite malata che spesso abbracciava e accarezzava gli altri pazienti un fatto che «tutti sapevano, ma che nessuno aveva mai segnalato» ha sottolineato il pm. Una delle imputate, ha ricordato Centini, ha detto che per la donna morta c’era una sorveglianza ambientale alta, ma non la presenza costante. Perché, si è chiesto il pm, se la donna necessitava di una sorveglianza alta non era nel salone, ma in una saletta? Inoltre, le era stato posto di fronte un tavolino per muovere le braccia, come emerso dalle testimonianze, ma l’anziana non si muoveva. E poi le serviva ulteriore sicurezza «ma rispetto a cosa?». Il piano di lavoro, ha concluso il pm, non può configgere con le esigenze di sicurezza. Mountassir, ad esempio, non doveva solo limitarsi a farla alzare dal letto, accompagnarla nella sala e darle la colazione: «Il lavoro di una Oss ha un alto valore etico e sociale. Si deve pensare prima alle persone non autosufficienti. Rifare i letti viene dopo».

LE DIFESE - L’avvocato Ghiretti ha esordito chiedendo ai giudici e ai giurati di immedesimarsi in quella situazione: «Come vi sareste comportati? Gestire 54 ospiti non autosufficienti con 7 Oss. E le due anziane coinvolte nella vicenda non erano nemmeno quelle considerate con i problemi più gravi». La caduta dell’anziana, come detto dai periti, ha continuato l’avvocato, non era prevedibile e nessuno aveva mai visto l’altra anziana alzare gli ospiti. Solo accarezzare o allungare la mano. Le due imputate avrebbero abbandonato gli anziani: ma quel giorno, ha scandito Ghirelli, non erano nemmeno in servizio quando è avvenuto il fatto. Inoltre, sopra di loro c’era un coordinatore responsabile della gestione del servizio. Comunque, tutto era sempre funzionato bene «perché non è mai stata rilevata alcune disorganizzazione nel servizio» come emerso dalle testimonianze durante il processo.

L’avvocato ha continuato: «La sorveglianza continua non era segnata da alcuna parte». Il controllo costante c’era, per tutti gli ospiti e questo si evince dalle relazioni di Oss e infermiere. La 91enne era stata sistemata nella saletta perché vicina all’ambulatorio e agli uffici e aveva una porta molto larga. Chiunque passava di lì, poi, aveva la disposizione di guardare all’interno per accertarsi che la situazione fosse normale: «Era quella con la maggiore sorveglianza ambientale». Con lei quel giorno c’erano altri 4 o 5 ospiti, tutti non autosufficienti. Infine, Ghiretti ha escluso l’abbandono materiale, perché quella mattina l’anziana era stata vista più volte, in pochi minuti, da una Oss. Tranne che in quei pochi secondi in cui sarebbe avvenuta la caduta. L’avvocato ha concluso parlando della consulenza di un medico legale sulla corretta posizione dell’anziana: la caduta era prevedibile. Ma il medico, ha sostenuto l’avvocato, lo ha detto quando il fatto era compiuto. Una valutazione non si può fare ex post, ma va fatta a monte. Anche per l’avvocato Rossi, la marocchina Mountassir va assolta perché l’accusa è insussistente. Non era previsto alcun obbligo di vigilanza continuativa e la «mia assistita aveva svolto tutti suoi compiti» ha dichiarato Rossi.

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