Assenteismo in Comune, davanti al giudice 31 dipendenti del Comune

La procura ha chiesto il rinvio a giudizio con le accuse di truffa, falso. Per alcuni c’è anche il peculato e per uno la tentata violenza sessuale. Il giudice aveva invece archiviato 18 posizioni. Per tutti, avviati procedimenti disciplinari e sanzioni. Dieci i licenziati

«Si tratta di fatti gravi, che hanno coinvolto un numero considerevole di dipendenti, se rapportati ai dipendenti del Comune. Fatti confermati dai tanti licenziamenti. L’augurio è che questa inchiesta abbia avuto una finalità preventiva». E’ il commento del procuratore della Repubblica, Salvatore Cappelleri, alla chiusura dell’inchiesta sull’assenteismo in alcuni uffici del Comune. Lunedì 20 maggio si terrà l’udienza preliminare con il giudice Fiammetta Modica, a cui il sostituto procuratore Antonio Colonna ha chiesto il rinvio a giudizio di 31 persone. La posizione di 18 dipendenti è stata archiviata dal giudice per l’udienza preliminare, mentre uno ha patteggiato e un altro ha attenuto la messa alla prova (dovrà cioè svolgere un numero di ore di lavoro per il Comune).

In totale, nell’indagine condotta dalla Polizia locale e dalla Guardia di finanza erano state indagate 50 persone, accusate a vario titolo di truffa e false attestazioni delle presenze. Per alcune persone, però, è scattata anche l’ipotesi più grave di peculato, per aver usato le auto - e anche un camioncino - dell’amministrazione per svolgere attività personale: fare spese al mercato o inoltri negozi, andare al ristorante, al bar, in pasticceria o, in un caso, a cercare prostitute lungo la Caorsana. Il caso più grave riguarda il dipendente che lavorava al settore manutenzione e che ha già patteggiato la pena di due anni per prostituzione minorile e tentata violenza sessuale nei confronti di una ragazza disabile africana, a cui aveva promesso di far conoscere un medico che l’avrebbe guarita. Il Comune aveva, poi, preso provvedimenti amministrativi e dieci persone erano state licenziate, nonostante i ricorsi al Giudice del lavoro. Ma l’opposizione dell’avvocatura del Comune, con l’avvocato Elena Vezzulli, è riuscita finora a ottenere la conferma di licenziamenti, mentre sono ancora pendenti due ricorsi, ancora in fase istruttoria. Intanto, anche la Corte dei conti ha aperto un procedimento - per stabilire eventuali danni arrecati all’Ente pubblico - nei confronti dei 10 licenziati.

Il Comune aveva, poi, disposto le sanzioni disciplinari per tutti (tranne uno in pensione) i coinvolti nell’inchiesta, compresi i 18 che sono stati archiviati. A tutti sono state comminate “pene” lievi, per lo più sospensioni dal lavoro. Per tre di questi, invece, l’Amministrazione si è riservata di agire, attendendo l’esito della fase penale. Due dipendenti avevano fatto ricorso al Giudice del lavoro, il quale aveva accolto le loro richieste. Contro quest'ultimo, il Comune ha presentato un ricorso e si è in attesa della decisione. Il blitz della Finanza e degli agenti della Polizia locale era scattato il 28 giugno 2017. Gli investigatori si erano presentati in Comune, acquisendo molta documentazione. Per tutti, il gip aveva disposto l’obbligo di firma (che è una misura cautelare, poi decaduta) e per uno gli arresti domiciliari. L’inchiesta aveva scosso Palazzo Mercanti e il nome di Piacenza era finito sui media a livello nazionale per l’ennesimo, purtroppo, caso dei “furbetti del cartellino”. Molti dipendenti si erano difesi ammettendo sì di aver preso un caffè al bar, anche se in alcuni casi si era trattato di caffè “lunghi” 40 o 50 minuti. Un esempio. Ottobre 2016. Un dipendente timbra l’ingresso in ufficio. Poi, per oltre un’ora è ripreso in una bar di viale Dante a bere il caffè e leggere la Gazzetta dello Sport. L’appuntamento con caffè e Gazzetta si è ripetuto due volte in novembre, un giorno per 50 minuti, l’altro per 30.

Un altro caso. Un operaio e un funzionario della Manutenzione avrebbero usato un piccolo camion per eseguire lavori - di carattere personale e non per servizio - e sarebbero passati decine di volte nella Ztl, utilizzando il permesso del mezzo. Dalle indagini, però, era emerso che in quei giorni i due non sarebbero presenti, perché non avevano timbrato il cartellino. L’uso del mezzo del Comune sembrava una pratica usuale. Nel dicembre del 2016, ancora, due dipendenti avevano usato una Fiat Punto per andare al supermercato e in altri negozi. Per tutelarsi, però, avevano pensato di togliere  gli adesivi con lo stemma del Comune per rendere l’auto irriconoscibile. In realtà ci erano riusciti, ma non sapevano che erano pedinati e fotografati a distanza dagli agenti. Le telecamere piazzate dagli inquirenti, infine, avevano ripreso diversi dipendenti che timbravano due o tre cartellini alla volta.

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