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«Bramante era un angelo e non un delinquente. Baletta deve avere l'ergastolo»

 

«Non era né un boss né un delinquente ma un angelo. Io sono la madre e l'ho cresciuto nell'onestà e così ha fatto lui con i figli della sua compagna. Non ha mai rubato, lavoriamo tutti, anzi spero che il Signore faccia trovare a tutti noi un impiego. Non mi vergogno che abbia scelto come moglie una sinti: siamo tutti umani, abbiamo lo stesso sangue che scorre nelle vene. Credo nella giustizia e credo in Dio, lui (Pieluigi Baletta ndr) deve essere condannato all'ergastolo per quello che ha fatto». A dirlo nella serata del 14 febbraio Lucia Stocola, la madre di Rocco Bramante ucciso il 13 gennaio da Pierluigi Baletta con una coltellata, risultata poi fatale. La comunità sinti ha infatti organizzato una fiaccolata per ricordare l'uomo nella piazza di Caorso davanti alle scuole elementari. Erano quasi cento e molti indossavano una t-shirt con la stampa di una fotografia di Bramante. Hanno anche srotolato due striscioni con scritto: Rocco Bramante, hanno ucciso il mio corpo ma io vivo insieme a voi. Dopo il discorso della donna hanno fatto volare in cielo alcuni palloncini, infine la madre ha deposto un mazzo di fiori davanti alla caserma dei carabinieri, il luogo dove Rocco è morto. A vigilare sulla manifestazione i carabinieri, la polizia locale e la polizia. 

L'OMICIDIO - Bramante e Baletta il 13 gennaio avevano litigato (qualcuno in paese sostiene che ciò avvennisse spesso) ed erano venuti alle mani davanti alla moglie della vittima e alla figliastra dell'omicida che ha ammesso quello che ha fatto. E proprio quando Rocco stava andando via in auto dopo la scazzottata davanti al bar Filly, Baletta lo aveva raggiunto e accoltellato due volte: due infatti sono le ferite d'arma da taglio riscontrate. Una sul polso (forse da difesa) e l'altra, quella mortale, alla coscia sinistra. Bramante, forse sottovalutando la ferita, aveva guidato fino alla caserma dei carabinieri per chiedere aiuto e lì si era accasciato in un lago di sangue: la coltellata gli avrebbe reciso l'arteria femorale provocando un arresto cardiocircolatorio che non gli ha lasciato scampo.  I due si guadagnavano da vivere con la raccolta del ferro ed erano rivali in questa attività, tanto che il solo incontrarsi in un locale provocava in entrambi rabbia e astio, e pertanto la procura aveva escluso totalmente il movente razziale. Rivalità che si è tragicamente risolta in un assassinio. 

Maxi operazione, nomadi in manette ©Bisa_Gatti ilPiacenza-3Rocco Bramante era stato arrestato il 15 marzo 2019 nella maxi operazione Tower dei carabinieri che aveva portato a decine di arresti nei campi nomadi di Caorso e Piacenza. Rocco era ritenuto il boss, la guida, nonostante non appartenesse alla loro etnia. Sposato con una sinti (Giordana Lucchesi), aveva, negli anni, raggiunto una posizione apicale: «Capo indiscusso dell'associazione coordinava le attività illecite di tutti i partecipi», si legge nell'ordinanza della maxi inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Matteo Centini. Rocco Bramante, aveva anche fatto irruzione nel municipio di Caorso per minacciare il sindaco Roberta Battaglia: «Tu, donna, non puoi impedirmi di fare quello che voglio» riferendosi al fatto di poter entrare a piacimento in discarica e prendere ciò che voleva, nel mirino delle intimidazioni anche un addetto alla sicurezza della discarica di Caorso. L’imponente attività d’indagine condotta dai carabinieri Nucleo Investigativo del  Comando Provinciale ha permesso di ricostruire il sistema con cui il gruppo criminale gestiva una florida attività dedita ai furti in abitazione, truffe ed estorsioni soprattutto ai danni di persone anziane, nonché presso cascine e aziende, e la successiva monetizzazione della refurtiva anche attraverso il canale dello smaltimento illecito di rifiuti ferrosi, avvalendosi di compiacenti ditte di trattamento dei rifiuti della nostra provincia. 

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