«Dio è buono, Giovanni ce lo ha mostrato»

Partecipato e commosso addio a Giovanni Amerio, piacentino di 27 anni morto dopo una lunga malattia. Don Massimo Cassola: «Ha fatto scelte di vita grazie alla sua fede, arrivando anche a offrire le sue sofferenze per gli altri»

Giovanni Amerio

«Dio è buono, Giovanni ce lo ha mostrato». Queste parole hanno chiuso l’omelia di don Massimo Cassola che, la mattina del 26 dicembre, ha celebrato l’ultimo saluto a Giovanni Amerio, morto a soli 27 anni dopo una malattia durata 5 anni. Giovanni, la sua famiglia e la moglie Elisa Romanini, sono da sempre conosciuti e stimati nel quartiere della Santissima Trinità di viale Dante e non solo. Qui la scomparsa di Giovanni ha creato profondo cordoglio tra i tanti giovani e le famiglie. Tanto che almeno un migliaio di persone hanno partecipato alla liturgia funebre concelebrata anche dal parroco don Luigi Chiesa e da molti altri sacerdoti piacentini.
Le parole dell’omelia hanno toccato in modo profondo chi ha ascoltato: «In questi anni - ha detto don Cassola - abbiamo chiesto la guarigione di Giovanni con preghiere, novene, e pellegrinaggi. Dio non ci ha esaudito. Sapete perché? Perché questo non era il meglio per noi. La sua malattia è stata invece il meglio per lui e anche per noi. Dio ci dà solo il meglio, e la morte di Giovanni ci lascia con il cuore pieno di gratitudine profonda».

«Ho conosciuto un ragazzo educato da una famiglia cristiana - ha proseguito don Massimo - pensava che la vita fosse fatta soltanto di cose belle e gratificanti. Io l’ho visto diventare un uomo. Ho visto in lui ed Elisa il coraggio di fidarsi di Dio sposandosi. Anche quando qualcuno gli consigliava di aspettare per vedere come sarebbe andata a finire questa malattia».

E ancora: «Ho visto cosa significhi offrire la sofferenza al Signore, e chiedere grazie per gli altri. Giovanni mi diceva per chi offriva una sofferenza e perché. Molti di voi sarebbero stupiti se vi dicessi che una chemio era per l’uno o per l’altro. Per un matrimonio in crisi, o per un bambino ammalato. Gli era stato insegnato che la sofferenza è una merce troppo preziosa per essere sprecata. Si è trascinato fino quasi all’ultimo ad annunciare il vangelo a Fidenza, come catechista, e da quella predicazione è nata un piccola chiesa, uno dei frutti della sua forza».

«Qualche volta Giovanni ha anche bestemmiato e criticato Dio, dandogli del sadico. Ma si pentiva subito e chiedeva perdono a Dio, e scusa a chi lo aveva sentito. Era come uno che si ribella davanti all’ingiustizia, ma quando si sgonfia poi comprende che dentro non rimane nulla se non c’è Dio».

«Ho visto cosa vuol dire essere genitori nella fede: Rodolfo e Stefania mi hanno testimoniato l’amore di Dio, accompagnando il proprio figlio ad entrare nella vita eterna. E ho visto anche la chiesa: non un branco di persone imbarazzate davanti alla malattia, che non sanno cosa dire. Ma tanti angeli che si sono stretti intorno al suo letto nelle ultime ore di questa vita terrena, pregando in continuazione anche con canti: le loro voci erano diventate quelle dei profeti e degli apostoli».

Al termine della celebrazione hanno preso la parola il parroco («Questi sono avvenimenti grandi per una parrocchia, Giovanni mi ha fatto provare cosa significhi essere padre. La sua testimonianza ci aiuta ad annunciare il Vangelo in ogni circostanza») e anche il padre di Giovanni, Rodolfo: «Giovanni mi ha detto di dire questo: che lui è guarito il giorno in cui è salito in cielo. E mi ha detto anche di ricordare che non ci si può affliggere continuamente come quelli che non hanno speranza. A noi è stata data una speranza. Ed è sciocco chi crede che quello che è accaduto a Giovanni, a lui invece non possa mai accadere. Tutti noi saremo lì un giorno. Soprattutto, nella vita è diverso entrare nelle sofferenze da soli, stringendo i denti fino a frantumarli, oppure entrare nella sofferenza, che rimane, ma insieme a Cristo. Quindi questo vale per tutti, e se a qualcuno non interessa, sappia che Dio lo ama ugualmente».

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