Ditte di smaltimento, titolari in libertà: «Attività tracciate e in regola»  

Inchiesta sui furti dei sinti. Il Tribunale della libertà cancella anche l’associazione per delinquere. Le difese: «Non c’erano i presupposti». Intanto, la procura annuncia il ricorso alla Cassazione contro la decisione dei giudici di Bologna

Un momento del blitz. Nelle altre immagini gli avvocati Sara Botti e Alessandro Stampais

Non c’erano gli elementi per sostenere l’associazione per delinquere, era solo lavoro e, in qualche caso si sarebbe trattato di rapporti occasionali. Ma la procura ha già preannunciato il ricorso in Cassazione contro la decisione dei giudici del Tribunale della libertà di Bologna che hanno rimesso in libertà buona parte dei sinti arrestati il 15 marzo. Sono soddisfatti i difensori delle due aziende piacentine - Cartocast e La Recuperi - coinvolte nella grande inchiesta che aveva portato all’arresto di 39 persone, per lo più sinti residenti nel campo di Caorso. I titolari delle due aziende, dopo il ricorso al Tribunale della libertà, hanno visto cadere il reato di associazione per delinquere e sono tornati in libertà (erano agli arresti domiciliari).

avvocato sara botti-2 A difendere Bruna Binelli e i cugini Christian e Ivan Castagnetti (Cartocast) è l’avvocato Sara Botti, mentre Marco Baldini (La Recuperi) è stato assistito dall’avvocato Alessandro Stampais. L’indagine coordinata dal sostituto procuratore Matteo Centini, e svolta dai carabinieri, aveva smantellato una pericolosa gang dedita per lo più ai furti e aveva contestato, a vario titolo, una serie infinita di reati: furti aggravati, furti in abitazione, estorsione, truffa, ricettazione, riciclaggio, utilizzo fraudolento dei mezzi elettronici di pagamento, detenzione e porto abusivo di armi nonché detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione aveva portato al sequestro di beni per un valore di circa 600mila euro.

avvocato stampais-2Nell’indagine sono finite anche le due aziende piacentine che si occupano di smaltimento di metalli. Secondo gli inquirenti, le due imprese avrebbero acquistato dai sinti centinaia di tonnellate di materiale ferroso, tra ferro, rame o alluminio ritenuto di provenienza illecita. «I giudici - spiega l’avvocato Botti - non hanno riconosciuto l’associazione, rimettendo in libertà i miei assistiti. Non c’erano gli elementi per sostenere questa associazione. Inoltre, al Tribunale della libertà, abbiamo consegnato le richieste di ispezioni dei carabinieri forestali per le "visite" periodiche a cui l’azienda è sottoposta. Durante queste la Cartocast ha sempre fornito tutta la documentazione richiesta. Alla mia assistita, quei sinti, chiedevano solo se erano aperti e se potevano portare il metallo. Materiale che veniva pagato in modo regolare, anche con assegni, e tracciato». Anche Stampais ha sostenuto che non c’erano i presupposti per l’associazione per delinquere: «A giudici ho prospettato la totale carenza di indizi. Inoltre, ho prodotto addirittura tre denunce di furto, più altri tentativi, che l’azienda aveva subito. Infine, ho fatto presente come l’acquisto di metalli fosse avvenuto solo in pochi casi. Tutti, comunque, registrati e annotati».

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