Fatture false per 26 milioni di euro, riciclaggio e contrabbando: scoperta maxi frode

Un momento della conferenza stampa

Un volume d'affari che si aggira attorno ai 50 milioni di euro, capitali esportati all'estero per 3,5 milioni, fatture false per più di 26 milioni di euro e 16 capi di imputazione. Questi alcuni impressionanti numeri di una gigantesca frode fiscale scoperta dai finanzieri del comando provinciale di Piacenza e realizzata da un imprenditore piacentino che è stato denunciato insieme ad altre quattro persone, a loro volta titolari di società fittizie, cosidette "cartiere". L'operazione, chiamata "Gold Polimers", è stata illustrata dal colonnello Daniele Sanapo insieme al capitano Luca Ferrari e al tenente Francesco Giglio e al sostituto procuratore Roberto Fontana che ha coordinato le indagini. I cinque denunciati sono accusati di reati che vanno dal contrabbando, a fatture inesistenti, al riciclaggio per arrivare all'associazione a delinquere. I cinque si riunivano spesso in summit privatissimi durante i quali decidevano le strategie da adottare, peccato che i finanzieri li stavano intercettando e pedinando da mesi. Si tratta dell'imprenditore piacentino di 48 anni, e di altri tre uomini e una donna di 34, 29, 41 e 55 anni. 

L'imprenditore, dopo aver creato un'azienda, in due anni ha importato polimeri e materiale plastico dalla Serbia per circa 11 milioni e mezzo di euro non pagando l'Iva: avrebbe falsificato ad hoc i documenti doganali, risultando di fatto un importatore abituale e quindi sgravato dal pagamento dell'imposta, e per quella significativa importazione non sono stati versari i 2.465.684 milioni di Iva previsti. In questo modo ha introdotto sul mercato italiano un prodotto altamente competitivo, sbaragliando la concorrenza. Successivamete vendeva i polimeri e fatturava con Iva (aveva bisogno di ricevere fatture che giustificano di fatto costi inesistenti) a quattro società tutte con sede a Piacenza, riconducibili ad altrettanti soggetti legate da un vincolo di convivenza, di fatto mere "cartiere" e aziende fittizie create ad hoc.  

Non solo l'azienda principe si serviva delle altre quattro, ma a sua volta emetteva fatture per operazioni inesistenti ad altre cinque società esterne con sede nel Bresciano, Cremonese e Basso Alessandrino. Un'archittettura complessa e stratificata creata a regola d'arte che ha permesso guadagni altissimi senza quasi nessun costo. In totale sono state emesse e ricevute fatture per 26.831.011 milioni di euro per un Iva dovuta di 5.230.889 milioni. Non solo: l'azienda principe ha esportato illecitaemnte capitali che arrivano a 3.519.616 milioni di euro all'estero, e più precisamente su due conti correnti sloveni. Coò è stato reso possibile perché due dei denunciati sono titolari di partite Iva slovene "a cui risultavano fittiziamente fatturate delle cessioni di materiale ovvero dei compensi relativi a prestazioni di servizio".

«Queste politiche di evasione consentono di collocare beni sul mercato a prezzi iper competitivi estromettendo chi invece opera correttamente con un risvolto di sistema molto più ampio di quanto si possa immaginare: non solo viene leso un bene giuridico protetto, in questo caso l'Erario, ma queste condotte criminose hanno ricadute sistemiche enormi che destabilizzano il sistema alterando alla base le regole della concorrenza», ha spiegato il sostituto procuratore Roberto Fontana. 

I finanzieri hanno indagato su più fronti: in modo tradizionale con pedinamenti, intercettazioni ambientali e telefoniche ma anche "seguendo" i soldi su decine di conti correnti. Un'indagine complessa che ha alzato il velo su un "network pluriservizio" all'apparenza senza nessun "problema" ma che invece nascondeva un'associazione a delinquere. Una condotta illecita - fanno sapere le Fiamme Gialle - che può provocare effetti a catena devastanti: o induce le altre aziende danneggiate a fare altrettanto o le spinge a soccombere, un'azione con una grande potenzialità criminogena che contamina il mercato e le sue regole.

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