«La comunità piacentina è stata assente nei grandi processi contro la corruzione»

Il presidente del Tribunale, Italo Ghitti, in pensione dopo 41 anni in magistratura. «Lascio Palazzo Landi sicuro e decoroso. Ora voglio disintossicarmi. La politica? Non ora, ma sono stato contattato e non vi dirò da chi». E ancora: «Troppi piccoli processi intasano le aule, serve una semplificazione e un taglio di tante norme». E ai giovani: «Non pensate solo al vostro interesse personale, ma alla comunità»

Il presidente del Tribunale, Italo Ghitti

Riforma della Giustizia, orgoglio per aver restituito alla città la bellezza di Palazzo Landi grazie a un lungo e tenace lavoro per ristrutturarlo, necessità di riforme per far funzionare meglio la macchina giudiziaria e dare risposte alla politica, alti costi per i cittadini che pagano le difese degli immigrati. Ma soprattutto un’amara riflessione sulla comunità piacentina: sulle grandi inchieste legate al malaffare nella Pubblica amministrazione è stata «assente». E da qui, una riflessione generale di carattere deontologico che deve essere un monito anche per i più giovani: non si pensi solo a fare i propri interessi, ma anche quelli di una comunità. «Quando non si paga il biglietto sul bus - ha affermato - si fanno gli affari propri».

ghitti 2-2-2E’ un presidente a tutto campo quello che ha appena terminato la sua ultima udienza in un’aula di giustizia. Italo Ghitti, originario di Breno (Brescia), il 21 dicembre compirà 70 anni e sarà in pensione. «Non so cosa farò, mi voglio disintossicare. La politica? Per ora non ci penso». Qualcuno, però, lo aveva contattato in passato: «Ma non vi dirò mai chi». Una carriera iniziata 41 anni fa: «Preparai il concorso in magistratura in sei mesi, a 24 anni». Due lauree, Scienze politiche e Giurisprudenza, e una carriera che lo ha visto protagonista di un periodo che ha cambiato la società italiana - mica poi tanti, vedendo ciò che è continuato ad accadere dopo - quella tangentopoli in cui lui ha operato come giudice per le indagini preliminari. Una stagione di cui, però, non vuole parlare. Nel suo nuovo ufficio del Tribunale, Ghitti è sereno, ma un po’ di dispiacere per quella toga appesa all’attaccapanni affiora.Il presidente, però, è un uomo d’azione e non ha mai fatto solo il presidente, ma è sempre sceso nell’arena con la sua toga per celebrare ogni tipo di processo, senza fare distinzioni per uno del suo rango, dalla direttissima alla Corte di assise. E così “affronta” i giornalisti e le loro domande.

Oggi, 15 dicembre, l’ultima udienza. Lei è arrivato a Piacenza il 19 gennaio 2012. Che cosa lascia?

«Palazzo Landi oggi è sicuro e decoroso. Ha impianti nuovi e anche l’aria condizionata. Lo stato di degrado in cui l’ho trovato era tale che si pensò al trasferimento del Tribunale a Palazzo Barborini».

Amministrare la giustizia, quale messaggio si può dare ai più giovani?

«E’ difficile da dare. Non devono pensare al loro interesse personale, ma a quello della comunità. Il sistema fa acqua da tante parti. In una settimana sono stati calendarizzati 234 processi davanti al giudice monocratico. E sono processi che si riferiscono a fatti di scarsa importanza. Processi che lasciano sbalorditi. Ho fatto anche udienza al giudice di pace: anche lì casi di piccola portata che intasano la giustizia. Ci vuole il coraggio di depenalizzare. Piacenza non aveva arretrati nel settore penale (è sempre stata la prima in Emilia Romagna, ndr), oggi li ha. Maltrattamenti, mancato versamento degli alimenti alla moglie e ai figli, occorre dare ad altri queste competenze».

Quali sono i processi che ricorda in modo particolare?

«L’ultimo riguardava la vicenda di una donna che aveva ucciso la madre. Un altro vedeva il figlio condannato per aver ammazzato il padre. E poi quelli per corruzione. Questi sono processi importanti, gli si dedica tutto il tempo necessario, purtroppo, ripeto, siamo ingolfati da troppi piccoli reati».

Uno dei problemi della Giustizia vede in primo piano la certezza della pena, che ciclicamente viene riportata alla luce, sia dall’opinione pubblica sia dalla politica.

«Ritengo che vada rivisto l’ordinamento penitenziario. E’ stata fatta un riforma “non pensata”. Ad esempio, l’articolo 47 dell’Ordinamento penitenziario, l’affidamento in prova, prevede due commi all’articolo 1: lo 0.1 e l’1. E il giudice deve interpretare… Meccanismi non capiti e non ben compresi. Oggi c’è un pendolo che va dal buonismo all’emergenza. E spesso la pancia del Paese ha il sopravvento. Una classe dirigente non in grado di dirigere si lascia influenzare».

Negli ultimi anni ci sono stati importanti processi che hanno visto coinvolti dirigenti e funzionari della Pubblica amministrazione accusati di corruzione, peculato, concussione. Come ha reagito la città?

«Ho trovato l’assenza della comunità piacentina. Non credo che la corruzione sia il male principale. Quello che è male è la mentalità diffusa di fare ciascuno il proprio interesse. E’ il comportamento di ognuno che reca, o meno, danno alla comunità. Anche in Mani Pulite, la tangente era vista come il mezzo più breve per arrivare all’interesse personale. Faccio un esempio: quanti pagano il biglietto sull’autobus? Chi non paga preferisce se stesso alla comunità».

La droga rappresenta un pericolo e ne gira tanta, come testimoniano le indagini delle forze dell’ordine e i processi.

«Certo è un problema, ma qui processi per grandi quantità non se ne sono fatti. Piacenza è soprattutto un punto di transito».

Sempre più immigrati approdano in Tribunale per essere processati. Un fenomeno nuovo e preoccupante.

«Questo è un problema per la Giustizia, in termini quantitativi. Circa il 70% dei processi riguarda stranieri. Tutto ciò è anche un costo ghitti 1-2per la comunità che deve pagare il gratuito patrocinio. Non credo che la comunità sia contenta di addebitarsi questi costi. Il tema non è facile». Di recente, però, va registrato che sempre più di frequente i giudici concedono anche il nulla osta all’espulsione al termine della condanna.

La Riforma della Giustizia aveva promesso la semplificazione, ma l’Italia resta il Paese delle 150mila leggi. Servirebbe una sfrondatura?

«Sì, ma di tutto il sistema. Un esempio: in Italia ci sono oltre 300 norme tributaria, in Svizzera 33. Dietro a tutto questo c’è la mancanza di pensiero da parte del legislatore. E si mettono in cantiere nuove norme, come quella di riportare l’età della pensione dei magistrati a 75 anni. Si ipotizza che il 27 dicembre saranno sciolte le Camere e tutti i disegni di legge cadranno. E’ solo campagna elettorale, fuffa. Si crede che la norma risolva i problemi. Il giudice la interpreta, ma le leggi sono fatte per i cittadini».

Ma lei è favorevole a una semplificazione?

«Sì. Nella ristrutturazione del Tribunale, ho lavorato con diversi enti pubblici, dalla Soprintendenza al Demanio. E’ stata creata una sinergia e si è lavorato in sincronia superando gli ostacoli. Tutti, però, sapevano dove si voleva arrivare».

Come sono stati i rapporti con gli avvocati?

«Ottimi. L’Ordine, tra l’altro, ha anche collaborato alla ristrutturazione di Palazzo Landi».

E i rapporti con la stampa?

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«E’ stata obiettiva, grazie anche al fatto che voi avete una pluralità di fonti. Nelle cronache dei processi ho notato che si è stati attenti a non creare pregiudizi nell’opinione pubblica, riportando oggettivamente le posizioni dell’accusa e della difesa».

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