La polizia dice addio alle stellette, il questore: «Fieri di essere civili»

Il questore Pietro Ostuni: «Insieme al riordino delle carriere finalizzato a puntare sempre più sulla professionalizzazione degli agenti, i gradi civili sulle divise completano l'identità della polizia di Stato. Il nostro impegno non cambierà, anzi sarà maggiore»

«Stiamo vivendo una giornata importantissima perché con il cambio dei distintivi di qualifica si conclude definitivamente la smilitarizzazione della polizia iniziata nel 1981. La svolta ha permesso l'entrata nel corpo delle donne, dei sindacati e tutto questo è stato per noi un arricchimento. Con tutto il rispetto per i militari era giusto segnare la nostra differenza di cui siamo orgogliosi.  Insieme al riordino delle carriere finalizzato a puntare sempre più sulla professionalizzazione degli agenti, i gradi civili sulle divise completano l'identità della polizia di Stato. Il nostro impegno non cambierà, anzi sarà maggiore: il fatto di essere a ordinamento civile è una garanzia per il cittadino per il quale noi ci saremo sempre». Lo ha detto il questore Pietro Ostuni nella mattina del 12 luglio in prefettura dove ha presentato i nuovi segni distintivi della polizia. 

I NUOVI DISTINTIVI - Dopo 38 anni, in modo tangibile, si riafferma nella forma e nella sostanza l’identità della Polizia di Stato, quale amministrazione civile ad ordinamento speciale, che ha sublimato i valori ai quali profondamente crede nel motto “sub lege libertas”. Fu la legge 121 del 1981 a ridisegnarne lo status giuridico segnandone il distacco dal mondo militare. Con tale riforma la Polizia di Stato, in estrema sintesi, si apre alle donne, prevede una maggiore specializzazione attraverso selezioni sempre più rigorose e corsi di formazione prodromici a professionalità differenziate, cambia i nomi dei gradi che vengono ristrutturati ed arricchiti dal ruolo ispettori anello di congiunzione tra dirigenti e collaboratori. Un’epocale conquista che andava suggellata attraverso un segno visibile che ricordasse a tutti, appartenenti e non, il significato profondo di una trasformazione lunga, laboriosa, e fortemente voluta. Ed è proprio, recuperando tale spirito riformista che l’uniforme di oltre 98mila poliziotti da domani cambierà aspetto, vestendo i nuovi distintivi di qualifica, disegnati dall’esperto di araldica professor Michele D’Andrea. Ad accomunare passato e presente l’immagine, rivisitata stilisticamente, dell’aquila, emblema dell’Istituzione, che quest’anno compie 100 anni dalla sua prima apparizione sulle divise del Corpo della Regia Guardia di Pubblica Sicurezza risalente al 1919. Ali spiegate, zampe libere e divaricate disposte ai lati della coda folta e stilizzata come il restante piumaggio, testa rivolta a sinistra ornata dalla corona murata di cinque torri, scudo sannito con il monogramma RI in petto. L’aquila continua ad esprime il legame identitario, il coraggio e la dedizione con cui quotidianamente ciascun poliziotto difende diritti e libertà. Compaiono invece per la prima volta, a caratterizzare le diverse qualifiche: il plinto araldico, costituito da una barretta orizzontale di colore rosso che rappresenta la struttura portante di un edificio, per gli agenti ed assistenti; il rombo dorato, con il suo profilo fusiforme che ricorda la punta di una lancia simbolo del dinamismo operativo temperato dall’esperienza, per i sovrintendenti; la formella, alto esempio di architettura gotico-rinascimentale, richiamo alla bellezza ed all’eleganza proprie del patrimonio di civiltà e cultura del nostro Paese, per i funzionari. I distintivi uguali per tutti i ruoli differenziano le funzioni tecnico-scientifiche, tecniche e le attività professionali attraverso il diverso colore delle mostreggiature.

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