«Non è la criminalità la prima causa di morte violenta tra le forze dell’ordine italiane: è il suicidio»

Un momento del convegno

«Parlare di suicidio, specie se poi il tragico fenomeno riguarda chi indossa una divisa, non è facile, ma è doveroso farlo, nel tentativo di sensibilizzare tutte le parti interessate a creare una rete di aiuto e sostegno che possa ridurre i suicidi tra gli appartenenti alle Forze di Polizia. Dati alla mano confermano che il rischio di suicidio è più alto tra chi indossa una Divisa che nella popolazione di riferimento. Dietro i freddi numeri si cela il buio che vi è sotto la Divisa: 67 suicidi nel 2019 e già 2 nei primi 6 giorni del 2020. In media una vittima a settimana. Nell’86% dei casi ci si toglie la vita utilizzando la pistola d’ordinanza. Il 29% dei suicidi si consuma nel luogo di lavoro. Tutti dati che devono far riflettere. Assurdo, ma è così, tra le valutazioni del rischio lavorativo non è compresa quella dello stress lavoro correlato. Il più delle volte si tende a ricondurre le cause che hanno indotto al tragico gesto, unicamente alla sfera personale e troppo spesso il suicidio è stigmatizzato. Questo perchè ammettere che il suicidio potrebbe essere derivato anche da cause attinenti al contesto lavorativo, comporterebbe conseguenze rilevanti sia in termini di responsabilità, che di mancata prevenzione per chi gestisce un comando». Il Sulpl ha trattato la tematica con Graziano Lori, Presidente dell'Associazione Cerchio Blu. Miriam Palumbo, Agente Scelto del Comando di Polizia Locale di Piacenza, in qualità di appartenente alla Segreteria Regionale Sulpl ha introdotto la sessione alla prima giornata del Convegno Nazionale S.U.L.P.L  che si sta svolgendo a Riccione, con la proiezione di un video-tributo ai Colleghi che hanno scelto il suicidio come via d'uscita dal tunnel e che ha commosso la platea.  Ha dato atto che sono stati invitati a partecipare i Comandanti di tutta Italia, ma solo un Comandante, Paolo Giovannini dell'Unione Valnure e Valchero ha accolto immediatamente e con interesse l'invito e a lui va il nostro ringraziamento.

«Deve invece essere considerato che il suicidio è un fenomeno multifattoriale: l'Agente di Polizia, in un determinato momento della sua vita, potrebbe essere assillato da problemi economici, familiari, di salute, con l'aggiunta di dover sostenere il peso di un lavoro con forte impatto emotivo (pensiamo ad esempio ai TSO, agli incidenti mortali, al dover comunicare ai familiari la morte di una persona cara, etc.), che in condizioni normali riesce a sostenere; in condizioni di particolare fragilità invece, come minimo va in bornout. Come sempre abbiamo sostenuto, sarebbe opportuno e necessario verificare i requisiti psico-fisici dell'operatore di Polizia non solo al momento dell'assunzione, ma anche periodicamente durante la carriera professionale, poiché soprattutto per la Polizia Locale non viene fatto, con ogni probabilità, quasi mai. Occorre inoltre considerare che spesso all'interno dei Comandi si lavora rincorrendo le emergenze, in assenza quasi totale di benessere organizzativo, si è perso lo spirito di Corpo a causa di personalismi che distruggono i rapporti umani e portano i Lavoratori più sensibili ad isolarsi, ad estraniarsi e quindi diventa difficile anche chiedere aiuto. Avremmo bisogno di comandanti attenti e vigili verso i loro uomini e donne in divisa; invece il più delle volte, fatte salve ovviamente le eccezioni, i comandanti sono solo di passaggio, focalizzati sulla loro ascesa professionale e per questo concentrati ad assecondare il volere del politico di turno».

«Un buon comandante dovrebbe avere un quadro chiaro della situazione del suo comando, ad esempio potrebbe porre attenzione su eventuali assenze ricorrenti; prevedere un punto di ascolto per eventuali disagi; attraverso il medico del Lavoro disporre apposita visita specialistica, senza scegliere la strada più facile per se in termini di responsabilità, che poi è la meno efficace per il lavoratore e per i colleghi. Ovviamente la colpa non è da imputare solo ai comandanti, poichè il problema è di tipo culturale e per avviare un cambio di rotta occorre a nostro avviso iniziare, con coraggio, a parlarne e creare una rete di aiuto che consenta a chi sta attraversando un momento difficile di avere un supporto concreto nell'immediato. Dobbiamo obbligare le nostre amministrazioni a confrontarsi con la tragicità del fenomeno. Discutere apertamente dei rischi psicosociali che affliggono tutti gli operatori di polizia, qualunque sia la loro divisa, è fondamentale».

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