«Stasera t’ammazzo, a casa viva non ci torni più»

In Tribunale il racconto della giovane picchiata e sequestrata dall’uomo con cui aveva avuto una relazione. Lui è accusato di tentato omicidio premeditato, stalking e sequestro di persona. Mesi di botte, pugni in faccia, minacce e tanta paura: «Diceva di amarmi e mi chiedeva di non lasciarlo»

Solo un paio di volte la commozione ha avuto il sopravvento e le lacrime hanno fatto una breve comparsa. Per il resto la 29enne ha raccontato in modo lucido mesi di botte, minacce, umiliazioni, fino al drammatico episodio del 24 luglio di quest’anno, quando riuscì a sfuggire all’uomo che diceva di amarla, gettandosi dall’auto in corsa, in piazza a Lugagnano, mentre lui continuava a picchiarla. E i primi soccorrerla furono alcuni ragazzini - «scappa, ci siamo noi» - che chiamarono subito il 112. Poi le cure, gli incubi, la difficoltà a dormire, il terrore di trovarsi ancora di fronte quell’uomo.

Davanti ai giudici del collegio presieduto da Gianandrea Bussi, a latere Luca Milani e Fiammetta Modica, ha deposto il 19 dicembre, la ragazza vittima di un amore malato. E lo ha fatto davanti a Federico Rossi, 25 anni, l’uomo con cui aveva avuto una relazione e oggi accusato di tentato omicidio premeditato, sequestro di persona e stalking. La difesa, con l’avvocato Claudia Pezzoni (foro di Parma), ha fatto sentire lo psichiatra Simone Bertacca, che ha steso una relazione di parte da cui si evince che le condizioni dell’uomo sono incompatibili con il regime carcerario e che sarebbe affetto da un disturbo di personalità. Inoltre, il giovane avrebbe abusato di alcol e di essere dipendente dal sesso, oltre ad aver assunto antidepressivi.

AMORE MALATO Senza timore, la giovane ha ripercorso la storia dagli inizi. Lei conosceva Rossi da 5 anni, amico di un suo ex. Era l’agosto del 2016. L’amicizia tra i due si trasformò in una relazione, anche se lui aveva una compagna e un figlio. Alla giovane diceva che c’erano dei problemi e che avrebbe voluto lasciarla, ma teneva troppo al figlio. La situazione degenera il giorno del compleanno della ragazza, in novembre. Lui arriva a casa e accusa la sua amante. Le dà uno schiaffo e la prende per il collo. Subito dopo, racconta la vittima, una crisi isterica, il pianto, la richiesta di scuse. E’ l’inizio di una discesa nella violenza. Lei cerca conforto da un’amica, ma crede a quel giovane che diceva di amarla. La gelosia, però, si fa più insistente, volano altri schiaffi e cominciano le minacce, anche al fratello della ragazza. Solo a febbraio di quest’anno, lei dice basta. Gli scrive una lettera, su consiglio di un carabiniere, e blocca il telefono perché lui la tempestava di chiamate e sms. A una domanda del pm Matteo Centini, la 29enne ha risposto: «Sì ero innamorata … e lui è stato bravo a farmi credere di essere cambiato». A far traboccare il vaso è stata una nottata vissuta nella paura.

La giovane che abita sopra Lugagnano era andata in piscina a Carpaneto con un’amica. In serata torna e in camera da letto trova quello che era il suo ragazzo. Mentre si fa la doccia, lui entra e le dà un pugno sul naso che la fa sanguinare. La insulta accusandola di trascurarlo - era solo andata in piscina con un’amica - dopo che lui aveva lasciato tutto per lei «mi hai rovinato la vita». Uscendo dalla doccia, altri pugni e insulti. Lei prova a difendersi, ma non ce la fa. La casa è isolata e non può chiedere aiuto. Decide di rimanere con lui per non provocare altre reazioni, ma a letto riceve un altro pugno «che quasi mi butta giù». Il giorno dopo «come se non fosse accaduto nulla lui va a lavorare (fa l’agricoltore, ndr)». La giovane interrompe i contatti e Rossi le manda messaggi del tenore: «Cosa ti ho fatto?», Non mi vuoi più vedere?». La giovane sta male e va al pronto soccorso dove le viene riscontrato un lieve trauma cranico.

DISCESA NELL’INFERNO Si arriva a luglio. Per caso, i due si incontrano a Carpaneto, in un bar. Lui si scusa, le dice di non dormire e di essere in cura da uno psicologo: «Dammi la possibilità di dimostrarti che sono cambiato». Lei accetta. Il 24 luglio i due si accordano per una pizza. Lui le dà appuntamento al parcheggio della piscina di Lugagnano. Poco prima, lui le aveva detto che sarebbe andato a casa sua a prendere le sue cose perché sarebbe andato a vivere con lei. L’avvocato di parte civile, Mara Tutone, in seguito ha chiesto alla sua assistita che posto fosse: buio e isolato. Elementi che la pubblica accusa utilizza, durante l’inchiesta, per contestare la premeditazione del tentato omicidio. I due si inviano messaggi del tipo «dove sei?». Pochi istanti dopo, lui compare ed entra in auto. Ma non parla, continua a “messaggiare”: «Stasera io e te dormiremo insieme».

Sono le 21 e la coppia va in un bar a Castellarquato per un drink. Una lunga chiacchierata «e lui mi chiese se in quei mesi ero uscita con altri. Risposi di no e lui mi disse che invece lo aveva fatto». Raggiunta Fiorenzuola, si scatena la violenza. Il primo pugno, la giovane lo riceve alla rotonda che porta sulla strada per Castell’Arquato. E’ un lampo, lei non capisce che cosa possa aver fatto. Qui la ragazza accusa il dolore dei ricordi e si interrompe. Le viene portata un po’ d’acqua. Lui, dal banco degli imputati la guarda senza emozione.

«Mi accusò di non essere gelosa quando mi disse che aveva avuto altre donne … quindi pensava che a me non interessasse nulla di lui. E ripetè che gli avevo rovinato la vita» continua. Altri insulti, poi il tentativo di sbatterle la testa contro il finestrino. «Stasera t’ammazzo - rincarò l’uomo, secondo il racconto della 29enne - e casa non ci torni più. Muori strangolata». La ragazza è provata nel ricordare quei momenti, ma non cede e va avanti: «Mi diede altri pugni in faccia e mi sbattè contro il cruscotto. Cercai anche di buttarmi dall’auto, ma lui mi prese forte per un braccio. Sentivo il sapore dolciastro del sangue in bocca. Gli chiesi perché mi faceva questo …». L’auto, un Fiat Fiorino, arriva a Castellarquato. La giovane tenta di fuggire vedendo un bar pieno di gente, ma lui la afferra al collo con il braccio stringendola a sé. «Facevo fatica a respirare in quei momenti, non avevo aria» sottolinea la ragazza. A Lugagnano, l’epilogo. Davanti al bar Savi, in piazza, la 29enne vede gente e luci. Tenta un’altra sortita: apre la portiera e infila un piede per tenerla aperta. Lui la prende per il collo. Lei riesce a mettere fuori entrambe le gambe, strusciando sull’asfalto con le ginocchia e ferendosi. Nonostante lui l’abbia presa per il collo, lei con la forza della disperazione riesce a uscire finendo sull’asfalto. Sente urlare: «Lasciala andare». Sono i ragazzi, poi seguiti da altre persone. Lei è a terra, l’auto si dilegua. L’ambulanza la porta al pronto soccorso dell’ospedale di Fiorenzuola dove rimane un giorno. Per tre giorni non riesce a dormire su un lato, ha avuto una visita maxillo facciale e deve fare esercizi per riprendere la masticazione, «il mal di testa mi impediva di lavarmi i capelli». Dopo la denuncia, la ragazza viene seguita da una psicologa del centro antiviolenza.

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L’ARRESTO Il giorno dopo lui le invia alcuni sms - tutti finiti negli atti del processo - e «quando li vedo provo il terrore più totale». Come se nulla fosse accaduto, il giovane le scrive «mi dispiace», «pagherò in ogni modo. Non lasciarmi». Due giorni dopo arriva una telefonata da un numero privato, è lui: «ciao …». La giovane interrompe la comunicazione «mi sono sentita male». E il 28 luglio. I carabinieri stanno già indagando. Il giorno dopo Rossi viene arrestato e da allora è in carcere.

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