«Ecco il racconto effettivo del mondo immenso e sfaccettato della canzone d’amore»

Intervista a Giulia Cavaliere, autrice di "Romantic Italia": «Dentro il libro ci sono molte canzoni che ho sempre desiderato raccontare, ma a cui mancava il “contenitore”, ossia il libro; le altre sono arrivate strada facendo»

Giulia Cavaliere

Nell’ambito dei quattro giorni del Bleech Festival, oltre che di concerti si è trattato anche di libri; ed è proprio grazie alla pagina scritta, quella di “Romantic Italia” (Minimum Fax), che sabato, al Bleech Festival, abbiamo incontrato Giulia Cavaliere (“Corriere della Sera”, “Rolling Stone”). Pavese, classe 1985, possiede un volto rinfrescante e una penna che scava. Nelle canzoni, come nell’amore. E quindi, inevitabilmente, nelle canzoni d’amore, tutte italiane, di “Romantic Italia”.

In che modo ha preso forma il testo? «Diciamo che occupandomi principalmente di musica, non vivevo con la “meta libro” fissa tra i pensieri. Durante i miei quotidiani viaggi in treno, vagheggiavo questo libro sulle canzoni d’amore. Mi pareva incredibile che nel Paese dell’amore, della melodia, del romanticismo – in un’accezione anche un po’ da cartolina – mancasse il racconto effettivo del mondo immenso e sfaccettato della canzone a tema amoroso. Dentro “Romantic Italia” ci sono molte canzoni che ho sempre desiderato raccontare, ma a cui mancava il “contenitore”, ossia il libro; le altre sono arrivate strada facendo».

Mi soffermo ancora sul concetto di viaggio, perché “Romantic Italia” è ancheun viaggio fra i sentimenti di un Paese che, in parte, non esiste più. In che modo, a tuo avviso, le canzoni sopravvivono, quasi magicamente, al contesto sociale, culturale, persino geografico, che le genera? «Quando le canzoni sono buone, hanno la capacità di includere. Ci sono una storia, un contesto, una narrazione lirica, poi c’è un nucleo che a volte si manifesta addirittura in un singolo verso o in una precisa espressione, e questo nucleo è la magia della canzone. E’ lì che succede tutto ed è lì che il brano resiste al tempo e a tutto il resto. Ci sono versi e strofe e ritornelli che conservano e anzi rinnovano la loro forza decennio dopo decennio. Credo che sia grazie a questo elemento che la forma canzone possa essere equiparabile alla poesia. Leggiamo i poeti del Duecento, figuriamoci se può essere faticoso trovare qualcosa che ci riguardi in una canzone degli anni Sessanta».

Hai distribuito le canzoni del libro lungo un arco temporale lunghissimo. Quelle di Nilla Pizzi e Domenico Modugno sono del 1958, mentre “Baby” dei Baustelle è del 2018. Se entro questi sessant’anni dovessi intercettare un periodo in cui la canzone italiana ha suonato al meglio le corde del tuo cuore, quale periodo sceglieresti?«Negli anni Sessanta è successo tutto, negli anni ’70 ci sono state grandi rivoluzioni su quello che era stato fondato il decennio precedente – penso al tema dell’eros, al ruolo della donna e del privato che diventava politico. Degli ’80 amo l’arrivo dei synth, dell’elettronica, tutta una deriva esterofila che la canzone italiana ha sposato bene e che poi ha visto la sua massima trasformazione dello sguardo nell’italodisco. Questi tre decenni mi appassionano nella quasi totalità».

giulia cavaliere bleech festival-2Chi ti segue sui social si è accorto del tuo talento per la fotografia. Una fotografia a tratti nostalgica, che si sofferma sui dettagli, su una vita che sta riposando; che detesta la fretta, prediligendo una lenta osservazione. Pur sentendo il polso del presente, a volte sembri vivere nostalgie a te sconosciute, provenienti da epoche in cui non eri nata. C’è del vero in questa considerazione? «Lo scrittore cileno Roberto Bolaño, che è uno dei miei preferiti, usa l’espressione nostalgia del non vissuto. Ci tengo a dire però che la mia nostalgia del non vissuto è molto più florida della nostalgia per il vissuto passato, che è un sentimento che non mi appartiene se non in forme molto intime. Per il resto sono attratta da un futuro non ancora vissuto come da un passato in cui appunto non c’ero. Due sentimenti basati sulla curiosità, che è anche sempre il motore di ogni esplorazione artistica, dalla musica alla fotografia, una passione fortissima da diversi anni, seconda solo alla musica». 

Su Spotify hai da poco pubblicato una playlist intitolata “Summer Of Love ‘19”. E’ fitta di gemme (Matia Bazar, Alan Sorrenti, un Fossati quasi “antico” e i Pooh epoca “Aloha”) e di suggestioni a rischio estinzione. Hai cercato di recuperare qualcosa di specifico dall’oblio? «I pezzi cercano di esprimere tutti quel mood tardi ‘70 e primi ‘80, tra funky, elettronica, pop sfrenato, riferimenti sintetici e disco. Sono tutte canzoni molto calde, con una loro forza amorosa, erotica, ma anche esistenziale. C’è quel Fossati nascosto che sembra parlare precisamente di questo tempo italiano, umano e politico, poi c’è Enzo Carella, uno dei più bravi di tutti, che qualche settimana fa finalmente è approdato su Spotify con questa canzone scritta da Panella; molto pop, sensoriale, giocosa nei suoni. Volevo fossero canzoni perfette per un bagno in piscina e un drink di molti colori con l’ombrellino, per la tintarella lunare dell’estate e per i baci. Tutto, sempre, è per i baci».

L’amore d’estate. Tra l’acqua del mare, il sole, e una canzone. Gli amori estivi sono davvero i più disimpegnati? E la canzone “estiva” è per forza meno profonda di quella che si presta ad ascolti più raccolti e pensosi? «Ti rispondo no, a entrambe le domande. L’idea dell’amore estivo disimpegnato risale a un tempo in cui ti salutavi a fine agosto e poi ognuno a casa propria, magari in città lontanissime, senza telefonini, senza troppa capacità di tenere in piedi rapporti sfilacciati ed epistolari. Oggi, come minimo, dopo che ti sei salutato a fine agosto il primo giorno di settembre ti ritrovi trenta notifiche su Instagram. 
Il nostro essere, come direbbe Deleuze, macchina desiderante, è molto evidente in estate, molto potente. E questo è un fatto, se vogliamo, puramente animale. Quanto alle canzoni credo che, se usciamo dalla logica della classifica, d’estate si pensi più che d’inverno, quando il tempo di ascoltare, prestare magari attenzione a un testo, per molti viene meno. La fondazione della canzone italiana sta a mio parere nella canzone estiva, di mare, che poi, andando un attimo più indietro, è il tema di tante canzoni napoletane delle origini».

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