Giuseppe Lodigiani: la storia di un uomo, di un imprenditore e di una società

E’ la storia di un uomo, di un grande imprenditore, ma anche quella di una società, quella che emerge nel volume “Ricordi di vita e di lavoro” scritto da Giuseppe Lodigiani e presentato lunedì alla Sala Panini di Palazzo Galli, alla presenza dei figli Mario Paolo, Emilia, Enrico e Michele e del presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani

Un momento della presentazione

E’ la storia di un uomo, di un grande imprenditore, ma anche quella di una società, che emerge nel volume "Ricordi di vita e di lavoro" scritto da Giuseppe Lodigiani e presentato lunedì alla Sala Panini di Palazzo Galli, alla presenza dei figli Mario Paolo, Emilia, Enrico e Michele e del presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani.

Insieme a loro un folto pubblico di amici della famiglia Lodigiani, ma anche collaboratori di un imprenditore piacentino che ha portato nel mondo il nome della nostra città e che ha voluto lasciare con questo volume una meditazione onesta e sincera sulla sua vita, "senza desiderio - ha commentato Cesare Ziolocchi che ha coordinato l’evento - di fare letteratura o sfoggio di cultura. Un’opera imponente, oltre 600 pagine, che raccoglie esperienze ed opere costruttive in quattro continenti, a Piacenza, ma anche in Africa e Sud America, insomma la saga di una famiglia eccezionale.

Per ricordare la figura del padre ed i contenuti del libro, è intervenuto Mario che è stato uno dei protagonisti di questa straordinaria azienda che ha costruito opere colossali (dighe) in tutto il mondo fino al “declino”, sull’onda lunga di Tangentopoli di cui Mario ha brevemente ricordato la propria lacerante esperienza. «Non siamo mai stati corruttori - ha detto, ciò che è andato ai partiti, era a bilancio, altrimenti non si lavorava. Siamo stati perseguitati dalla giustizia e resta il rammarico di non avere potuto trasferire ai nostri figli questa straordinaria eredità di lavoro».

Mario ha esordito ricordando le origini piacentine del fondatore, Vincenzo, che laureato nel 1900 in ingegneria civile a Torino, vinse un concorso, indetto dalla Cassa di Risparmio di Piacenza, per il progetto di una scuola elementare, quindi seguì la costruzione di uno zuccherificio per la francese Compagnie Sucrière de Sarmato, da cui era stato assunto. Nel 1903 sposò Emilia Ranza, di famiglia benestante piacentina, e l'anno successivo, lasciata la Sarmato, costituì una propria società per la costruzione di un altro zuccherificio, passò poi, in qualità di socio collaboratore, nell'impresa edile del cognato, Enrico Ranza, che gli diede l'aiuto necessario per avviare, nel 1906, un'attività in proprio, l'Impresa ing.Vincenzo Lodigiani.

Primi impegni della nuova ditta furono la costruzione dello stabilimento delle Officine meccaniche piacentine, di un ponte sul torrente Chiavenna e di un tronco della linea ferroviaria Cremona-Fidenza (allora Borgo San Donnino). Nel 1908 ottenne dalle Ferrovie dello Stato, da poco costituite, l'appalto per la costruzione del ponte sul Taro a Fornovo; tale opera, insieme con il primo tronco della linea Fornovo-Fidenza, mise in luce le sue notevoli capacità tecniche e organizzative.

Nel 1926 il Consorzio di bonifica della Val d'Arda assegnò alla Lodigiani la costruzione della diga di Mignano, un’opera notevole, che permise all'impresa di inserirsi ad alto livello nella costruzione di impianti idroelettrici promossa in quegli anni dal regime fascista. Tra il 1930 e il 1935, la Lodigiani costruì l'impianto Codera-Ratti - tra Val Chiavenna e Valtellina - per conto della Società nazionale di elettricità, del gruppo Falck, destinato ad alimentare gli stabilimenti di Sesto San Giovanni. Seguirono la diga di Larecchio, in alta Val d'Ossola, per la Isorno, del gruppo Edison, e l'impianto idroelettrico di Vizzola Ticino della Elettrica lombarda, anch'essa Edison.

«Giuseppe - ha ricordato il figlio Mario - era un uomo curioso e colto; ha scritto questa testimonianza per offrire spunti di riflessione che inevitabilmente coinvolgono la storia di una città, Piacenza, a cui siamo tutti legatissimi, ma anche quella dell’imprenditoria italiana che ha saputo conquistarsi un ruolo di protagonista nel mondo». Viveva in una sorte di "solitarietà", abitata da personaggi della letteratura e dell’arte. Questo libro è il racconto di esperienze un po’ al di fuori dal comune, la storia della borghesia imprenditoriale che abbraccia un secolo. E’ il racconto di grandi opere, ma anche di come si è evoluto questo mondo.

«Nella nostra casa - ha ricordato Mario - si respirava arte e musica, già con il nonno Vincenzo: il nostro era un rapporto stretto tra famiglia ed impresa e di sinergia e coinvolgimento con le persone che vi lavoravano». Le esperienze costruttive delle dighe in Italia (oggi difficile lavorare in “accordo con la storia” come poté fare Giuseppe), furono fondamentali per quella sullo Zambesi. Nel 1955, su proposta della Impresit (gruppo IFI-FIAT), la Lodigiani aveva accettato di aderire, con la Girola e la Torno, al patto GILT (Girola, Impresit, Lodigiani, Torno), per concorrere a grandi appalti all'estero,e fu "impresa delegata" nella joint-venture costituita nel 1956 dal GILT, col nome di Impresit Kariba, per la costruzione sullo Zambesi, nella Rhodesia del Sud (oggi Zimbabwe), del più grande impianto idroelettrico del mondo fino ad allora realizzato, finanziato dalla Banca mondiale.   

Un cantiere con 800 italiani e 5.500 locali, in un’Africa ancora coloniale (inglesi) ed una squadra con un forte spirito di corpo, cementato dalle precedenti opere. Alla morte di Luigi, nel 1968, la vicepresidenza dell'impresa fu assunta dal fratello minore, Giuseppe anch'egli ingegnere, il quale, già dal 1943 "consigliere tecnico" e dal 1958 consigliere delegato, svolgeva da tempo la funzione di coordinatore generale di quasi tutti i cantieri, soprattutto all'estero.

Negli anni successivi la Lodigiani svolse un'imponente attività ad ampio raggio, sempre più diversificata: in Italia, laddove i grandi lavori idraulici (in cui la ditta aveva raggiunto l'eccellenza)andavano man mano scemando, si orientò su lavori relativi a grandi infrastrutture sia urbane (metropolitane, centri commerciali, edifici di prestigio) sia extraurbane (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti). Per commesse particolarmente impegnative, furono costituite spesso associazioni con altre imprese (come la GiloVal, con Girola, e la Ferrofir, con Astaldi, Di Penta e Sogene per la direttissima ferroviaria Firenze-Roma).

Fuori dall’Europa la Lodigiani continuò a essere impegnata (con la Impregilo, di cui Giuseppe era consigliere delegato) soprattutto in grandi opere idrauliche: al 1991 risultavano costruite 18 dighe in quattro continenti, tra le quali quelle di Akosombo sul Volta (Ghana), di Roseiras sul Nilo Azzurro (Sudan), di Kainji sul Niger (Nigeria, 1964-69) e quella di Tarbela sull'Indo (Pakistan, 1968-77). Di particolare risonanza e prestigio fu la partecipazione a un'opera, realizzata tra il 1964 e il 1968, cui la Impregilo dette l'apporto principale: il salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel, che sarebbero stati sommersi in seguito alla costruzione della grande diga di Assuan sul Nilo. «Abbiamo fatto tante cose importanti - ha rilevato Mario con un po’ di amarezza, ma con grande orgoglio; il mondo è cambiato, è quello dei rapporti politici, è la fine di un equilibrio tra politica ed imprenditoria che ha fatto grande l’imprenditoria italiana e di cui la nostra famiglia è stata protagonista».

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Muore a 23 anni nell'auto che si ribalta più volte nel campo

  • Travolta da un’auto dopo lo schianto contro il guard rail, Valentina muore a 22 anni

  • Tragico schianto in A21, muore giovane piacentina

  • Tir si schianta contro una casa

  • Elezioni Regionali, ecco il fac simile della scheda elettorale

  • Schianto sul rettilineo della via Emilia

Torna su
IlPiacenza è in caricamento