In visita con la “Dante” alla chiesa di san Carlo, il cui “miracoloso Bambino Gesù” è venerato dal XV secolo

Nella nostra città la “Giornata della Dante” organizzata dal presidente Roberto Laurenzano, è stata occasione di conoscenza del patrimonio storico artistico costituito dalla chiesa di S. Carlo che, nonostante essa sia in sostanza “centrale”, non è molto conosciuta così come non lo sono la Pinacoteca e la grande Biblioteca ricca di migliaia di antichi e pregevolissimi volumi di notevole valore storico, artistico, tipografico e contenutistico, alla quale peraltro la “Dante” di Piacenza ha riservato poco tempo fa una specifica e dettagliata visita “guidata”. 

La Chiesa di San Carlo – ha ricordato padre Stelio Fongaro nella sua illustrazione del tempio - risale al 1624 ed era annessa al convento delle Cappuccine, poi soppresso da Napoleone. Il vescovo mons. Scalabrini rilevò il tempio dal Seminario e dopo il restauro affidato a mons. Torta, - nel cui diario si legge “Si dovette lavorare molto, si fece la facciata nuova, l’organo nuovo portandovi le cantorie che erano in san Michele, l’altar maggiore dalla chiesa allora chiusa di san Gervaso, i confessionali e gli arredi di san Giuliano, le campane di S. Michele, e le reliquie di san Carlo …”. L’edificio fu riconsacrato il 22 ottobre 1893.

L’interno della Chiesa, ad unica navata, presenta un sottile gioco di prospettiva architettonica dipinta, che si sviluppa dal soffitto al presbiterio. Ma non è tanto la struttura della navata l’elemento più caratterizzante, quanto piuttosto le espressioni religiose ed artistiche sul piano dei dipinti (quali quelli sulle pareti del presbiterio, risalenti al secolo XVII), nonché fattori che ricordano la presenza delle Cappuccine nel ‘600. Fra tali dipinti, quello che maggiormente merita attenzione è la “tela” del Procaccini, alle spalle dell’Altare Maggiore, nella quale è raffigurato San Carlo Borromeo in ginocchio in atto di umiltà dinanzi al Cristo crocifisso, in segno di ringraziamento per la fine della terribile peste del ‘600, mentre, nel contempo, un Angelo è nell’atto di rinserrare la spada nella guaina a simboleggiare l’intervenuta fine dell’immane umana tragedia. E il drammatico periodo vissuto viene nello stesso dipinto ricordato attraverso una lontana rappresentazione della città sullo sfondo sinistro di esso, propria a significare l’avvenuto salvataggio della città di Piacenza dalla terribile epidemia di peste. 

Nella parete di destra, a propria volta, un altro bel dipinto del ‘600 raffigura la morte di San Giuseppe, disteso tra Maria e Gesù, in un chiaroscuro che dona effetto di spiritualità al complesso della raffigurazione. Caratteristica la presenza, ai piedi di San Giuseppe, e dunque nella parte più bassa del dipinto, degli arnesi da lavoro del falegname, e dunque di Giuseppe. Nella stesa piccola cappella laterale suddetta, una numerosa presenza di reliquie di San Carlo Borromeo, fra le quali la “mantellina” di Cardinale, una sua pantofola, un piccolo “reliquia” del lenzuolo di morte, e il “cuore” del Santo. 

Nella prima Cappella sulla sinistra, entrando nella Chiesa, è conservato in un reliquiario il piede mummificato di mons. Scalabrini, il quale è ricordato nella Cappella, con un grande dipinto a mosaico sulla parete, nella sua compiuta Missione di ausilio agli emigranti: efficace sia la figura del Vescovo che fu a Piacenza fra la fine dell’‘800 e l’inizio del ‘900, e sia la scena dei tanti emigranti.

IL BAMBINO GESÙ - Nella prima cappella di destra è collocata la statua del Bambino Gesù risalente al XV secolo, qui trasferita dalla chiesa di san Gervaso che sorgeva sino al 1912 sulla attuale Galleria della Borsa - via Matteotti), statua particolarmente venerata fin dal secolo XVI, per “miracoli e grazie” ricevuti dai fedeli. La venerazione era di frequente accompagnata dal dono di oggetti d’oro: collanine, spille e anelli che venivano appesi alle vesti dorate del Bambinello. Si ha anche notizia di due furti il secondo dei quali avvenne metà anni Cinquanta del secolo. A notte fonda i ladri, che si erano nascosti sotto il tavolato del presepe trafugarono l’intera statua che spogliata fu ritrovata all’esterno della chiesa sopra un cumulo di neve. Negli anni Sessanta vi fu una terza spogliazione questa volta legale: il Padre superiore del Convento convertì il tesoretto che si era ricostituito (alcuni chili d’oro) in denaro destinando in interventi di sostegno ai poveri. 

Ai lati del bambino si trovavano due belle statue della Madonna e di san Giuseppe. Di quel tempo e la memoria del presepio divenne propria dei Missionari Scalabriniani che l’hanno portata nelle terre lontane dove andavano a svolgere il loro apostolato seguendo la tradizione della casa madre di Piacenza.

LA SAGRESTIA - E’ arredata con mobili del ‘600, di cosiddetto “stile povero” o, se si preferisce, “di tipologia manzoniana”: tale arredo infatti, di sereni armadi-cassettiera in forma di vecchi buffet, dà l’immediato “ricordo” di “scene” dei Promessi Sposi, e di una “canonica” di Don Abbondio Motivo di “visione storica” è inoltre la stanza attigua alla sagrestia, cioè la “stanza”, anch’essa del ‘600, in cui era ubicata la cancellata attraverso la quale le Suore di Clausura ricevevano la Santa Comunione. Completano le bellezze artistiche della Chiesa di San Carlo alcune pregevolissime sculture religiose del piacentino Paolo Perotti presenti sia in Cappella della navata del Tempio, e sia in uno dei lati del Chiostri, ove, in quest’ultimo, viene sempre rappresentato mons. Scalabrini, a propria volta oggetto di bassorilievi nell’area antistante l’ingresso alla Chiesa, e di una splendida statua bronzea, opera del Perotti-padre, posta al centro del meraviglioso “Chiostro” dell’Istituto, un chiostro che riesce ad offrire un forte senso di serenità, freschezza e spiritualità.

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