Dopo 15 anni di trattative, dal 28 maggio i salumi italiani a breve stagionatura potranno essere esportati negli Usa

Le visite degli ispettori americani presso i nostri allevamenti hanno dato esito positivo grazie alla grande qualità e sicurezza alimentare garantita dagli allevatori nazionali

Ci sono voluti 15 anni di trattative, caratterizzate spesso da un percorso accidentato. Ma alla fine il risultato atteso è arrivato. Dal 28 maggio i salumi italiani a breve stagionatura, salami, pancette, coppe, culatelli, potranno essere esportati negli Stati Uniti.

“Possiamo chiudere con soddisfazione questo lungo cammino – spiega Davide Calderone, direttore di Assica (Associazione industriali delle carni e dei salumi) – e guardare all’importante traguardo raggiunto come all’inizio di un altro percorso altrettanto rilevante. In base alle nostre rilevazioni infatti, abbiamo calcolato che nel 2014 l’ampliamento della gamma di salumi esportati potrà incrementare il fatturato legato all’export di altri 10 milioni di euro, facendolo lievitare così da 70 milioni (dato del 2012) a 80 milioni di euro, pari a qualcosa come 1000-1500 tonnellate di prodotto”. Uno strumento in più per contrastare il fenomeno dell’Italian sounding

Così, dopo la Val D’Aosta, la Liguria, le Marche e il Friuli Venezia Giulia, oggi anche la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Veneto, il Piemonte e le province autonome di Trento e Bolzano hanno ottenuto dalle Autorità statunitensi competenti il riconoscimento di zone indenni dalla Malattia Vescicolare. “Mancava la filiera – è la riflessione di Calderone – quella che si caratterizza per le produzioni più conosciute e anche, purtroppo, più copiate perché come è ormai risaputo l’Italian sounding è un fenomeno sempre più dilagante a cui speriamo di porre un argine anche grazie a questa nuova apertura nei mercati americani”.

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Un cammino lungo 15 anni contrassegnato da numerose visite ispettive Negli anni sono state numerose le visite ispettive del personale statunitense presso gli allevamenti suinicoli italiani al fine di stilare poi un parere sullo stato sanitario rilevato, e purtroppo una di queste coincise proprio con l’epidemia di Malattia Vescicolare che nel 2007 falcidiò non poche porcilaie. “All’epoca si trattò di un autentico flagello per numerose aziende – puntualizza Calderone – che si risolse nel giro di alcuni mesi grazie alle drastiche misure messe in campo da tutti gli enti preposti e al coinvolgimento collaborativo di tutti gli attori della filiera. Nelle visite ispettive successive infatti, i riscontri furono positivi al punto che finalmente oggi possiamo apporre la parola fine a questo lungo iter”.

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