«La conta dei danni non basta. Per gestire l'acqua servono dighe»

Il commento del presidente di Confagricoltura Piacenza, Filippo Gasparini

Gli abeti rossi di Paneveggio hanno suonato un requiem per il Paese. Torniamo così a piangere sempre più frequentemente e inutilmente sul vento che soffia e l’acqua che scorre. Anche sulle nostre colline si contano i danni, per fortuna senza vittime, e ci si attrezza per ripristinare le strutture danneggiate, mentre a valle il Trebbia si è portato via, per l’ennesima volta, un tratto di sponda. “E’ inutile discutere se quelli dei giorni scorsi siano o meno eventi eccezionali e di quanto siano attribuibili al cambiamento climatico – commenta il presidente di Confagricoltura Piacenza, Filippo Gasparini –, se poi le strategie di medio e lungo periodo non sono improntate al rigore scientifico e sulla base di analisi di dati”. L’incuria dell’uomo, la non gestione del territorio, emergono tra le cause dei danni. Vale una riflessione, nel momento in cui si pensa che agire sull’ambiente sia rinunciare ad una relazione positiva con la natura. “Paghiamo lo scotto di una politica che ha accantonato le sue responsabilità delegando le scelte, almeno nell’ultimo quarto di secolo, a funzionariati ambientalisti troppo spesso autoreferenziali, che hanno tolto la gestione dei fiumi a chi per secoli l’ha esercitata sul territorio con pragmatismo e competenza – rimarca duramente Gasparini -. A fronte di questo scollamento tra politica e realtà, i cittadini, che non si fidano più della politica, si aggrappano ad un’idea di partecipazione che passa attraverso i comitati e i percorsi partecipati, arrivando così alla dittatura della democrazia. Ritengo che la partecipazione vada esercitata nelle sedi opportune, per i cittadini nella cabina elettorale, pretendendo che resti in capo alla politica la responsabilità di individuare le strategie e le azioni per assicurare il bene comune. I comitati di cittadini oggi, infatti, troppo spesso, non sono altro che la manifestazione più comune di agglomerati di soggetti inesperti con la nota sindrome NIMBY (not in my backyard), dei comitati del “no”, a prescindere”. Dalla cronaca locale si evince che mentre i comitati di cittadini dei comuni della Val Nure da un lato chiedono di essere informati sui progetti per la fattibilità di invasi, dall’altro fanno incetta di firme per bloccarne la realizzazione, prima ancora che queste proposte vengano definite.  “Non è così che si esercita la democrazia – tuona Gasparini – questa è una dittatura di pochi su un Paese che affossa le responsabilità di disastri che sono sotto gli occhi di tutti”.  Il riferimento corre anche ad alcune proposte di gestione della risorsa idrica, citate nei cosiddetti contratti di fiume, che prevedono indicazioni quali: lasciare liberi i corsi d’acqua di prendersi i loro spazi e individuare anse per rallentarne il corso. “I fiumi – prosegue Gasparini – non sono liberi di scorrere dove vogliono da quando abbiamo deciso di fondare Roma sul Tevere. Oggi assistiamo ad un’involuzione. A fronte di certi “portatori di preistoria” faccio appello a chi possiede le competenze tecniche, alle reti delle imprese, perché le civiltà si sono evolute grazie allo sviluppo di competenze specifiche e alla conseguente differenziazione dei ruoli. Ciascuno ha il dovere morale di agire nel proprio ambito. Mi preoccupano la non assunzione di responsabilità e il silenzio di chi deve farsi parte attiva per una gestione del territorio che metta in sicurezza popolazione civile e attività economiche. Le opere dell’uomo per il contenimento e la regimazione sono una realtà evolutiva testimoniata dalla storia, pensiamo alla grandiosità della diga di Assuan costruita proprio per cercare di limitare i danni provocati dalle inondazioni irregolari del Nilo o alla diga del Bilancino, per evitare il ripetersi di inondazioni dell’Arno. Smettiamola di sminuire i canali istituzionali e di calpestare la scienza. Rimettiamo la responsabilità in capo a chi fa le leggi e pretendiamo che agiscano per il Paese”.

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