«Per nutrire il mondo serve uno sviluppo che produca cibo sufficiente, sicuro e sostenibile»

E’ un dato di fatto costante: la popolazione mondiale è in continua crescita. A fronte di ciò, una parte attuale della popolazione soffre ancora la fame, una parte spreca il cibo ed è sovrappeso. Si pone dunque un problema sociale della distribuzione del cibo, con i paesi in via di sviluppo che conservano male gli alimenti. Occorre dunque una agricoltura intensiva e sostenibile «ma bisogna capirne - come ha detto il preside della facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari ed Ambientali di Piacenza Marco Trevisan - i dogmi basati su tre pilastri: economico, sociale ed ambientale». Scopo del convegno Quale agricoltura per nutrire l’umanità e salvaguardare il pianeta che si è svolto nell’aula Piana della Cattolica organizzato dalla Fondazione Invernizzi, da Aissa (associzione italiana società scientifiche agrarie) e Università Cattolica, è stato quello di stilare su questi temi un documento condiviso e non focalizzato in modo unidirezionale, su cui poi i decisori politici possano adottare strategie adeguate.

 «Nuove vie - ha detto il coordinatore del convegno Giuseppe Bertoni - capaci di garantire la produzione di cibo sufficiente, sicuro e sostenibile, oltre che nutrizionalmente appropriato. Insomma un confronto aperto lavorando sulle basi scientifiche della sostenibilità, declinata nelle sue diverse componenti economica, ecologica, sociale ma anche etica e intergenerazionale. In un momento storico in cui la globalizzazione ha innescato processi di sviluppo e benessere decisivi per gran parte dell'umanità, ma anche aumentato le diseguaglianze e le contraddizioni, a causa di paradigmi tecnocratici e finanziari quantomeno opinabili, si rischia di mettere in discussione la stessa integrità della biosfera».

Ciò anche per effetto dei cambiamenti globali, evidenziati soprattutto dalle alterazioni climatiche legate all'inarrestabile neourbanesimo e alla trasformazione agricola di grandi biomi, assieme all'immissione di inquinanti nell'atmosfera, nel suolo e nelle acque. Non v'è dubbio- ha ricordato Bertoni- che gran parte di questi mutamenti hanno componenti che ben poco dipendono dall'agricoltura, ma assai più dai processi demografici e da quelli di miglioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale. Tuttavia, l'antropocene può e deve trovare un equilibrio adeguato alla popolazione e al suo sviluppo socio-economico, a cominciare dall'agricoltura che pure si è sinora sobbarcata l'onere di nutrire, non sempre in modo corretto - 7,5 miliardi di persone (contro 1,5 di inizi Novecento). Per fare ciò è necessario individuare un modello di sviluppo non tanto e soltanto per l'agricoltura che sappia far tesoro delle conoscenze acquisite dalla scienza, per agevolare anche nella produzione di cibo e di tante altre risorse rinnovabili.

Gli obiettivi prioritari di qualsivoglia forma di agricoltura debbono essere la salute dell’uomo e dell’ambiente. Perché questo sia possibile è necessario che vengano individuate, grazie al progresso scientifico, quelle tecnologie che nel rispetto dei suddetti principi, forniscono le maggiori garanzie di successo (copertura sostenibile dei bisogni), anche in relazione alle diverse condizioni pedoclimatiche locali, tradizioni, convinzioni culturali-religiose etc. Ciò presuppone un cambiamento di mentalità in tutti quanti operano, a vari livelli, nel mondo dell’agricoltura. In particolare, occorre uno sforzo congiunto per implementare quanto più possibile le predette tecnologie entro i vari segmenti della filiera cibo, ma al tempo stesso per attuare sistemi di controllo pubblici in grado di garantire quanto auspicato, cioè la salute di uomo e ambiente; ponendo contemporaneamente fine alle reciproche fuorvianti accuse fra le diverse anime del settore agro-alimentare. Da non trascurare infine la possibilità di riconoscere le ragioni a favore dell’una e dell’altra forma di agricoltura, ma altresì il dove, come e quando siano da preferire forme di agricoltura al momento meno diffuse (esempio la biologica), rispetto all’agricoltura convenzionale che tuttavia dovrebbe orientarsi verso una forma realmente “conservativa” (o “sostenibile”).

Dopo il saluto di Lorenzo Morelli già preside della Facoltà, di don. Roberto Maier assistente pastorale e del presidente Aissa Marco Marchetti, ha preso la parola Luigi Mariani dell’Università degli Studi di Milano che ha trattato dell’evoluzione dell’agricoltura in relazione a demografia e benessere dell’umanità. «La storia dell’agricoltura - ha detto - è utile anche per chiarire come nel corso del tempo sia stato affrontato il tema della sicurezza degli approvvigionamenti e della qualità di cibo e beni di consumo, il che si ottiene riflettendo sui successivi cambi di paradigma (rivoluzioni) che emergono ad esempio dagli iscritti di Esiodo, Virgilio, Columella (che già sosteneva la necessità di tecnologia e sperimentazione), Tarello, Targioni Tozzetti, Cantoni e tanti altri».

«All’inizio del XX secolo - spiega -  la popolazione mondiale era in rapida crescita mentre le rese in agricoltura erano su valori non molto dissimili da quelli di epoca augustea e pertanto, si veniva prospettando una catastrofe malthusiana di proporzioni immani le cui avvisaglie stanno a ben vedere nella grande carestia d’Irlanda (1845-1850). A tale catastrofe siamo sfuggiti grazie a un evento che ha del miracoloso per la potenza con cui si è manifestato e che va sotto il nome di rivoluzione verde, consistita nell’enorme progresso nella genetica vegetale e animale e nelle tecniche colturali e di allevamento registratosi nel XX secolo e che ha avuto come personaggio più emblematico Norman Borlaug, premio Nobel per la pace 1970. Rappresentative del fatto che il pensiero agronomico italiano è stato pienamente partecipe della rivoluzione verde sono da un lato l’attività di Nazzareno Strampelli, precursore di Borlaug nella selezione delle varietà di frumento a taglia bassa». «Ciò spinge  - prosegue - a una riflessione sul rapporto fra l’agricoltura della rivoluzione verde e le agricolture alternative (biologico, biodinamico, permacoltura, ecc.) che si fondano sul rifiuto delle varietà moderne e delle fonti azotate di sintesi, con riflessi quali-quantitativi sulle rese che devono essere la base per un giudizio razionale su tali agricolture. Tale giudizio non può peraltro prescindere dal fatto che la rivoluzione verde sta ancor oggi dando frutti importanti che cogliamo sia dalla percentuale della popolazione mondiale al di sotto della soglia di sufficienza alimentare (oggi al 10% contro il 35% del 1970) sia dai trend produttivi globali delle 5 grandi colture (frumento, mais, riso, soia, orzo) che oggi coprono il 70% del fabbisogno calorico umano globale e che manifestano oggi incrementi di resa del 2-3% l’anno». 

«La morale da trarre  - conclude - è che non si può pensare a un’agricoltura del futuro che non sia un’agricoltura integrata e che cioè assembli il meglio delle tecnologie (nei settori della genetica, della nutrizione vegetale e animale, della difesa, della meccanizzazione, ecc.) al fine di garantire sostenibilità economica, sociale e ambientale del processo produttivo». Andrea Sonnino di Enea e Fidaf, ha esaminato i rischi per la sicurezza alimentare nei prossimi decenni. «Negli ultimi 50 anni - ha chiarito - il sistema agricolo è riuscito ad aumentare di circa tre volte la produzione mondiale netta di alimenti. Il cibo prodotto riesce quindi a soddisfare, almeno teoricamente, la domanda alimentare della popolazione mondiale, nonostante questa sia più che raddoppiata nel medesimo periodo. Nonostante questo indubbio successo, nel 2017 821 milioni di esseri umani, ossia più di uno ogni nove, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, hanno sofferto di denutrizione, 2 miliardi di persone hanno sofferto di deficienze alimentari, mentre altri 2 miliardi di persone erano affette da problemi legati alla sovranutrizione (sovrappeso o obesi). L’aumento spettacolare della produzione mondiale di alimenti è stato spesso conseguito a costo della erosione delle risorse naturali che formano la base stessa dell’agricoltura, quali il terreno, la fertilità del suolo, l’acqua, l’energia e la biodiversità. Inoltre un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato per inefficienze e distorsioni del consumo». 

«Pertanto nutrire la crescente popolazione mondiale nel contesto di erosione delle risorse naturali e di cambiamento climatico, senza compromettere le fonti di sostentamento delle generazioni future, rappresenta una sfida di dimensioni e natura senza precedenti per il genere umano. Sia l’opzione di migliorare l’efficienza della produzione agricola che quella di contenere la domanda di alimenti promettono interessanti benefici, ma non sembrano offrire risposte esaustive a questa sfida. La strategia di trasformazione integrata dei sistemi agroalimentari considera contemporaneamente i modelli di produzione e di consumo degli alimenti, senza trascurarne gli aspetti sociali ed economici e sembra quindi l’opzione più solida. Tale trasformazione  - conclude - può essere realizzata solo per mezzo della generazione di una cospicua mole di nuova conoscenza e della efficiente traduzione di questa conoscenza in innovazione dei sistemi agroalimentari».

Marco Marchetti di Aissa ha analizzato le criticità nella dimensione ecologica della sostenibilità ambientale in agricoltura evidenziando che «nella dinamica della intensificazione sostenibile e delle terre disponibili per forme di incremento e miglioramento dei processi produttivi vegetali e zootecnici, va ricordato che il nostro paese è fortemente eterogeneo dal punto di vista ecologico ambientale, per varietà di climi e microclimi, litologie e substrati pedologici, geomorfologia e grande diversità di saperi locali che hanno contribuito alla formazione di un mosaico paesistico famoso nel mondo. L’agricoltura è stato l’attore principale nella storia del paesaggio italiano, ma non è esente da varie forme di impatti che hanno riguardato non soltanto la composizione dell’atmosfera e il clima, ma anche la biodiversità, le trasformazioni d’uso dei suoli, i cicli dei maggiori nutrienti, l’inquinamento della biosfera, la modifica del ciclo delle acque. Ricomporre le divisioni è la nuova missione: riunire i paesaggi urbani e quelli rurali, delineando percorsi di sviluppo che favoriscano l’obiettivo della sicurezza degli approvvigionamenti di cibo e beni di consumo in un contesto di piena compatibilità economica, sociale ed ambientale».

«Per perseguire tale obiettivo  - ha proseguito - si impone una fiducia responsabile nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica nell’ambito della genetica, vegetale ed animale, delle tecniche colturali e di allevamento e della pianificazione territoriale sostenibile. E perché una strategia di innovazione si riveli praticabile anche in Italia, deve anzitutto cambiare la percezione dell’attività agricola da parte dell’opinione pubblica, oggi ancora distorta, improntata al sospetto e alla sfiducia, mentre gli agricoltori sono in gran parte imprenditori che utilizzano la tecnologia in modo responsabile e nel rispetto delle leggi offrendo prodotti agricoli sicuri e a prezzi contenuti. La mutua adozione di pratiche positive e dei risultati delle ricerche scientifiche e dell’innovazione tecnologica aiuteranno tutte le forme di agricoltura a sostenere ulteriormente la sostenibilità ecologica delle produzioni».

Infine Massimo Tagliavini dell’Università di Bolzano ha presentato il manifesto Aissa sul livello di sostenibilità dell’agricoltura italiana frutto di un lavoro collegiale che è partito dalla discussione all’ interno di quattro tavoli tecnici sulle produzioni animali, quelle vegetali, sulla filiera bioenergetica e sulla trasformazione e conservazione dei prodotti. In esso si evidenzia che «l’intensificazione sostenibile ha l’obiettivo di incrementare le produzioni riducendo gli impatti ambientali dei processi coinvolti. Il tema centrale della sostenibilità viene affrontato attraverso l’esame degli indicatori che permettono di contestualizzarla dal punto di vista ecologico, sociale ed economico. Per ogni filiera produttiva considerata, vengono poi analizzati le criticità e proposte strategie e interventi atti a migliorare il livello di sostenibilità».

Il documento sottolinea la necessità di prevedere un’analisi di base del territorio e degli ordinamenti colturali esistenti, per distinguere dove si possa pensare ad intensificare alcune altre aree del Paese o alcune forme di agricoltura, e dove, invece, la coltura estensiva rimanga la miglior forma possibile. Se a livello di Paese l’aumento delle rese è un obiettivo da ricercare, alla luce della grande diversità di situazioni colturali e mercati, per la singola azienda agricola o per un singolo comprensorio non è sempre necessariamente vera l’equazione aumento rese uguale ad aumento del reddito. Non esiste una sola via o interpretazione della sostenibilità, ma le diverse forme di agricoltura dovrebbero tutte tendere verso la stessa direzione e mutuare reciprocamente pratiche virtuose.

Altri interventi del convegno -  Nel pomeriggio è proseguito il convegno con l’intervento di Paolo Barberi della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa che ha spiegato come l’agroecologia stia emergendo come un nuovo paradigma in grado di affrontare una delle più grandi sfide dei nostri tempi, la produzione di cibo sufficiente e di qualità nel rispetto dell’ambiente e per la salute dell’umanità. Nella sua versione moderna, l’Agroecologia è al contempo una disciplina scientifica, un insieme di pratiche eco-compatibili di gestione agricola, e un’aggregazione di movimenti della società che promuovono azioni per la sostenibilità globale dei sistemi agro-alimentari, la conservazione dell’ambiente e della salute umana, l’inclusione sociale e la sovranità alimentare.

Davide Neri dell’Università delle Marche ha esaminato l’approccio biologico in frutticoltura spiegando che “normativa e regolamenti rendono credibile il settore biologico. Specifici segmenti di mercato sono disponibili per la commercializzazione biologica a prezzi vantaggiosi per il produttore. La sperimentazione aziendale e la ricerca hanno contribuito all’innovazione. Presidi tecnici sono disponibili per produzioni quantitativamente e qualitativamente importanti. Per il futuro i presupposti scientifici della sostenibilità della produzione frutticola sono in parte disponibili e in parte no, per cui servono specifici passi in avanti e dati. È necessario un cambio di paradigma: dalla produttività alla sostenibilità. Per rispondere alle nuove normative occorre produrre in quantità e qualità, ma in modo prioritario si deve: a) contribuire a tutelare l’ambiente e il clima; b) conservare a lungo termine la fertilità dei suoli; c) sostenere un alto livello di biodiversità. Strumenti: numerosi ed integrati, va sottolineata l’esigenza di ricerca per la gestione dinamica della copertura del suolo allo scopo di incrementare la biodiversità e la fertilità, il miglioramento dell’uso di ammendanti nell’ottica di una economia circolare e di varietà adatte a sistemi produttivi con limitati input esterni”.

Aldo Ferrero dell’Università degli Studi di Torino ha detto che «l’agricoltura convenzionale moderna è responsabilmente sempre più orientata verso l’applicazione di itinerari produttivi in grado di mantenere la redditività aziendale, nel rispetto della sicurezza sanitaria delle produzioni e della salvaguardia delle risorse naturali. A questo scopo sono stati messi a punto sistemi di gestione integrata, caratterizzati da un ragionato ed efficiente impiego dei mezzi produttivi e delle risorse non rinnovabili, finalizzati a soddisfare gli standard di qualità dei prodotti finali richiesti dal mercato. In relazione a questo obiettivo è fondamentale adottare adeguate scelte operative in tutte le diverse fasi del processo produttivo, dalla lavorazione del terreno, alla scelta della specie e della varietà, alla fertilizzazione e soprattutto alla protezione dalle avversità». «Nel caso della difesa dalle avversità,  - prosegue - significativo è stato il ruolo svolto dalla legislazione comunitaria relativa alla registrazione e all’impiego dei prodotti fitosanitari sulla tutela della salute umana e sulla salvaguardia ambientale. La direttiva sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari ha reso obbligatoria l’adozione dei principi di difesa integrata nella protezione delle colture ed ha previsto misure di sostegno economico per l’applicazione, su base volontaria, di una forma di difesa integrata avanzata, vincolata all’adozione di disciplinari operativi, basati su significative limitazioni all’uso dei prodotti fitosanitari e sull’applicazione integrativa di metodi alternativi di lotta (meccanici, agronomici, biologici). Il successo di queste pratiche è facilitato dall’adozione delle tecniche agricole di precisione e da quella di varietà tolleranti ai parassiti o ai prodotti chimici a ridotta pericolosità per l’uomo e per l’ambiente».

Lucrezia Lamastra della Cattolica di Piacenza ha sostenuto che «il sistema di qualità alimentare italiano sostenibile esiste davvero ed è stato applicato nel settore vitivinicolo che rappresenta una delle colonne portanti della produzione e dell’esportazione agroalimentare italiana, per il valore economico e per la qualità del prodotto. Il recupero ecosostenibile della vitivinicoltura e dei territori che la ospitano è subordinato alla possibilità di gestione del sistema sia su scala aziendale che comprensoriale, mediante una valutazione integrata che consenta di misurare i rischi imputabili a ogni fattore produttivo all’interno dell’intero ciclo di vita del prodotto. La Sostenibilità va quindi intesa secondo un approccio ampio che parte dalle singole aziende agricole, condizionando comprensori più ampi e le aree circostanti». In questo il contesto il MATTM, con il contributo scientifico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha avviato nel 2011 il Programma nazionale VIVA che mira a migliorare le prestazioni di sostenibilità della filiera vitivinicola attraverso l’analisi di quattro indicatori (aria, acqua, vigneto e territorio) L’obiettivo, nel frattempo passato al Gruppo di lavoro Sostenibilità Vino (GLSV), è quello di ottenere nel prossimo futuro uno standard di gestione sostenibile del settore vitivinicolo misurabile e accreditato, che sia gestito nell’ ambito dei sistemi di qualità e che sia un riferimento univoco per le produzioni italiane, nonché un biglietto da visita per le produzioni made in Italy sui mercati internazionali”. Enrico Garlaschelli della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale ha detto che «si evidenzia la natura squisitamente politica e non tecnica del problema, che investe il problema antropologico dell'Homo oeconomicus. Scopo dell'intervento è di rivelarne la segreta natura, strettamente connessa alla dimensione etica e religiosa, per offrire al problema delle risorse una soluzione non autoreferenziale e dunque riduttiva».

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