Biblioteca, marmi colorati e medagliere: ecco i tesori della famiglia Farnese

Confermata a Palazzo Farnese, alla prestigiosa Sala VII della Galleria, alle 17 di martedì 20 novembre, la presentazione del secondo tomo del volume "I tesori dei Farnese a Parma, Piacenza, Caprarola, Roma", di Mariano Andreoni

Palazzo Farnese

Confermata a Palazzo Farnese, alla prestigiosa Sala VII della Galleria, alle 17 di martedì 20 novembre, la presentazione del secondo tomo del volume "I tesori dei Farnese a Parma, Piacenza, Caprarola, Roma", di Mariano Andreoni (pagg. 356, Tip.Le.Co. 2018, formato cm 24 x 28). 
Dopo il primo volume presentato alla Cappella ducale di Palazzo Farnese, questo secondo saggio, corredato di circa 400 immagini, conclude l’excursus nella storia e nelle collezioni d’arte dei Farnese da Ranuccio il Vecchio (1390-1450) a Elisabetta Farnese (1692-1766) illustrando i "Tesori” della illustre famiglia: le maioliche, la glittica, la biblioteca, i marmi colorati, il medagliere. 

Di quest’ultima sezione il prof. Mariano Andreoni, ha gentilmente aderito al nostro invito di compendiare alcuni paragrafi che hanno affinità con quanto abbiamo pubblicato nei precedenti articoli dedicati alle Vestigia Farnesiane. 

La spinta iniziale per la formazione delle collezioni d’opere d’arte e preziose venne da Paolo III Farnese fin da quando era cardinale, ma tutti i suoi discendenti continuarono a seguire il suo esempio; tutta la sua famiglia difatti si caratterizzò per la notevole continuità espressa nel largo impiego di ricchezza per il collezionismo di opere d’arte di ogni genere, anche se con un ritmo diverso: un ritmo più contenuto ai tempi dei duchi di Parma e Piacenza rispetto ai tempi dei cardinali Farnese di Roma a causa di disponibilità di mezzi più ridotta e un diverso spessore culturale.
Tutti i membri di Casa Farnese avevano capito che il prestigio e il potere potevano essere mantenuti con le armi della diplomazia dinastica ma soprattutto con le armi della cultura. Financo Pier Luigi Farnese, primo duca di Piacenza e Parma, uno che abbracciò da molto giovane la carriera militare, distinguendosi per brutalità e crudeltà, persino lui ha contribuito sicuramente all’arricchimento delle collezioni d’arte, difatti da un documento, conservato all’Archivio di Stato di Napoli, risulta che ha commissionato a Francesco Salviati tra il 1537 e il 1538 cartoni per una serie di arazzi rappresentanti le Gesta di Alessandro Magno che dovevano essere eseguiti nei Paesi Bassi, molto probabilmente da Giovanni van Aelst, definito in una lettera “persona amorevole della casa Farnese”.
Purtroppo di questa serie di arazzi non vi è traccia già nei primi inventari della famiglia, per cui si può supporre che non siano state realizzate completamente o che siano state saccheggiate o rubate nel trambusto seguito all’uccisione di Pier Luigi nella Cittadella di Piacenza da congiurati piacentini esponenti della nobiltà locale, appoggiati da Ferrante Gonzaga, governatore di Milano.

Per commemorare avvenimenti importanti i Farnese, a cominciare da Paolo III, produssero medaglie in metalli nobili. Solitamente in bronzo, la medaglia veniva prodotta per essere diffusa, donata a personalità pubbliche come comunicazione estetica e come affermazione politica-culturale. Essa è pensata dal committente, ideata da un dotto (come Annibal Caro e Fulvio Orsini), disegnata a volte da un artista e coniata da un incisore. La medaglia solitamente riporta il ritratto con le attribuzioni pubbliche e un’ impresa o un emblema. Dunque una finalità diversa dalla moneta che era destinata a una circolazione più estesa, più duratura e legata a motivi finanziari.
     
Con Pier Luigi Farnese si è arricchito anche il medagliere farnesiano. Le due medaglie in bronzo con Pier Luigi Farnese sono opera di Gian Federico Bonzagna (Parma 1508-1588?), che proveniva da una nota famiglia di orafi e zecchieri parmigiani e quando incise le medaglie aspirava a diventare conduttore della nuova Zecca che il duca intendeva impiantare nel proprio nuovo Stato. 

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Al rovescio della medaglia, dove si abbeverano il torello, simbolo di Parma, e la lupa, simbolo di Piacenza. E’ evidente il significato della protezione accordata dal nuovo duca alle due città padane. L’unicorno acquisterebbe qui il significato del principe benefico che prepara lo Stato felice ai suoi sudditi (toro e lupa), allontanandone per sempre il male (i serpenti).

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Al rovescio di una seconda medaglia dello stesso incisore c’è la raffigurazione di una cittadella fortificata che alludeva al castello di Piacenza. Si vedono bene la forma pentagonale della Cittadella, i cinque possenti bastioni e l’ampio profondo fossato, alimentato dalle acque del rio Beverora. Ma quello che maggiormente è messo in evidenza è la presenza della chiesa e degli edifici dell’antico monastero di San Benedetto, appartenente ai Canonici Regolari Lateranensi, che furono sloggiati – dietro indennizzo – dal duca quando si decise la costruzione della fortezza. Nella medaglia si distinguono le tre navate, i pilastri ai lati dell’ingresso centrale a formare una specie di arcone, l’ampio transetto e l’alto tribuzio che ricorda quello di Santa Maria di Campagna. Per tutti questi particolari la realizzazione della medaglia può essere fissata nella primavera del 1547 e può rappresentare la testimonianza visiva del progetto della Cittadella fortificata di Piacenza fortemente voluta da Pier Luigi Farnese e forse la commemorazione dell’inizio dei lavori del nuovo castello.

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La medaglia col Busto di Alessandro Farnese, bronzo, anno 1596 è opera di Alessandro Pindemonte; quella di Ranuccio I Farnese, 1625 è di Francesco Mochi, 1625, sempre in bronzo, commemora l’allocazione dei monumenti equestri nella piazza principale di Pacenza, che verrà chiamata “Piazza Cavalli”.

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Le tre immagini che seguono “Effige ed impresa” simboli del Ducato, di Pier Luigi Farnese, Alessandro Farnese, Ranuccio I Farnese, sono tratte da “I Cesari in metallo mezzano e piccolo”, libro a stampa curato dal gesuita, Pietro Piovene, Piacenza 1724.

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