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La celebrazione

Il 25 aprile di Piacenza: «La Resistenza continua oggi, non finisce mai»

Celebrata in piazza Cavalli la Festa della Liberazione. Garavaglia (presidente partigiani cattolici): «La verità storica ci rende liberi». In piazza i partigiani Cravedi, Fumi e Magnaschi. Anche Foti (Fdi) al corteo

Un 25 aprile partecipato, quello di Piacenza. Prima al corteo partito da barriera Genova, poi in piazza Cavalli, diverse centinaia di persone hanno celebrato e condiviso la Festa della Liberazione contro il regime nazi-fascista.

Festa della Liberazione, 25 aprile 2023 - Del Papa/IlPiacenza

C’erano anche tre partigiani: Renato Cravedi (nato nel 1926), Pino Fumi (1925) e Ugo Magnaschi (1927). C’era, almeno al corteo e alla deposizione dei fiori al monumento ai caduti del Dolmen, Tommaso Foti, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia. Non aveva mai partecipato al 25 Aprile: presenza significativa alla luce delle settimane di polemiche nazionali sul significato che alcuni esponenti del Governo hanno dato alla Resistenza e ad alcuni momenti storici di quel periodo.  

È stato anche il primo 25 aprile da sindaco per Katia Tarasconi. «“Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale – ha esordito - stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza”. Sentivo di non poterlo iniziare in altro modo, il mio primo intervento da sindaco, con la citazione di Sandro Pertini. E con l’omaggio alla Costituzione italiana, democratica e antifascista, cardine e fondamento della nostra Repubblica. “Spetta ancora a noi – ammonì infatti Pertini – fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso, la Resistenza continua”. Sì, la Resistenza continua. Ed è nella nostra presenza in questa piazza, nei fiori con cui tanti concittadini hanno risposto all’appello della sezione Anpi intitolata a Medina Barbattini e adornato le vie che portano, tra gli altri, il nome di Luigi Rigolli e Renato Gatti, di don Giuseppe Beotti e di Emilio Canzi, di Maria Macellari e di Angelo Chiozza, di Luigia Repetti e di Giuseppe Berti, di Luigi Marzioli e di Lino Vescovi, di Gaetano Lupi e di Giannino Bosi, di Antonino Di Giovanni e di Francesco Daveri, cui pochi giorni fa la nostra comunità ha reso un commosso tributo scoprendo, al civico 83 di via Garibaldi, la pietra d’inciampo a lui dedicata. La Resistenza è incisa nella Medaglia d’oro al Valor Militare che a Piacenza venne conferita per il sacrificio di tanti suoi figli nel complesso e doloroso cammino verso la Liberazione. È nella necessità e nell’urgenza di non restare inerti di fronte a inaccettabili revisionismi, nel ribadire che il 25 aprile è la festa di un’intera Nazione, oggi unita nell’onorare la memoria delle donne e degli uomini che, ribellandosi alla violenza e alle aberrazioni del nazifascismo, hanno dato la loro vita per la libertà del Paese. Per la nostra libertà. Chiunque riconosca il significato di questo dono immenso sa che in esso affondano le proprie radici la nostra Costituzione e il nostro ordinamento democratico. Lo riaffermiamo oggi, con il pensiero rivolto non solo agli insegnamenti della storia, ma alla drammatica attualità che purtroppo assumono, in un tempo così profondamente segnato da conflitti e bellicismo».

«Fu per la democrazia e per il sogno di un Paese nuovo, che decine di migliaia di persone di diversa estrazione sociale e convinzioni politiche, civili e militari, lottarono insieme. Fu per un cambiamento epocale, che il 2 giugno 1946 avrebbe condotto al voto per la Repubblica, che diedero la vita gli oltre 40 mila partigiani e soldati uccisi in battaglia – o perché finiti nelle mani del nemico – dopo l’8 settembre ’43, mentre oltre 21mila, mutilati o invalidi, avrebbero portato per sempre sul proprio corpo i segni di quell’altissimo sacrificio. Più di 20 mila persone – nell’innocenza dei bambini, nella disarmante vulnerabilità degli anziani – furono vittima, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema, di rappresaglie ed eccidi nazifascisti nei borghi di montagna e nelle pianure, oltre 10 mila gli italiani di fede ebraica deportati nei lager, da cui non avrebbero più fatto ritorno 50 mila internati militari tra i 650 mila che, fermi nel rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale, andarono consapevolmente incontro alla prigionia nei campi di sterminio e al lavoro coatto, tra indicibili stenti e sopraffazioni. “E’ stato un grande movimento unitario”, ha raccontato Gastone Malaguti, classe 1926, nome di battaglia “Il Biondino” quando militava nella Settima GAP di Bologna: “Non c’erano solo comunisti o socialisti, c’erano gli indipendenti, le formazioni cattoliche… e poi ricordo una frase del mio comandante: guarda che noi se non avessimo avuto almeno trenta persone, per ogni combattente, non avremmo potuto vincere”. Quel comandante era Arrigo Boldrini, padre costituente, a lungo presidente nazionale Anpi».

«E quelle trenta persone idealmente al fianco di ogni combattente, anima della Resistenza civile, furono le famiglie esposte al rischio di brutali vendette pur di garantire un rifugio, un pasto, un nascondiglio; furono i sacerdoti che, come don Giuseppe Borea, non esitarono a scavare a mani nude nella neve per restituire dignità ai corpi straziati dei partigiani, martiri a loro volta sotto i colpi dei mitra tedeschi; furono gli operai pronti a scioperare nelle fabbriche, i funzionari pubblici che non si piegarono alla complicità della delazione; furono i medici e gli infermieri – donne e uomini, laici e religiosi – che organizzarono posti di soccorso clandestini, proteggendo ebrei e prigionieri di guerra nei reparti d’ospedale o favorendone, da lì, la fuga. Furono le mogli e le figlie, le compagne e le madri, le sorelle e le amiche: coraggiose staffette, informatrici, dal ruolo fondamentale nella diffusione della stampa clandestina, nella distribuzione di viveri e indumenti, nella produzione di documenti falsi, ma anche in prima linea, imbracciando le armi».

«Come Marisa Sacco, l’unica donna nella III Divisione Giustizia e Libertà, che per decenni ha continuato a sognare di ritrovarsi nel bosco e smuovere le foglie d’autunno senza voler più vedere i morti, come in quella notte del 4 novembre 1944 in cui il suo giovane amore cadde vittima di un agguato e lei, all’improvviso, si trovò “dalla parte sbagliata, quella dei vivi”. O la maestra Luisa Calzetta, nome di battaglia “Tigrona”, tra i Caduti del Passo dei Guselli, alla cui memoria è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare come “indomita partigiana”, sopraffatta e circondata dai nemici “nel nobile tentativo di portare al sicuro un componente della propria formazione, che era rimasto ferito”. E appartengono a un’altra voce femminile, le riflessioni che infine – prima di ascoltare l’orazione della professoressa Maria Pia Garavaglia, presidente dell’associazione nazionale Partigiani Cristiani, che ringrazio a nome di tutta la comunità piacentina di essere qui – vorrei condividere con voi. E’ la voce di Tina Anselmi, partigiana, madre costituente, prima donna a ricoprire la carica di ministro in Italia: “La nostra storia ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni… attraverso la responsabilità di tutto un popolo”. Sentiamola più che mai nostra, oggi, questa responsabilità, mentre insieme diciamo: Viva l’Italia libera e democratica, viva la Resistenza di cui è il frutto e il 25 aprile il simbolo più luminoso».

Prima volta sul palco anche per la presidente della Provincia, Monica Patelli. «Siamo qui per ricordare il passato - ha detto la presidente e sindaco di Borgonovo - senza tacere sul presente. La libertà è una riconquista rinnovata. Grazie agli sforzi della Resistenza possiamo parlare di democrazia e pace in questa piazza. Il giorno della Liberazione deve far riflettere sull’uscita del popolo italiano dalla dittatura. Bisogna trasmettere ai giovani quanto accaduto. Ricordare uomini e donne che pagarono con la vita la difesa della libertà del popolo italiano». Patelli ha voluto anche richiamare l’estrema attualità. «Oggi quelle libertà e quei diritti calpestati li vediamo nell’aggressione della Russia all’Ucraina, ma spirano venti minacciosi in altre parti del mondo. Ci è richiesto un sforzo congiunto per offrire il nostro contributo».

L’ospite del 25 aprile di quest’anno è stata Mariapia Garavaglia, presidente dell’associazione partigiani cristiani d’Italia. «Vi vedo numerosi e appassionati in questa piazza – ha esordito Garavaglia -, grazie dell’invito. Appartengo alla generazione di coloro che hanno goduto del sacrificio di chi 80 anni fa ha scelto da che parte stare. Il 25 aprile era stato tutto sommato facile rispondere alla chiamata di insurrezione. Ma nel ‘43 pochi italiani scelsero di impegnarsi di fronte all’occupazione tedesca in italiana. Era un periodo nero, ma i “partigiani-patrioti” hanno creduto che valesse la pena sacrificarsi». Garavaglia ha detto di aver letto in questi giorni le pubblicazioni piacentine su alcuni protagonisti e martiri della Resistenza, come Francesco Daveri e don Giuseppe Borea: «Ringrazio inoltre i tre partigiani presenti in questa piazza».

«La verità storica – ha proseguito Garavaglia - ci rende liberi. Non abbiamo velo nel ricordare altre stragi. Ma gli italiani hanno avuto un solo regime, quello fascista. Siamo contenti che ci sia l’alternanza politica con il voto, è l'arma a difesa della democrazia. Questa piazza è però idealmente e moralmente con il presidente Mattarella, nel suo pellegrinaggio laico nel luogo dove le stragi sono stati più pesanti. Mattarella è là anche per chi non vuole ricordare il 25 aprile». Il 25 aprile, perciò va difeso e celebrato. «Fu De Gasperi a decidere che sarebbe stata la festa della Liberazione. È la nostra festa. Facciamo in modo che i ragazzi la condividano. Si può appoggiare una idea politica ma non si può non riconoscere la storia. Così come non si possono affidare ad altri alcune parole come “patria”, “nazione”, “popolo”, che sono nella Costituzione. La Resistenza non finisce mai. Non è uno slogan, ma un impegno. C'è da combattere tutti insieme. Anche perché manca ancora tanta giustizia sociale in questo Paese. Ad esempio per le donne».

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