A Palazzo Galli l'"Eredità" di Illica fra commozione ed applausi

Francesca Chiapponi che nell’edizione del ‘64 interpretava la parte di Piccinina e in quella dell’81 della protagonista, ora è regista di questo riallestimento, in cui nel ruolo di Bianca la sostituisce la figlia Lavinia

Un momento dell'evento

Ancora una volta, non c’è due senza tre. Dopo le due messinscene dell’”Eredità ‘d Felìs” a Piacenza del 1964 e del 1981, ecco ora la terza. Tre volte in mezzo secolo. Non solo un omaggio all’autore Luigi Illica nel centenario della morte e al traduttore Enrico Sperzagni nel centodecimo anniversario della nascita, ma pure un omaggio della Banca di Piacenza agli spettatori piacentini a Palazzo Galli sulla scena dell’affollatissimo e splendente Salone dei depositanti. Proprio nel mese – novembre – delle uniche due e ormai remote rappresentazioni dell’”Eredità” di Illica. L’autunno s’intona con l’autunnale malinconia di quest’opera.

Lo spettacolo – in un tempo unico - ha avuto con Robert Gionelli una illuminante premessa rigorosamente storica – fitta di dati, date e titoli – su Illica e il suo traduttore. Quindi il presidente Corrado Sforza Fogliani, soffermandosi in particolare su Sperzagni poeta dialettale, ci ha fatto navigare in tempi passati e in acque che ora non si vedono più scorrere perché coperte, quelle dei rivi il Piccinino e il San Cristoforo, due fra i tanti che solcavano la vecchia città e che in viale Beverora diventavano il Duré, cioè Due Rivi, il canale dell’infanzia del poeta, che gli ha ispirato il libro più bello, “La rassa del Duré”, la generazione dei ragazzi che andavano a giocare sulle sue rive fra le robinie. Così il poeta diventa testimone del tempo, e Sforza Fogliani risuscitatore di quelle memorie e di quei tempi.

E a proposito dei tempi. Francesca Chiapponi che nell’edizione del ‘64 interpretava la parte di Piccinina e in quella dell’81 della protagonista, ora è regista di questo riallestimento, in cui nel ruolo di Bianca la sostituisce la figlia Lavinia.

Quando Lavinia Curtoni giungendo nel mezzo del Salone sale sulla pedana per iniziare la sua triste storia, Bianca di nome e di biancovestita, ha un momento, alcuni istanti in cui di lei sembra vedersi solamente il volto. E nel volto disegna un’espressione, un sentimento, un qualcosa che è come un big-bang da cui si sprigionerà tutto il suo futuro, che la trasformerà dalla sartina col puntaspilli sul petto alla ragazza di vita con le labbra pitturate.

Dal testo di Illica la Chiapponi seleziona con sapienza registica e centellina con sofisticato gusto teatrale i momenti nevralgici dell’amara parabola della sartina nata milanese ma naturalizzata piacentina, esaltandone il patos, l’emotività, la conflittualità, ma anche il bagliore nero che brilla sulle punte ironicamente acuminate di molte battute.

Va detta una cosa: non è stata una semplice lettura al leggio, è stato qualcosa di più e di meglio. Non la fissità del quadro, ma la mobilità, la vivacità e l’andirivieni del palcoscenico. E con costumi non raccapezzati a caso, ma legati all’epoca della storia ottocentesca.

Davvero una scelta schiera di volti e voci: dalla Curtoni a Gianni Sartori nei panni del traballante e straparlante vecchio del titolo, da Pietro Rebecchi a Nando Rabaglia, da Matteo Cornia a Lorenza Bardini, a Lucia Fortunati e Stefano Forlini. Volti e voci, scrivevo nella nota che accompagnava il programma di sala. Ma più che volti e voci sono personaggi, ciascuno con la propria penosa o dolorosa o malvagia umanità.

Pochi, ma buoni, recitando con slancio e passione. Con convinzione e anche con commozione. E anche con piacere. Perché il teatro è questo: visione e piacere. Il sottile piacere di vedere e ascoltare.

Tra un lupo e una volpe, tra lo scioperato sciagurato ruffianesco fratello Poldu e lo spasimante Ferri nel mantello nero da infido Don Giovanni, con Pietro Rebecchi e Nando Rabaglia memorabili nelle loro ingrate parti, fra l’uno e l’altro l’indifesa Bianca biancheggia su tutti, da eroina romantica, vittima sacrificale del destino che colpisce di preferenza i giovani e i fragili, quasi per punirli del loro giovanile entusiasmo per la vita.

 La vicenda è marcata, oltre che dalle avvolgenti musiche di Luciano Del Giudice (che avevo definito il Nino Rota piacentino), dai vaneggiamenti dell’infelicissimo Felìs in preda alla sua follia. Quando poi non udiamo più i suoi gemiti, è segno non solo che è morto, ma anche che la commedia precipita nel dramma.

A questo punto l’ex sartina rifiuta l’offerta d’amore che il patetico maldestro ma sincero Bartinu, ossia Matteo Cornia, le lancia come un salvagente. Ma il cuore è il cuore, e l’amore per il padre perduto, per la casa votata alla rovina, e forse anche per la nostalgia di quella ragazza che era, la porta – in una delle immagini più toccanti dello spettacolo – a inginocchiarsi accanto alla poltrona vuota del povero Felìs, rimasta quasi dimenticata in un angolo della scena.

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Ma alla fine la tristezza della vicenda si trasforma in applausi ai festeggiatissimi attori, regista e altri artefici del successo della serata.

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