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A Palazzo Rota Pisaroni ricordata la Grande Guerra Bianca

Carneficina dove furono mandati a morire tanti giovani con ai piedi un paio di sci

Dodici aprile 1916: gli Alpini sfondano il confine austroungarico al passo della Lobbia Alta (3050 metri) e si aprono la strada verso il Carè Alto. La “Guerra Bianca”, porzione d’alta quota della Grande Guerra, entra nel vivo: è la prima, grande battaglia in Adamello.

Hanno ripercorso quei tragici eventi con racconti, suggestioni, suoni e immagini, i dirigenti della Società Alpinisti Tridentini della Valrendena Piergiorgio Motter e Marco Gramola, nel Salone di Palazzo Rota Pisaroni della Fondazione di Piacenza e Vigevano, invitati da Stefano Pareti che ha introdotto la serata e da Umberto Fava che sull’”Annuario 2018” della SAT Carè Alto ha appena pubblicato “un commovente racconto” poi ripreso nei suoi vitali passaggi  in un nostro articolo: http://www.ilpiacenza.it/cultura/un-richiamo-controcorrente-alla-grande-guerra-il-fuggiasco-di-umberto-fava.html

Gli scenari raccontati durante la conversazione dei due alpinisti tridentini sono quelli della prima Guerra Mondiale nelle nevi dei ghiacciai di Carè Alto e del Corno di Cavento, montagne nelle Alpi Retiche meridionali le cui vette superano quota 3.400 metri, situate nel gruppo dell'Adamello tra Valrendena e Val di Fumo, in Trentino. Qui la guerra-carneficina di oltre cento anni fa ha mandato a morire migliaia di giovani con un paio di sci ai piedi. Qui si moriva da una parte e dall’altra più che per le schioppettate nemiche, per le valanghe e le polmoniti.  

Tanti reperti della “Guerra Bianca” sono stati svelati negli ultimi decenni – come ha raccontato Marco Gramola del comitato storico della SAT - dal ritiro dei ghiacciai e opportunamente protetti e conservati sul posto anche con cappelle, crocifissi e fili spinati, che svelano e commemorano il valore di tante vite spezzate. Nella Valrendena, all’interno delle vecchie scuole elementari di Spiazzo, è allestito il museo della Guerra Bianca che ha tra i suoi scopi quello di conservare, studiare e valorizzare le testimonianze materiali, bibliografiche, archivistiche e fotografiche relative al fronte dell'Adamello-Carè Alto.

Poco distante in Val di Borzago, si trova la cappella della Madonna del Rosario che conserva il mosaico dedicato alle donne militarizzate durante la guerra, voluto da Dante Ongari: le donne che portavano su per i monti le assi e quant’altro serviva alla costruzione delle baracche dei soldati. Sempre in Val Borzago, in località Coel, si trovano i resti della stazione di partenza di una teleferica austro-ungarica.

A concludere l’interessante documentato incontro piacentino, la proiezione del video-film “Carè Alto – Cavento 1915-1918... per non dimenticare”, immagini di Giorgio Salomon, testi di Franco Filippini e Marco Gramola, montaggio di Diego Busacca. Il film, corredato da immagini originali d’epoca e nuove riprese di baraccamenti austroungarici sulla cima del Carè Alto, ricorda anche la figura del tenente Felix Hecht von Eleda, comandante del presidio austroungarico del Corno di Cavento, perito all’età di 23 anni a difesa di quella cima attaccata e in seguito conquistata dagli Alpini, che l’ufficiale viennese chiamava “le tigri bianche”. Nel film si ode anche la testimonianza di Adolfo Giovannini, ultimo soldato dell’imperatore che, all’età di 104 anni, ricorda i suoi trascorsi sui ghiacciai dell’Adamello. Il tutto per non dimenticare.

Subito in apertura, l’attore Pino Spiaggi ha recitato una pagina del racconto di Umberto Fava pubblicato nel 2013 e dedicato alla comune epopea dei vincitori e dei vinti, e in particolare alla sorte toccata a Felix Hecht sulla punta del Corno di Cavento: una scheggia di questa storia era già brillata nello spettacolo applaudito  nel 2016 al President e diretto da Fausto Frontini (anche lui fra l’attento pubblico della Fondazione). Dopo l’introduzione di Stefano Pareti, la benemerita e storica attività della SAT Carè Alto è stata illustrata da Piergiorgio Motter, già presidente centrale della Società Alpinisti Tridentini ed editore fra l’altro del diario di Felix Hecht.

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