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(repertorio)

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«A Piacenza è mancata un’immagine come quella dei camion che lasciano Bergamo carichi di bare»

“Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l’Italia” di Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini punta il dito contro la sottovalutazione di quanto successo nel nostro territorio: «Ci sono voluti due mesi prima che l’Italia si accorgesse del "caso piacentino"»

Uno scarto di percezione, l’assenza di un’immagine tragica - come quella dei camion dell’esercito che lasciavano Bergamo carichi di bare - in grado di raccontare quello che stava accadendo a Piacenza, “città dimenticata” all’inizio della prima ondata della pandemia. È quanto emerge dall'ampio stralcio del capitolo “Codogno, l’incidente della storia” tratto da “Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l’Italia”, pubblicato il 25 febbraio, su "IlGiornale.it".

Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini sono gli autori del volume uscito lo scorso anno (casa editrice Historica, 2020) e dell’articolo “Virus, quella strage tenuta nascosta per colpire solo la Lombardia”. Nel capitolo è raccolta anche la testimonianza del sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, del professor Luigi Cavanna, direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’Asl di Piacenza e di un’infermiera. Il testo, scrivono gli autori, si propone come “un viaggio a ritroso che svela al lettore tutti gli errori commessi nella lotta al Covid-19”, in cui viene sottolineata la differenza narrativa e di attenzione mediatica tra Piacenza e i luoghi più colpiti della Lombardia. 

In città si vocifera che, per meritare la giusta attenzione, a Piacenza sia mancata un’immagine come quella dei camion dell’esercito che lasciano Bergamo carichi di bare. Non è il desiderio di fare una gara a chi ha sofferto di più, ci mancherebbe. È solo una constatazione. «Quello che ha passato Piacenza in termini di onda d’urto, non so se altre realtà lo hanno vissuto», sussurrano i medici. «Ma di noi si è parlato troppo poco». Forse ci siamo fissati a tal punto su Alzano Lombardo, Nembro e i paesi della Val Seriana che ci siamo dimenticati qualcosa. O qualcuno. «L’impressione che ho avuto è che per molto tempo Piacenza non venisse neppure menzionata. Nemmeno l’opinione pubblica aveva la percezione di quello che stava succedendo da noi». Patrizia Barbieri, sindaco della città emiliana, il contagio l’ha vissuto sulla sua pelle. […] «Un giorno ci siamo svegliati con la notizia che a Codogno era stato trovato il primo caso positivo e in poche ore siamo precipitati a combattere un nemico a mani nude. Molti ritenevano che il virus fosse poco più di una semplice influenza e che bisognava stare calmi, ma noi abbiamo capito subito che non si poteva affatto stare tranquilli». […].

Come ad Alzano Lombardo, nemmeno l’ospedale di Piacenza verrà mai chiuso. Come giusto che sia. Il racconto lo fa un’infermiera, che chiede di rimanere anonima: «Fino a lunedì 24 febbraio non era stato realizzato alcun triage sicché al Pronto soccorso affluivano indistintamente persone che denunciavano febbre e tosse sia altri con differenti tipi di disturbi». I pm avviano quasi subito accertamenti per far luce sull’epidemia, in particolare sulla carenza di dispositivi di protezione individuale per i sanitari. È la prima procura a muoversi, ma non fa scalpore come in Lombardia. [...]. Ci vorranno due mesi prima che l’Italia si accorga del «caso piacentino». Succede quando media e scienziati iniziano ad osservare la curva dei contagi valutando non solo i numeri assoluti, ma anche l’incidenza che il virus ha sulla popolazione residente. A fine aprile il Piacentino conta oltre 3500 positivi e più di 800 decessi certificati Covid-19. Sembrano numeri distanti da Bergamo, che nelle stesse ore piange quasi 3mila morti e 11mila infetti. Ma se si osserva l’entità dell’epidemia in rapporto al numero di abitanti, allora il quadro cambia. Qui abitano solo 287mila persone, nella Bergamasca oltre 1,1 milioni. In tutte le statistiche Piacenza supera i territori di Alzano e Nembro per morti e contagi. […].  Solo a fine aprile uno studio dell’Università Vita–Salute del San Raffaele di Milano dà forma alle lacrime versate dai cittadini e riconsegna un po’ di attenzione alla città dimenticata. Analizzando i dati della Protezione civile su Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Val D’Aosta, gli analisti scoprono che in cima alla funerea classifica del tasso di mortalità cumulativa c’è proprio Piacenza con 258,5 vittime ogni 100mila abitanti.

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