Accoglienza profughi, «Scenario preoccupante per il futuro»

L'intervento di "Restiamo Umani" in vista della scadenza della proroga della prefettura di Piacenza per la presentazione di domande di accoglienza dei richiedenti asilo sul territorio piacentino

Lino Anelli

Dall’ultimo bando della Prefettura andato deserto, e dopo il ritiro dal sistema di accoglienza di almeno 4 cooperative, ora la prefettura propone (tramite trattativa privata con i singoli gestori dei CAS - centri di accoglienza straordinaria) di aderire ad una proroga di qualche mese per evitare che la non riuscita del bando crei problemi non secondari nella gestione dei circa 700 profughi presenti in provincia.  Il rischio (come sta già avvenendo in altre parti d'Italia) a causa delle condizioni imposte dal decreto sicurezza su cui poggiano i bandi delle Prefetture, è che la rete di accoglienza vada in tilt con conseguente aumento della clandestinità. L'adesione alla proposta di proroga promossa dalla Prefettura di Piacenza scade il prossimo 30 giugno, e non è detto che tutti gli attuali gestori vi aderiscano, a meno che le condizioni della proposta  di proroga non cambino garantendo un livello di rimborsi per ospite in grado di garantire adeguati standard di assistenza sanitaria, scolastica ecc. «Vogliamo richiamare l'attenzione – spiega Lino Anelli per il gruppo “Restiamo Umani” di Piacenza - su una scadenza, quella del 30 giugno (per lo più ignorata da molti), che apre scenari preoccupanti che potrebbero ridisegnare il sistema di accoglienza nella nostra provincia, sia costringendo al ritiro quelle cooperative e quelle onlus che sull'accoglienza diffusa e sui processi di integrazione hanno costruito pratiche positive, sia concentrando i profughi in poche cooperative che, a causa delle peggiorate condizioni proposte dalla Prefettura, dovranno limitarsi a garantire solo vitto ed alloggio, azzerando quelle pratiche positive che pure abbiamo visto crescere in provincia».

LA NOTA DI “RESTIAMO UMANI”

«Come dimostra la vicenda della Sea Watch il decreto sicurezza-bis svela tutta la sua ipocrisia. Dell’accoglienza e dell’applicazione del diritto internazionale fa una questione di ordine pubblico, in violazione dei diritti umani, della legge del mare e del diritto internazionale. Il problema delle migrazioni è ben più ampio, e si può risolvere solo a livello internazionale e non mettendo in concorrenza tra loro chi scappa dalle guerre e dalla povertà con chi vive le conseguenze della crisi qui in Italia. Ma il decreto sicurezza ha effetti destabilizzanti anche a livello locale. Oltre ad aver abolito il permesso di soggiorno umanitario, il decreto mira a smantellare la rete di accoglienza che, solo a Piacenza e provincia, vede oggi la presenza di circa 700 profughi Nessuno qui vuole difendere tout-court il sistema di accoglienza basato sui centri di accoglienza straordinaria (CAS), istituiti nel 2015 come risposta straordinaria a fronte della crisi del sistema SPRAR che prometteva una accoglienza diffusa (piccoli numeri, equamente distribuiti in rapporto alla popolazione residente), direttamente sotto il controllo degli enti locali. La prima conseguenza del decreto sicurezza è stata la convocazione da parte della Prefettura dei nuovi bandi per l’assegnazione dei centri di accoglienza, imponendo rimborsi ridotti per ospite (19 euro invece dei 35 precedenti), vale a dire una riduzione degli standard di assistenza e la riduzione dell’accoglienza a semplice detenzione, a dormitorio. Il primo bando della prefettura (circa due mesi fa) è andato praticamente deserto, tanto che ora si è deciso di proporre ai CAS, sempre però a condizioni peggiorative, una proroga di qualche mese. I tempi scadranno questo 30 giugno, e non sappiamo quanti CAS accetteranno di aderire alla proposta di proroga.

Cosa dimostra questa situazione?

In primo luogo il carattere del decreto sicurezza (per altro già dichiarato incostituzionale in alcune delle sue parti) che cerca di imporre un sistema di accoglienza ridotto a semplice dormitorio, da affidare a cooperative in grado di gestire grandi numeri (più soldi, meno integrazione). Inoltre il carattere propagandistico di questo decreto, che invece di affrontare seriamente i problemi dell’accoglienza e dell’integrazione, riduce tutto a problema di ordine pubblico, affidandone la gestione a cooperative disponibili a ridurre a ciò il loro intervento.

Che fare?

È ormai sempre più evidente la confusione ed i disastri che stanno producendo sia la legge di sicurezza del 2018 che il recente decreto sicurezza bis.

1. Bisogna chiedere la riapertura delle condizioni del bando della prefettura, per dare nel breve periodo una risposta all’accoglienza dei profughi già assegnati alla provincia, a garanzia di standard adeguati di accoglienza, assistenza sanitaria e scolastica, e progetti di integrazione.

2. In prospettiva, è tutto il sistema di accoglienza che va ripensato. L’istituzione dei CAS ha rappresentato nelle intenzioni del legislatore una soluzione straordinaria in risposta alla bassa adesione degli enti locali al sistema SPRAR, ed è da qui che bisogna ripartire, dal rilancio del sistema SPRAR. Gli enti locali hanno fino ad oggi eluso le loro responsabilità (per altro coperte da finanziamenti statali) in nome della ricerca di un consenso elettorale. Invece sarebbe proprio il sistema SPRAR, basato su un maggior coinvolgimento degli enti locali, su una distribuzione dei profughi in rapporto alla popolazione residente, e con percorsi di integrazione col territorio molto più efficaci».

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