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La serata / Coli

Alban Heruin: il solstizio d’estate nella cultura celtica

L’Appennino Trekking di Coli e la Pietra Verde hanno ripreso nella scorsa serata il sabbath celtico di Alban Heruin che cade il 21 giugno e festeggia il giorno più lungo dell'anno

Ad Alban Heruin (letteralmente “la luce della spiaggia") conosciuto anche come Litha, il sole raggiunge il suo zenith e in questa giornata si conclude il semestre luminoso dell’anno. I rituali avvengono tradizionalmente all'aperto o nei boschi con giochi, cibo, bevande e un grande falò; i campi sono colmi di grano, la vegetazione è fitta e lussureggiante, per questo Alban Heruin è la festa della fruttificazione, della maturazione dei frutti e della prosperità. Per i Druidi è il giorno ideale per la raccolta delle erbe, per le divinazioni e per i piccoli e grandi riti protettivi legati all’elemento fuoco; anche durante questa notte altissimi fuochi salutano ed onorano la potenza degli Dei. Un concetto importante per comprendere la cultura celtica è la ciclicità del tempo: le ore si susseguono per ritornare a quella originaria, le giornate non iniziano all'alba ma vengono contate partendo dalla notte, le stagioni scandiscono i ritmi della vita e della morte e la morte non è la fine ma un nuovo inizio. Nei cicli della natura si trova l'elemento divino, che permea l'intera vita dei Celti. Le feste celtiche sono proprio i momenti in cui, sovrapponendosi, si aprono le porte tra il mondo degli uomini e quello degli Dei e in alcune ricorrenze gli spiriti dei morti possono comunicare con i viventi; ogni festa viene solitamente celebrata per tre giorni (prima, durante e dopo il giorno ufficiale di osservanza) in quanto il 3 era il numero della divinità. Per i Celti le cerimonie includono incontri in luoghi boscosi: gli alberi sono spiriti potenti; nelle cerimonie viene celebrata l'assunzione rituale degli spiriti (Scotch o Whiskey irlandese allungato con acqua) chiamati acqua della vita (uisce beatha), vengono intonati canti e recitati sermoni. Le festività solari sono connaturate allo scorrere delle stagioni: solstizio d'inverno (22 dicembre), equinozio di primavera (21 marzo), solstizio d'estate (21 giugno) e infine equinozio d'autunno (23 settembre). La serata organizzata ai Piani di San Lorenzo sulle pendici del monte Giarolo (val Curone - Al) si è sviluppata in due distinti momenti. Prima del tramonto l’incontro con il Mountain leader Pietro Nigelli che, con la proiezione del video “Notte di lupi e stelle” ha focalizzato l’attenzione sul lupo, animale totemico per eccellenza; più che di dati scientifici si è parlato di emozioni e sensazioni che il lupo suscita in tutti noi facendo riemergere ancestrali ricordi. Una merenda sinoira con prodotti a chilometro zero ha portato i partecipanti verso il secondo appuntamento: una escursione crepuscolare per osservare il calar del sole e, successivamente al chiaror delle stelle, percorrere nei boschi il “cammino di luce” per raggiungere la misterica radura dove era ad attenderli il Druido. Come dei tempi antichi si è cercato di ricreare una atmosfera di meditazione seguendo i rituali celtici: il fuoco simbolo del sole e della sua potenza vivificatrice, il momento di riflessione ascoltando le pacate ma severe parole del Druido, la distribuzione dei doni di Madre Terra (pane e formaggio ovvero i prodotti del mondo vegetale e animale) e l’assunzione della “pozione” accompagnata dalla benedizione celtica. L’iniziativa verrà riproposta in collaborazione con la Pro Loco di Lisore (Cerignale - Pc) il 15 luglio legandola ai festeggiamenti celtici di mezza estate. Per info Pro loco di Lisore, Vanda 3496658629.

Merenda sinoira

Aperitivo, apericena o happy hour: un momento felice e conviviale in cui le persone si ritrovano per consumare un calice di vino accompagnato da stuzzichini. L’usanza dell’oggi ha radici ed origini nell’antica tradizione provinciale e contadina del Piemonte nata all’inizio del 1800; parliamo della merenda sinoira la cui denominazione riassume sinteticamente il concetto: sinoira deriva da sina, ossia cena nel dialetto piemontese e si colloca tra l’orario dello spuntino pomeridiano e quello del pasto serale. Occorre ricordare che la giornata di lavoro agreste iniziava molto presto la mattina; alle prime luci dell’alba s’accudiva il bestiame e, successivamente, fatta una prima colazione ci si recava nei campi; le campane del mezzogiorno scandivano la sosta per un pranzo veloce e leggero. Nei mesi estivi il tardivo tramonto allungava vieppiù la giornata lavorativa fino ad ora tarda posticipando, così, l’orario della cena ed allora le donne arrivavano ad alleviare la fatica con il loro fagotto, la “marenda ant el fassolet”: un fazzolettone contenente non solo il nutrimento, ma anche un modo per rinfrancare dalla fatica ed aggiornare sulle novità di casa. All’interno c’erano per lo più pane, grissini, salumi, tomini al verde, tome e frittate fatte con l’erba di San Pietro o con verdure di stagione, il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso casereccio. In tempi più moderni si è aggiunto il famoso tramezzino farcito con insalata russa o prosciutto e formaggio e altre innumerevoli varianti. Ogni merenda sinoira che si rispetti deve finire con un dolcetto ed ecco i biscotti di melica (“paste d’melia”) a base di farina di mais, perfetti da intingere nel vino. Con l’ascesa al ceto borghese, e il passaggio a condizioni di vita migliori, questo costume si diffuse anche nella classi più ricche, per raggiungere anche quelle cittadine e la merenda sinoira iniziò ad essere proposta la domenica nel tardo pomeriggio nelle case di villeggiatura in campagna soprattutto in estate, all’aperto, sotto i pergolati, quando si ricevevano degli ospiti; negli anni ottanta del Novecento veniva considerato molto chic essere invitati a questi momenti conviviali. Si trattava, anche in questo caso, di un buffet, consumato prevalentemente in piedi, di antipasti freschi sia di origine borghese sia di origine contadina, come la carne e le zucchine in carpione, le acciughe al verde e al rosso, il vitello tonnato, l’insalata russa, la capricciosa. Ed arriviamo all’oggi dove la merenda sinoira si è trasformata nell’apericena il cui successo, soprattutto tra i giovani, è dovuto ai prezzi modici con i quali è possibile consumare una quantità di cibo paragonabile ad una cena; anche in questo caso i piatti proposti vengono serviti a buffet e spesso i consumatori rimangono in piedi con il proprio piatto a chiacchierare. In estate, ovunque sia possibile, questo rito viene consumato all’aperto, ritornando così alla pratica iniziale.

L’albero del mese

La longevità e l’imponenza della quercia, insieme ai suoi tanti doni offerti all’uomo e agli animali, non poteva che ispirare nei Celti grande rispetto, tanto da considerarla la presenza del divino in terra. La quercia è uno degli alberi più maestosi; il legno, pesante e durevole, è fra i più pregiati e viene utilizzato per ogni sorta di lavoro; a crescita lenta può vivere oltre 2mila anni e raggiungere enormi dimensioni. Considerata dai Celti regina della foresta, veniva definita forte e perfetta, grazie ai suoi imponenti rami, e salda per possedere della radici ancor più grandi; era il simbolo della fertilità dei mesi solari, ma soprattutto simboleggiava la salda protezione, la forza primordiale e l'abilità di sopravvivere anche nei periodi più difficili. La quercia nel toccare il cielo con i suoi rami e l'altroregno con le sue radici è l’albero della vita e della morte, riflette il trascorrere ineluttabile della vita, della completezza e dell'eternità rappresentata dal numero tre poiché sulla sua chioma nascono i fiori di entrambi i sessi e portando seme maschile (il padre) e seme femminile (la madre), possiede il dono di procreare un terzo (il figlio). Resistente e protettiva, la quercia è la regina delle piante celtiche, è il luogo dove dimorano gli Dei del cielo; per questo le navi, le porte e gli scudi sono realizzati in legno di quercia. In nessun paese del mondo si può pensare di trovare il culto della quercia così diffuso come nella civiltà celtica dove per i Druidi era analogo al culto della casa e del proprio paese. La quercia spicca nelle spirali della feconda danza della fertilità dei mesi solari e simboleggia la salda protezione e le forza primordiale, nonché l’abilità di sopravvivere; dal solstizio d’inverno fino al 6 gennaio veniva fatto bruciare un ceppo di quercia (simbolo dell’anno passato) che avrebbe dato vita ai giorni luminosi (le scintille) del nuovo anno, mentre la cenere veniva sparsa sui campi per propiziare il raccolto. La quercia ha un reale legame ritmico con il pianeta Marte che rappresenta non solamente il dio della guerra; il Marte celtico aveva soprattutto un ruolo di protezione, di guardiano, ed era frequentemente associato ai culti di guarigione e l'energia creativa maschile. La corteccia delle querce veniva utilizzata dai Celti in medicina come astringente e tonico, per la cura di emorragie, febbri, dissenteria ed anche come antiveleno in caso di morsi di serpi; come fonte di tannino si utilizza per la concia delle pelli: dopo averle ammorbidite in una fossa di calce ed aver rimosso peli e residui di carne, le pelli vengono immerse in bagni di tannino, cioè di cortecce di quercia schiacciate ed acqua; il cuoio risultante viene poi sciacquato e lasciato asciugare. Il suo frutto, la ghianda, è il seme della scienza divina con funzioni magiche come cibo rituale per i Druidi. Le ghiande sono state considerate il primo alimento degli uomini; essiccate, sbucciate e poi finemente macinate, servivano a preparare un pane che in Europa, nei secoli di carestia, fu consumato fino al XVIII secolo. Ma l’albero offre anche le galle, escrescenze ipertrofiche causate dalla puntura di insetti chiamati cinipidi. Di solito si formano lungo i rami o sotto le foglie di tutte le specie di quercia come reazione alla sostanza iniettata dal parassita; contengono acido gallico e tannino, sostanze che i Celti non conoscevano, ma di cui avevano sperimentato le proprietà. I Celti compresero che l’acido gallico è un forte riducente e nella concia rende imputrescibile la pelle, mentre la stessa polvere impiegata in medicina, è un buon cicatrizzante.

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