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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Attualità

Antonio Farnese e l'arte

I contributi scientifici degli studiosi protagonisti del recente convegno sulla dinastia farnesiana

Notevole interesse ha accompagnato la giornata di studi del convegno internazionale organizzato dall’Istituto Araldico Genealogico Italiano e dalla Banca di Piacenza al PalabancaEventi, con il patrocinio della Confédération Internationale de Généalogie etd’Héraldique dal titolo “I Farnese, una grande dinastia, nascita, affermazione ed alleanze nella storia europea”.  LaLo storico dell'artre Alessandro Malinverni-3cortese disponibilità del presidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano – IAGI, Pier Felice degli Uberti, unitamente a quella di Marco Horak, ci consente di offrire in lettura una estesa sintesi delle relazioni presentate dai numerosi  studiosi protagonisti del Convegno Oggi presentiamo il contributo scientifico del prof. Alessandro Malinverni sul tema “Antonio Farnese e l’arte”.

Di tutti i Farnese succedutisi sul trono di Piacenza e Parma, Antonio fu certamente il più originale. Ultimogenito di Ranuccio II e di Maria d’Este, era il terzo in linea di successione al trono, dopo il fratellastro Odoardo e il fratello Francesco. La morte prematura del primo portò il secondo sul trono. Da subito ligio al dovere di sovrano, questo fratello maggiore promosse riforme economiche, per far fronte alle difficoltà finanziarie nelle quali versavano i ducati, e morali, limitando le feste e i banchetti e sopprimendo il carnevale. Tra le numerose imprese artistiche da lui promosse, è la pubblicazione dei cento capolavori della Galleria Farnesiana: i dipinti, all’epoca divisi tra il Palazzo della Pilotta e il Palazzo del Giardino, e oggi a Capodimonte, davano contezza a viaggiatori e diplomatici del gusto e del potere della famiglia. Tra le imprese pittoriche più rilevanti si impone quella affidata a Ilario Spolverini dedicata alle fastose nozze di Elisabetta allestite a Parma nel 1714.

Caratterialmente Antonio era molto diverso dal fratello maggiore: la sua personalità gaudente, curiosa e inquieta era già tutta proiettata nel Settecento libertino. Dal 13 dicembre 1697 al 31 luglio 1701 compì un lunghissimo viaggio in Italia e in Europa come “conte di Sala”, che affinò il suo gusto personale, ampliandone gli orizzonti. Antonio fu tra i pochi Farnese ad avere conoscenza diretta delle principali corti italiane ed europee e dei loro intrattenimenti mondani. Partito da Piacenza, visitò Milano, Torino, Lione, Parigi, Londra, Anversa, Bruxelles, Amsterdam, Neoburgo, Vienna, Venezia e Roma. Le città nelle quali risiedette più a lungo furono Parigi (da gennaio 1698 a luglio 1699, con una parentesi di un mese in Inghilterra) e Roma (da aprile 1700 a luglio 1701). In Francia si presentò al Re Sole a Versailles e lo seguì nella trasferta a Fontainebleau; omaggiò anche i reali inglesi in esilio a Saint-Germain en Laye. Nella città eterna poté assistere all’elezione di papa Clemente XI. La sua presenza aveva anche un significato politico: i Farnese erano infatti gonfalonieri perpetui di Santa Romana Chiesa, una carica ormai solo onorifica, che ribadiva però lo stretto legame della dinastia con la Santa Sede.

Un manoscritto inedito, conservato a Parma, consente di ricostruire con esattezza le diverse tappe e le spese sostenute per il principe e alcuni membri del suo seguito. Tra le tante voci si ricordano i soldi spesi “per la prima volta che il principe condusse le dame all’opera, palco, ingresso, confetti, aranci di Portogallo”, “per un lacchè che portò la cioccolata”, “per il cappello di castoro”, “per il muratore che accomodò il camino quando si accese il fuoco”, “per gli stivaletti per andare a caccia”. Molto il denaro donato in beneficenza o in mance a corrieri, vetturini, gabellieri, facchini, e speso per il fieno, la paglia e l’avena per i numerosi cavalli.

Una volta rientrato a Parma, la distanza con il fratello maggiore si fece “fisica”: Antonio decise di non risiedere nel palazzo ducale, ma dapprima al Casino Lalatta agli Eremitani (oggi sede del Convitto nazionale «Maria Luigia»), adattato tra il 1701 e il 1702, e in seguito a palazzo Rangoni sul Corso di San Michele (oggi sede della Prefettura), rimaneggiato per accogliere il principe. Analoga sorte toccò alla residenza di villeggiatura, la rocca di Sala, per la quale commissionò un nuovo appartamento nella primavera del 1711. Trascorso un decennio abbondante dalla prima campagna di lavori, nel 1722 Antonio optò per far ampliare tale appartamento con una «gionta di camere» per un totale di tredici vasti ambienti, raggiungibile anche da una scala riservata e provvisto di un oratorio privato.

Per affrescare questo nuovo appartamento si rivolse al pittore Sebastiano Galeotti: le figure allegoriche dipinte sui soffitti dei saloni accoglienti e luminosi mostrano una grazia e una leggerezza debitrici del vento rocaille che spirava dalla Francia.

Divenuto duca nel 1727, Antonio non poté dare un contributo significativo alla gestione della cosa pubblica per la brevità del suo governo; tuttavia nell’ambito festivo i suoi quattro anni di ducea furono tra i più brillanti di sempre: l’amore per i divertimenti, il teatro, il gioco delle carte e della caccia tornarono a distinguere la corte farnesiana (tra i suoi atti ufficiali si ricorda, nel 1729, il permesso di utilizzare le maschere in occasione del Carnevale, proibite per anni da Francesco).

Il matrimonio con Enrichetta d’Este fu festeggiato a Parma nel febbraio 1728 con balli, banchetti, concerti e rappresentazioni teatrali, compreso il carnevale. A questa prima fase di festeggiamenti se ne aggiunse una seconda, ancora più magniloquente, con l’ingresso trionfale della sovrana, una cerimonia in Duomo, passeggiate in carrozza sul corso, danze e corse equestri, spettacoli musicali e di prosa nel teatrino di corte e nel Teatro Farnese. Rispetto agli altri matrimoni dinastici, quello di Antonio ed Enrichetta si differenziò per il maggior coinvolgimento dei privati e l’impiego di spazi alternativi, come i palazzi nobiliari che ospitarono i balli ufficiali, il Teatro Farnese usato per una danza equestre, il corso di San Michele (oggi strada della Repubblica) per le corse dei cavalli. La maggior varietà di intrattenimenti era in sintonia con le esigenze del committente e con lo spirito gaudente che veniva d’Oltralpe, accompagnandosi al gusto rocaille. Così anche le monumentali macchine funebri allestite nelle capitali dei ducati per le sue esequie, nel 1731, si ispirarono a queste nuove soluzioni, destinate a prendere ben presto il sopravvento in Emilia.

L’AUTORE. Alessandro Malinverni: insegnante di storia dell'arte presso il Liceo Classico Gioia di Piacenza e presso l'Istituto d'Arte Gazzola, svolge un'intensa attività di promulgazione culturale sia a Parma che a Piacenza, città nella quale risiede e dove riveste la carica di curatore del Museo Gazzola.

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L'allegoria della Clemenza di Sebastiano Galeotti, rocca di Sala Baganza-2

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